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federica mogherini
Per la pace

AFGHANISTAN, COME RESTARE

8 dicembre 2011 permalink 0commenti

La conferenza di Bonn che in questi giorni sta tentando un bilancio ed un rilancio dell'impegno della comunità internazionale in Afghanistan ha una missione difficile. E' infatti chiamata a confermare un calendario di disimpegno militare non più rinviabile, e deve allo stesso tempo far sì che i risultati ottenuti in questi dieci anni di presenza in Afghanistan non vadano in fumo.
Progressi parziali, limitati, ma niente affatto trascurabili: sia nel campo della sicurezza (interna ed internazionale), sia nel riconoscimento formale e nella tutela sostanziale dei diritti umani, sia nello sviluppo di condizioni di vita almeno parzialmente accettabili per la gran parte della popolazione locale. Restano, certo, alcuni punti di debolezza strutturale: la mancanza di autorevolezza e di trasparenza in molti settori del governo e dell'amministrazione; i ritardi nello sviluppo di quelle infrastrutture fondamentali perché la vita quotidiana diventi se non facile almeno sostenibile; l'acquisizione di alcuni principi di eguaglianza e di rispetto dei diritti fondamentali che non si limiti ai percorsi formalmente regolamentati ma riesca ad andare più in profondità nella società afghana e nelle sue diverse, complesse, articolazioni; il contesto regionale, ancora estremamente fluido e di certo ben lontano dalla stabilità, con attori tanto ingombranti quanto potenzialmente risolutivi, determinati certamente a giocare un proprio ruolo nell'area, ma anche a cambiare il segno del proprio posizionamento spesso più sull'onda di convenienze momentanee e slanci emotivi che sulla base di strategie di lungo termine e di ampia portata - come l'assenza del Pakistan a Bonn dimostra.
In questo quadro, complesso e fluido, articolato tanto da rendere difficile qualsiasi lettura univoca, i paesi che in questi dieci anni hanno provato a sostenere un processo di "messa in sicurezza" dell'Afghanistan si trovano a fare i conti con i propri limiti, errori, contraddizioni. Si vuole andar via - e se per "presenza" si intende quella militare, e' tempo che si vada via. Si vuole restare - e se si pensa alla presenza civile, agli aiuti, alla ricostruzione ed alla tutela dei diritti, e' necessario restare. 
In questo difficile, delicato passaggio, si rischia di perdere un capitale di investimenti (economici, militari ed umani) senza prezzo. Ne va della sicurezza internazionale, in un'area altamente esposta alla permeabilità di organizzazioni terroriste e ad alta concentrazione di armamenti - anche nucleari. Ne va delle potenzialità di sviluppo economico e commerciale, lungo le tracce di una via della seta ricca di risorse e di connessioni strategiche.
Ne va della credibilità della comunità internazionale, delle Nazioni Unite e della Nato, chiamate oggi a far tesoro degli errori del passato per non cadere nel circolo infinito della maledizione afghana. 
La formula usata, in questi giorni a Bonn, e' ovviamente condivisibile: una transizione incentrata su processi di riconciliazione basati sui tre pilastri del rifiuto della violenza, del terrorismo internazionale, e sul rispetto della costituzione - a partire dalla tutela e dalla promozione dei diritti umani, ed in particolare dei diritti delle donne. L'impegno della comunità internazionale a non "fuggire", a restare al fianco degli afghani. E, insieme, l'impegno delle autorità afghane a lasciarsi aiutare, impedendo qualsiasi tentazione di retromarcia rispetto ai passi avanti fatti in questi dieci anni. Ma sarà davvero così ? La comunità internazionale, e gli Stati Uniti per primi, troveranno in questi tempi di crisi l'attenzione e le risorse necessarie per mantenere la promessa? E le autorità afghane avranno la forza, l'autorevolezza, la solidità e la legittimità necessarie per resistere, nel complicato processo di riconciliazione con settori della galassia degli "insurgents" che in questi giorni vedono bene la possibilità di ampliare i propri margini di manovra, una volta che il campo militare sarà sgombro? Sono domande pesanti, dalle risposte non scontate.
La comunità internazionale avrebbe tutto l'interesse, e tutti gli strumenti, per sostenere soluzioni positive per la regione, per gli afghani, e per gli equilibri globali. Un grande potenziale che continuerà ad avere bisogno, per tradursi in atti concreti, di coordinamento multilaterale e leadership - elementi non scontati, nel momento in cui verra' meno la componente militare. Resterà consistente, com'e ovvio, il ruolo americano. Ma molto potrà, se vorrà, l'Europa, e con lei l'Italia.
Il nostro paese ha potenzialità estremamente rilevanti in alcuni dei settori chiave per il futuro dell'Afghanistan. 
Abbiamo l'unicità dell'esperienza dei Carabinieri, preziosissima in contesti come quello afghano e riconosciuta come tale, cruciale nel ruolo di formazione di forze di sicurezza locali - insieme all'ottima esperienza della formazione della polizia di frontiera compiuta dalla guardia di finanza. Sarebbe fondamentale, in questa fase, concentrare il contributo militare italiano su questi due elementi di eccellenza, strategici per accelerare la fase di trasferimento di poteri alle autorità locali. Abbiamo, già avviati, percorsi di formazione delle istituzioni centrali e periferiche dello stato, a partire dal corpo diplomatico. Un'esperienza da
continuare e rafforzare.
Ed abbiamo, soprattutto, il lavoro preziosissimo della società civile italiana ed afghana, costruito caparbiamente da associazioni, ong, operatori della cooperazione internazionale, in questi anni difficili di tagli delle risorse e di scarsi riconoscimenti politici. E' un lavoro quotidiano, costante e silenzioso, che la scorsa primavera a Roma ha trovato un momento di visibilità nella conferenza della società civile afghana voluta ed organizzata dalle ong italiane tra mille difficoltà ma con ottimi risultati. E' un lavoro che rischia di venire vanificato dai tagli insostenibili portati in questi anni al bilancio della cooperazione internazionale - una tendenza che va quanto prima fermata, ed invertita, perché domani ancor più di ieri sarà strategicamente irrinunciabile il contributo che allo sviluppo locale - delle comunità e delle persone prima ancora che delle strutture - puo' portare il lavoro delle nostre ong e associazioni, della nostra società civile. Di ogni euro "risparmiato" dalla fine dell'intervento militare, una parte non irrilevante andrà reinvestita nella cooperazione. Solo così si potrà davvero, seriamente, onorare l'impegno preso solennemente a Bonn in questi giorni, di non lasciare soli gli afghani. Solo così, la fine della presenza militare internazionale non comporterà un ritorno al passato per le donne e gli attivisti dei diritti umani in quel paese. Solo così, eviteremo di far pagare a loro il prezzo del nostro ritorno a casa.

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" l'8 dicembre 2011.


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permalink | inviato da BlogMog il 8/12/2011 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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