
Il Primo Ministro britannico David Cameron interviene all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Ho avuto modo di chiedergli conto dei "no" del suo paese a tutte le proposte europee per uscire dalla crisi - dal nuovo trattato alla tassa sulle transazioni finanziarie -, ed ha risposto che "no, non e' vero che dice sempre no"... Un altro "no", per dire che la tassa sulle transazioni finanziarie non la vuole se non applicata ovunque nel mondo (difficile se non si comincia da qualche parte), mentre del trattato ha taciuto. Tanti no, non una sola proposta. Così si affossa l'economia globale (e, forse, l'Europa).
cameron
consiglio d'europa
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BlogMog il 25/1/2012 alle 17:14 | |
Tradizionalmente, sul tema della partecipazione italiana alle missioni internazionali si esibisce la continuità.
Quasi che restare saldi nel solco tracciato da chi “c’era prima” fosse di per sé un valore. Forse perché questo è stato, finora, l’unico modo per evocare un consenso trasversale, bipartisan. Ma oggi, con un governo che non ha radici nei partiti ed un inedito sostegno parlamentare – trasversale per nascita, libero negli orientamenti per aspirazione – proclamare la continuità non serve più. E così, al netto di qualche arrampicata sugli specchi che tenta Frattini (in preda ad un’imbarazzante crisi di ruolo che lo porta a fare il relatore parlamentare di un provvedimento che fino a due mesi fa firmava da ministro) e che La Russa per una volta si risparmia, la discontinuità è libera di venire allo scoperto. Cosa c’è di così diverso, in questo decreto missioni? Molte cose, alcune fondamentali. Innanzitutto una piccola grande formalità: dopo tre anni di frammentazione del finanziamento, che era arrivato a volte a coprire anche solo uno o due mesi, il decreto dà ai militari e ai civili italiani che operano in teatri di crisi – ed ai nostri partner internazionali – un anno di certezze, rifinanziando quel fondo missioni che il governo Berlusconi aveva di fatto abolito. Sembra un dettaglio, ma è un grande segnale di affidabilità e serietà – che, di questi tempi, non guasta. Poi, due grandi affermazioni di principio: da una parte la necessità di un approccio “integrato” alla sicurezza – ovvero non solo militare ma anche e soprattutto diplomatico, civile, attento ai fattori di sviluppo economico e all’affermazione dei diritti umani. Dall’altro, l’esigenza non più rinviabile di procedere speditamente sulla via dell’integrazione europea nel campo della difesa. Se si pensa alla sufficienza con la quale La Russa trattava questi temi, la discontinuità appare in tutta la sua evidenza. Ma entriamo nel merito: si tagliano quasi duecento milioni rispetto al 2011, facendo delle scelte selettive – l’opposto della logica dei tagli lineari cari a Tremonti. Cresce l’investimento in cooperazione civile, sia nel teatro dell’Afghanistan e del Pakistan sia nelle altre aree di crisi: 22 milioni in più non sono un’enormità, ma in rapporto ai fondi quasi inesistenti della cooperazione non sono pochi e, soprattutto, invertire la tendenza in un anno di difficoltà di bilancio come questo è un grande segale politico. Si rifinanzia, con un incremento, il fondo per lo sminamento. Parallelamente, diminuisce la spesa per la componente militare delle missioni, ma con delle scelte selettive. Cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan, coerentemente con il progressivo passaggio di consegne alle autorità afghane in molte zone del paese e con la riduzione degli altri contingenti Isaf; si pone termine ad alcune missioni minori, ormai esaurite dal punto di vista militare – come in Iraq, dove restano in piedi solo progetti di cooperazione civile; in Libano, pur assumendo il comando della missione Onu, si riduce il numero dei militari, ma meno di quanto prevedesse di fare il precedente governo – in virtù della maggiore instabilità dell’area che dal confine Libano-israeliano si estende fino alla Siria. E poi, si sceglie di aumentare la presenza militare in aree strategiche per l’Italia e per l’Europa, dove il nostro valore aggiunto è riconosciuto sia dagli interlocutori locali sia dalle organizzazioni internazionali, e dove il rapporto costi-benefici è più alto: penso ai Balcani, di cui il precedente governo si era scarsamente occupato, o al sud Sudan. Infine – last but not least – la