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federica mogherini
Diario americano

IMPRESSIONI AMERICANE

7 settembre 2009 permalink 0commenti
Sono stata qualche giorno in America, a Chicago. L’ultima volta che ero andata era dicembre, Obama non si era ancora insediato e la crisi era il tema che si iniziava ad imporre nelle vite delle persone e nell’agenda politica. Erano le due novità, seppure di segno molto diverso – ed in qualche modo c’era la speranza che una contribuisse ad allontanare l’altra.

Andando nella città del Presidente, mi aspettavo di trovare almeno in parte quell’entusiasmo e quella retorica obamiana che nei mesi ed anni scorsi erano stati ineludibili della politica e della comunicazione americana. Invece, no. Niente gadget. Difficile persino identificare la sua casa, in un quartiere che non ha altre attrazioni “turistiche” e che sarebbe stato logico aspettarsi avrebbe fatto della casa presidenziale un richiamo, una fonte di curiosità, o se non altro di banale guadagno – le foto, i souvenir, tutto ciò che è stupido ed inutile ma illude ogni singolo visitatore di avere in tasca un piccolo ricordo della storia. E invece niente. Giusto una macchina della polizia a sbarrare la strada, proprio come davanti alla sinagoga lì accanto.

E’ come se la febbre fosse passata, e l’entusiasmo avesse lasciato il posto ad un cauto, più razionale e decisamente più contenuto ottimismo. Tra la crisi ed Obama, ho avuto l’impressione che gli americani scommetterebbero ancora su Obama – che sia lui a riuscire a gestirla, piuttosto che lei ad affossarlo – ma vedono forse oggi meglio tutte le difficoltà, le salite, anche i possibili errori o le battute d’arresto che il Presidente potrà incontrare. Non è più un mito, ma un uomo. Ed ha di fronte a se non più una "novità", ma una crisi economica che ha ormai prodotto i suoi frutti - disoccupazione a livelli da record, case in svendita ovunque, per la prima volta emigrazione dalle zone più ricche in cerca di condizioni di vita più economiche... Il rischio è che il sogno americano non solo si fermi, ma faccia marcia indietro. La paura che torna a sommergere la speranza.

La vera differenza, l’ho percepita rispetto agli afroamericani. Forse perché Chicago è la città degli Obama – di Michelle prima di tutto. Forse perché è un luogo di integrazione da ormai diversi anni. O forse la differenza stava nei miei occhi, nel mio sguardo, e in quello di tanti altri bianchi anglosassoni. L’impressione di un nuovo orgoglio nero, di un nuovo e più fiero senso di cittadinanza, di appartenenza, di essere “veri americani” e non “una minoranza”. Certo, questo nel centro di Chicago, nei quartieri ricchi della Gold Coast e in quelli residenziali attorno all’Università, perfettamente integrati e un po’ radical chic. Non è certo la stessa cosa se si fa un giro nei quartieri solo neri del sud di Chicago, dove il colore della pelle è anche condizione economica, e sociale, disagiata, marginalità. Ma forse è un inizio contagioso, quello sguardo sicuro e bello negli occhi degli afroamericani che, proprio come il Presidente, ce l’hanno fatta.

Come sempre quando vado in America, ovunque in America, ci sono le grandi e le piccole stupide cose che invidio, che vorrei anche qui – o che mi portano a pensare che vivrei bene lì. E, insieme, quelle che detesto, che non vorrei vedere, che fanno male.

Le piccole stupide cose. Gli autobus non inquinanti che “si inchinano” per far salire e scendere le persone anziane, un sistema molto banale e molto efficace per far pagare a tutti il biglietto, ed un altrettanto semplice meccanismo per trasportare le biciclette. Il cibo di tutte le parti del mondo. I supermercati enormi dove di ogni cosa puoi trovarne 10 tipi diversi. La gente che per strada ti chiede se hai bisogno di indicazioni. La musica (questa forse è una grande cosa). I musei aperti gratis almeno una volta a settimana. I supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I pic nic (e l’attrezzatura per i pic nic) nei parchi, la voglia di vivere gli spazi pubblici. Gli spazi aperti, anche nelle grandi città, la grandezza di tutto – i grattacieli, il lago.