Libia. Delle contraddizioni del governo Berlusconi è difficile dimenticarsi, dal baciamano in poi. Il governo Monti non può che avere tra i suoi obiettivi principali quello di ricostruire una credibilità perduta anche qui, nel mediterraneo, con quei paesi oggi impegnati in transizioni difficili e non univoche – dall’Egitto alla Tunisia, passando per la Libia, dove Monti sarà in visita ufficiale domani. Finito, mesi fa, l’intervento militare, oggi è prioritario dare seguito alle altre, successive risoluzioni delle Nazioni Unite: sostenere la nuova Libia nel momento più critico, quello della ricostruzione, della riconciliazione nazionale, della formazione di una struttura amministrativa e delle forze di polizia, dello sminamento del territorio e della bonifica dall’enorme quantità di armi in circolazione nel paese. Per questo prevedere già per il 2012 un impegno, seppur minimo e ancora molto flessibile, di assistenza civile e militare alla complicata e delicata fase di costruzione della nuova Libia è una scelta saggia e lungimirante, che ben si accompagna alla volontà di recuperare un ruolo credibile e positivo nella regione del mediterraneo. Dalle prossime settimane, superato il passaggio di ridefinizione della nostra partecipazione alle missioni internazionali, andranno affrontate altre ed altrettanto importanti questioni, a cominciare dalla revisione del sistema di difesa e, conseguentemente, della razionale allocazione delle risorse tra le diverse voci di bilancio, per finire con la rimodulazione di alcune scelte sulla produzione e l’acquisto dei sistemi d’arma – compresi gli f35. Il ministro Di Paola ha giustamente indicato nella prossima riunione del consiglio supremo di difesa prevista per l’8 febbraio un passaggio cruciale per questo processo. Toccherà contestualmente al governo e
al parlamento svolgere una revisione del sistema di difesa che sia complessiva, razionale e trasparente.
Articolo pubblicato su "Europa" sabato 21 gennaio 2012
"La conferenza che si è conclusa oggi a New Delhi, preparatoria del Summit sulla Sicurezza Nucleare che si terrà a Seoul nel marzo prossimo, conferma quanta strada ci sia ancora da fare nella direzione del disarmo e della non proliferazione nucleare.
Per scongiurare i rischi di proliferazione ed accelerare il processo di disarmo è essenziale aumentare il livello di verifica, sicurezza e fiducia reciproca, realizzando, tra le altre cose, un efficace meccanismo di controllo internazionale sulla produzione, sulla conservazione e sul commercio di materiale fissile, necessario per la realizzazione di armi nucleari.
La speranza è che il vertice di Seoul possa, su questo punto, giungere a decisioni condivise della comunità internazionale, tanto più necessarie e urgenti alla luce dei recenti sviluppi critici e dei tanti interrogativi ancora aperti sui programmi nucleari in Iran e in Corea del Nord.
Sarà importante che anche l’Italia porti il suo contributo, sollecitando in ogni sede internazionale scelte concrete per dare piena ed universale attuazione al trattato di non proliferazione, rendendo più vicino il traguardo di un mondo libero dalla minaccia delle armi nucleari".
E' quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e responsabile globalizzazione PD.
“Oggi alla Camera il Ministro della Difesa Di Paola ha confermato che è in corso una profonda revisione della partecipazione italiana al programma di produzione degli F-35. E' una buona notizia, alla luce sia dei profondi cambiamenti dello scenario globale negli ultimi quindici anni, sia della drammaticità della crisi economica e delle sue conseguenze sui bilanci di tutti i paesi, a partire ovviamente dall'Italia.
Quello che serve, sugli F-35 così come su altre voci del bilancio, è una "spending review" della difesa, che individui le necessità prioritarie e razionalizzi un modello che non è più sostenibile. E' bene che questo processo di revisione avvenga nel modo più trasparente possibile, dando al Parlamento e all'opinione pubblica tutti gli elementi che finora sono stati volutamente omessi, in modo che discussione e decisioni siano basate su dati ufficiali e reali. E' indispensabile che la responsabilità di scelte così cruciali per il paese sia assunta in modo rapido e trasparente dal Parlamento con una discussione informata, aperta ed approfondita”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.
F-35
difesa
Italia
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BlogMog il 11/1/2012 alle 17:8 | |
Come
per la gestione della crisi, anche per il settore della difesa quelli del
governo Berlusconi sono stati anni persi. Dietro la retorica costosa della
mini-naja e la cecità dei tagli lineari, non si e' affrontato nessuno dei nodi
strutturali del modello di difesa. Ora il velo e' stato impietosamente alzato,
e l'insostenibilità dello strumento militare e' diventata evidente. Perché
costa più di quanto possiamo spendere, e perché manca un'analisi degli scenari
di minaccia alla nostra sicurezza, e di conseguenza degli strumenti necessari
per farvi fronte. A dieci anni dall'abolizione della leva, e' ora di fare una
valutazione di quanto il nostro modello di difesa sia funzionale agli obiettivi
che gli scenari internazionali richiedono. A partire da quest'analisi ha senso
ragionare di cosa e come tagliare, avendo chiaro il contesto internazionale. Va
rilanciato il faticoso processo di integrazione europea, frenato da protezionismi
nazionali e solitarie fughe in avanti di singoli paesi, e va risolta la crisi
d'identità della Nato, in una fase di passaggio non solo per i tagli ai bilanci
della difesa, ma perché la natura dell'Alleanza e' sempre meno tradizionalmente
difensiva e sempre più chiamata dalle Nazioni Unite a fare i conti con minacce
asimmetriche e crisi regionali che mettono in pericolo la stabilità globale - e
non sempre e' attrezzata per affrontare efficacemente queste sfide, come la
vicenda afghana dimostra, e come l'inedita formula dell'intervento in Libia ci
ricorda. Siamo in una fase di "crisi" nel senso originario del
termine (opportunità, cambiamento), di ripensamento del ruolo degli assetti
militari. E di certo, dopo mezzo secolo di guerra fredda e un decennio di
scontro di civiltà, questi anni di crisi economica ci portano a rivalutare
diplomazia e "soft power". l'Italia ha quindi l'opportunità di fare
di necessità virtù: investendo nella prevenzione dei conflitti e nella
cooperazione; ridimensionando e ridistribuendo le risorse della difesa tra le
voci di bilancio (a cosa serve avere piloti e aerei che non si hanno poi le
risorse per far volare?); favorendo il rinnovamento delle forze armate,
appesantite da una quantità anomala di ufficiali e sottufficiali, e penalizzate
dalla precarizzazione dei meccanismi di ingresso dei giovani; revisionando i
programmi di acquisto per capire quali sono funzionali a esigenze reali e quali
invece possono essere ridotti, sostituiti, sospesi o cancellati. Anche il dibattito
sugli F35 va inserito in quest'ottica, senza farne ne' un totem ne' un tabù, ma
l'oggetto di una scelta razionale. Il programma ha subito una lievitazione dei
costi, un moltiplicarsi di criticità tecniche, un rallentamento notevole nei
tempi; tutti i partner del progetto, compresi gli Stati Uniti, ne stanno
ridimensionando la portata; il modello di cui l'Italia ha più bisogno - la
versione a decollo verticale, compatibile con la portaerei Cavour - e' quella
che presenta maggiori problemi tecnici e minori acquirenti, tanto che la sua
produzione non e' affatto certa. Anche solo queste valutazioni, al netto delle
difficoltà di bilancio, dovrebbero indurre a considerare un congelamento della
nostra partecipazione al programma, almeno fino a quando non sarà chiaro cosa
verrà prodotto, in quali tempi e con quali costi. E' necessario che il livello
di trasparenza e di democraticità di questo processo di revisione sia il
massimo possibile. Quel che fin qui e' stato appannato da un'opacità totale,
deve divenire pubblico e limpido. Questo governo ha la possibilità di capire e
gestire la complessità delle scelte da compiere, e l'interesse a fare del
Parlamento il luogo in cui una profonda revisione del modello di difesa può
essere discussa ed approvata. Ci vuole trasparenza, coraggio, realismo, e
consapevolezza del mondo. Si può, si deve fare.
Articolo pubblicato su L'Unità sabato 7 gennaio 2012.
Difesa
Italia
F35
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BlogMog il 7/1/2012 alle 13:5 | |

Il mio intervento di oggi in Aula alla Camera sul fermo di polizia a cui è stata sottoposta la giornalista italiana
Francesca Marino all'aeroporto di Karachi, in Pakistan.