Le grandi cose. Il senso di eguaglianza fondato sul lavoro duro e la responsabilità individuale. Il rispetto delle regole. L’apertura al cambiamento. Quello spirito rivolto al futuro che ha reso possibile che Obama diventasse Presidente. A volte in Italia ci si chiede se avremo mai un Obama. Ma non ce ne faremo mai niente di un Obama, finchè non ci sarà una società in grado di “riconoscerlo” e sostenerlo. Un piccolo esempio: di domenica, sono andata a sentire la messa nella chiesa presbiteriana del centro. Il sermone aveva come tema il cambiamento: le regole (anche quelle religiose) sono immutabili o possono cambiare? Dio non si aspetta forse dall’uomo, che ama così tanto, qualcosa di più che semplice e passiva obbedienza – ovvero che eserciti fino in fondo la sua responsabilità, compiendo scelte individuali e giuste nelle situazioni che la vita gli pone davanti? E le situazioni della vita non cambiano sempre, non rendono ogni scelta una scelta nuova, quindi aperta al cambiamento, e le regole fissate in passato non sono sempre un po' inadeguate di fronte alle scelte nuove? La conclusione era un convinto sostegno al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ecco, questa è l’America.

O dovrei dire anche questa, è l’America. Perché poi ci sono quelle piccole e grandi cose che te la fanno odiare. Il negozio di bambole dove ogni bambina crea il suo clone, si vestono uguali, lo porta dal parrucchiere (vero, pagandolo con soldi veri), ed in ospedale (anche questo “vero”, per cui presumo ci voglia un’assicurazione vera). Le feste di compleanno per cani nei ristoranti di lusso, in cui servono bistecche a forma di osso per i festeggiati in cappottino di pelliccia, e palloncini a forma di cane. Cenare in un qualsiasi family restaurant e vedere che il tizio seduto nel tavolo accanto al tuo ha una pistola infilata nella cintura. E le mamme sole che trascinano i propri piccoli sempre addormentati da un autobus all’altro, da una metro all’altra, per farli stare seduti in un posto caldo e riparato – gli leggi la disperazione negli occhi.

Ma poi torni in Italia. E provi a riprendere faticosamente il filo di quello che succede in questo nostro strano paese, dove tutti vorrebbero cambiare tutto e tutto resta sempre uguale…

Diario

CHE BUIO...

28 gennaio 2009 permalink 3commenti
In aula tutto il giorno, oggi, per votare mozioni. L'unico strumento di iniziativa parlamentare, a dire la verita' piuttosto debole, rimasto in vita sotto la valanga di conversioni di decreti legge che ci arriva ogni settimana. Piuttosto deprimente.

Ma non e' certo questa la ragione principale di depressione, in questi giorni. Ce n'e' in abbondanza, purtroppo.

La violenza dilaga. Sono gli stupri, e le battute sugli stupri. E' la caccia al rumeno e la clemenza al romano di buona famiglia, il bravo ragazzo. Il riflesso di rabbia della giustizia fai da te. Un ministro della giustizia che riferisce in aula sul degrado del nostro sistema giudiziario facendo un lungo elenco di disastri e neanche una indicazione di massima di come non dico risolverli, ma almeno affrontarli.

E' l'illusione che moltiplicare i soldati in strada serva a prevenire delitti, mentre con l'altra mano si tagliano i fondi alla polizia, e si pensa di rendere inutilizzabili le intercettazioni. E' la voce di un amico veronese che con calma mi dice che la sera e' bene evitare di incrociare gli sguardi, per strada, perche' puo' scattare l'aggressione - cosi', senza motivo, senza ragione. E' il perdersi della ragione e della razionalita'. Il parlare di sicurezza ed intendere protezione - di chi?

E' il divieto del kebab a Lucca, proprio nel giorno della memoria. E' la confusione e la paura, l'assenza di certezze che spinge ad attaccarsi a cio' che si trova, qualsiasi cosa sia. La confusione tra religione e politica, che attecchisce qui nel cuore della laica Europa dopo aver devastato il laico mondo arabo. E' la strumentalita' delle certezze granitiche, delle leggi divine. Le identita' deboli che si fanno forti nello scontro con l'altro. La tristezza della convivenza impossibile.