Francesca Marino
Pakistan
Karachi
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BlogMog il 22/12/2011 alle 20:18 | |
In questi giorni si sono tenute le audizioni dei nuovi ministri presso le commissioni parlamentari competenti, per illustrare e discutere le linee programmatiche del governo. Nel settore della difesa i cambiamenti sono molti e rilevanti, e non riguardano solo il livello di competenza del ministro. Già il fatto che la continuità evocata non riguardi solo l’ultimo governo ma si riferisca agli ultimi sei ministri, da Andreatta in poi, dice molto del cambio di impostazione: la politica di difesa viene strappata dal limbo di retorica partigiana in cui l’aveva scioccamente voluta confinare La Russa, e tenta di navigare nel mare aperto dell’interesse nazionale, dell’impostazione istituzionale.
Molte e rilevanti novità, dicevo. Innanzitutto, l’esplicita consapevolezza che il sistema di difesa che abbiamo oggi, per risorse e per numeri, non è sostenibile e quindi va profondamente rivisto. Questo significa che finirà l’epoca dei tagli lineari, che in questi anni hanno schivato la responsabilità di un ripensamento complessivo del modello, compromettendo il funzionamento del sistema.
Si potrà, forse, finalmente ragionare senza preconcetti sulle reali necessità che il nostro paese ha nel settore della difesa, anche in relazione al suo ruolo globale, e sul modo migliore, più razionale, di fronteggiarle. Questo significa adottare un approccio realistico, determinare priorità, seguirle coerentemente.
In questo percorso, è probabile ed auspicabile che siano ridiscussi programmi d’investimento e di acquisizione dei sistemi d’arma, tra cui anche quello relativo agli F35 – sul quale il governo Berlusconi ha agito nella più totale confusione e assenza di trasparenza, a fronte di sviluppi internazionali importanti che l’Italia ha sostanzialmente ignorato.
In secondo luogo, il nuovo governo ha manifestato un cambio di impostazione importante per le missioni internazionali – nel metodo e nel merito. Nel merito, si sceglie di investire in quelle missioni di stabilizzazione di aree per noi strategiche – i Balcani, in particolare Kosovo e Bosnia, ed il Libano con la sua vicinanza strategica a Siria e Israele – che il precedente governo aveva deciso di ridimensionare fino a renderle via via quasi irrilevanti.
Sono missioni a minore intensità e visibilità, dove però i risultati raggiunti in anni di presenza internazionale sono ancora fragili, ed un eventuale destabilizzazione porterebbe conseguenze critiche per aree vaste e di interesse strategico per l’Europa e per il nostro paese. Sono missioni in cui il valore aggiunto dell’Italia è universalmente riconosciuto – dalle Nazioni Unite, dalla Nato, dalle istituzioni e dalle popolazioni locali –, ed il rapporto costi/benefici massimo.
C’è, poi, la consapevolezza che la vicenda afgana va tolta dal contesto ideologico in cui troppo spesso è stata collocata, e va piuttosto affrontata con serietà, competenza, e con le giuste risorse nei giusti capitoli di spesa (più addestramento, più affiancamento, più ricostruzione, più cooperazione civile, più diplomazia regionale).
Forse si può ora finalmente uscire dal falso dilemma restare/lasciare, e spostare l’attenzione dal “se” e “quando”, al “come” attuare una transizione che si preannuncia difficilissima. Sul dossier Afghanistan, la presenza di figure competenti come Di Paola alla difesa e De Mistura agli esteri sono, di per sé, garanzia di serietà. Allo stesso modo, sembra che il nuovo governo sia pronto a farsi carico con realismo e serietà di un’eredità non certo felice nei rapporti con la Libia.
Dopo il disastro dei baciamano e delle mille contraddittorie posizioni del governo Berlusconi, che avevano portato il nostro paese ad oscillare tra una vicinanza imbarazzante al regime ed una ridicola marginalità internazionale, l’Italia cerca di trovare un suo baricentro che le consenta di affermare che il futuro della Libia è e dev’essere piena responsabilità dei libici, senza per questo negare che alcuni specifici e complicati passaggi di questa nuova fase vanno sostenuti ed accompagnati, in piena trasparenza: sminamento, eliminazione dell’enorme quantità di armi presenti nel paese, costituzione e formazione delle forze di sicurezza, percorsi di riconciliazione nazionale e di institution building.
Infine, una piccola grande innovazione di merito. Il governo Berlusconi aveva frammentato il finanziamento delle missioni arrivando a decreti che coprivano anche solo due, tre mesi. Indice di una politica incapace di programmare nel medio periodo, e di dare quindi a militari, alleati e partner internazionali quella prevedibilità che in contesti di crisi si traduce in sicurezza ed affidabilità. Ma indice anche di un prevalere, sempre e comunque, delle scelte di Tremonti sulle priorità di altri ministeri – e con quali risultati, poi...
Il governo Monti, nel metodo, indica un ritorno alle migliori pratiche dei governi precedenti, con un finanziamento certo per le missioni internazionali che copre tutto il prossimo anno. È una piccola cosa, ma dà il segno di una solidità e di una serietà alla quale non eravamo più abituati.
Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" il 22 dicembre 2011
difesa
Italia
Libano
Balcani
Afghanistan
Libia
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BlogMog il 22/12/2011 alle 14:50 | |
“Oggi “Medici senza frontiere” compie 40 anni.
40 anni di impegno umanitario indipendente e prezioso, e non solo perché fin dalla sua nascita, “Medici senza frontiere” ha prestato assistenza sanitaria alle vittime di disastri naturali e di conflitti in tutto il mondo, ma anche e soprattutto perché, come ricordato dal Comitato norvegese del Nobel che ha premiato “Medici senza frontiere” con il Premio Nobel per la Pace nel 1999, “MSF porta all’attenzione pubblica le catastrofi umanitarie, e segnalando le cause di tali catastrofi, l’organizzazione aiuta a formare la pubblica opinione contro la violenza e l’abuso di potere”.
L’azione di MSF è, dunque, preziosa per il conforto e l’aiuto concreto che offre a centinaia di migliaia di vittime, a partire da donne e bambini, in aree di crisi dove spesso rappresenta uno dei pochi presidi umanitari presenti e riconosciuti dalle parti. Ma è anche uno straordinario esempio di impegno globale per la dignità delle persone, per il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, per la pace tra popoli.
A “Medici senza frontiere” va il ringraziamento del Partito Democratico per questo straordinario impegno e l’augurio che possa proseguire nella sua opera umanitaria con tanti, ulteriori, successi e riconoscimenti internazionali”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.
“La notizia della liberazione di Francesco Azzarà ci riempie di gioia. Abbiamo marciato anche per lui, lo scorso 25 settembre, da Perugia ad Assisi, per legare la celebrazione dei 50 anni della marcia della pace alla richiesta di libertà per chi come Francesco decide di spendere quotidianamente le proprie energie per costruire condizioni di vita più sostenibili per chi, in molte parti del mondo, vive situazioni di conflitto, negazione dei diritti, e povertà estrema.
Ora speriamo che Francesco possa al più presto mettersi in contatto con la sua organizzazione e con i suoi cari, anche per avere conferma diretta della sua liberazione e delle sue buone condizioni di salute. Mi auguro che questa buona notizia si accompagni presto ad un'altra buona notizia, molto attesa, relativa al rilascio di Rossella Urru e degli altri otto italiani attualmente ancora sequestrati nel continente africano”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.
“E’ davvero un buon segnale di discontinuità e di innovazione l’annuncio di questa mattina del Presidente Monti, che si è dichiarato pronto a rivedere la posizione dell’Italia, unendosi finalmente agli altri paesi europei favorevoli all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie.
E’ importante soprattutto perché il governo italiano chiarisce come si possano abbassare le tasse su lavoro, famiglie e imprese, solo se si sposta la pressione fiscale sulla finanza e sulle attività speculative.
Finalmente l’Italia cambia rotta, seguendo una proposta che il PD ha fatto da tempo, ed affiancandosi a tante organizzazioni non governative italiane ed internazionali, come il Global Progressive Forum e la Campagna italiana “Zerozerocinque”, che da anni conducono una battaglia per l’introduzione di strumenti innovativi di governance economica come la tassa sulle transazioni finanziarie.
Ora ci auguriamo che il governo italiano sappia rilanciare da subito in sede europea e internazionale questa proposta, indicandola come uno strumento utile e concreto per affrontare la grave crisi economica internazionale e dei debiti sovrani, affiancando alle misure di rigore finanziario già decise, anche strumenti innovativi capaci di sostenere la crescita economica, la redistribuzione di risorse, l’equità sociale e la sostenibilità dello sviluppo”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.