La violenza dilaga, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, e non trova argini. Ci si sente persi e soli contro un mondo che va da un'altra parte, si rischia di smarrire l'orientamento e rinunciare in silenzio, quasi senza accorgersene, alle proprie idee ed ai propri valori. Si rischia di rinunciare ad essere se stessi, vicini agli altri e simili all'altro.

Poi si guarda al mondo, fuori dal nostro piccolo cortile chiassoso e rissoso, e si vedono cose che cambiano, messaggi di dialogo, impegni mantenuti, azioni coerenti. Si vede un presidente americano che si chiama Hussein assumersi il compito di spiegare agli americani che il mondo islamico e' pieno di gente perbene che vuole crescere i figli in un mondo migliore, ed ai musulmani che l'America non e' il loro nemico. Costruire ponti, abbattere i muri. Un piano di economia verde per tenere insieme lo sviluppo economico e la possibilita' di continuare a vivere in questo mondo - altrimenti votato all'autodistruzione. La scelta di chiudere Guantanamo senza per questo ammorbidire il contrasto al terrorismo internazionale, anzi capendo che sara' grazie alla coerenza dell'esempio che lo si potra' sconfiggere meglio. 

E noi siamo qui armati di mattoncini per costruire i nostri piccoli muri, gli uni contro gli altri, a dividere e dividerci su tutto. Noi siamo qui con lo sguardo a domani mattina, senza vedere non dico il lungo periodo - ma neanche il primo pomeriggio.

Non e' che uno per questo non ci provi, o ci provi di meno, a fare cio' che crede sia bene fare. Anzi, ci si rimbocca le maniche e si va avanti. E' solo che un po' passa il buon umore. E cresce l'invidia.

Diario americano

UNA COSA CHE HO SCRITTO, EMISSIONI CO2, NASCITA ZERO

20 novembre 2008 permalink 23commenti
Qui c'e' il testo di un articolo che ho scritto per Federalismi.it - rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato diretta dal Prof. Caravita (con il quale ho fatto un temutissimo esame quando ero all'Universita'...)

L'incontro con il Prof. Broecker e' stato molto interessante, soprattutto per una profana delle cose scientifiche ed ambientali come me. Il cuore del suo ragionamento e' che, per quanto ci si sforzi di ridurre le emissioni di CO2 (e bisogna farlo), queste resteranno pur sempre un problema che in qualche modo andra' gestito. Sostiene che una equipe americana ha trovato il modo di catturare dall'atmosfera e stockare le emissioni, che i macchinari per farlo non sono neanche eccessivamente costosi, ma che nessuno e' disposto ad investire denaro nel progetto perche' le ricadute positive (in termini ambientali ed economici) sono troppo lontane: non meno di 50 anni.

PS:oggi sono molto arrabbiata per un commento al post precedente. Mauro suggerisce che, visto che sono incinta e questo mi portera' presumibilmente a fare molte assenze alle votazioni in aula (probabilmente vero, visto che intendo lavorare durante la gravidanza, ma poi voglio allattare mio figlio per tutti i sei mesi consigliati dall'Organizzazione Mondiale della Sanita', e che alla Camera non solo non esiste un luogo dove un neonato puo' stare, ma non ci puo' neanche entrare), allora dovrei dimettermi per lasciare il posto a qualcuno che puo' garantire maggiore presenza. Mi fa arrabbiare il fatto che non si pensi mai di rivolgere un'osservazione simile ai neo-papa', che pure avrebbero il diritto/dovere di occuparsi dei figli piccoli quanto le mamme. Mi fa arrabbiare il fatto che ci si lamenta che la politica e' vecchia e maschile e poi si chiede alle donne e ai giovani di rinunciare al loro essere donne e giovani per uniformarsi al modo di vivere e lavorare degli uomini vecchi. Mi fa arrabbiare il fatto che e' questa la base della nostra nascita zero, molto piu' dell'assenza degli asili nido. Mi fa arrabbiare il fatto che si usi per valutare il lavoro parlamentare un dato statistico relativo al numero di volte che si preme un bottone seguendo l'indicazione di voto del gruppo. Ma soprattutto mi fa arrabbiare il fatto che io, per come sono fatta, per le persone che ho attorno, per il lavoro che faccio, posso arrabbiarmi ed andare avanti, magari cercando di spiegare cosa trovo di sbagliato in questo tipo di atteggiamento - ma che la maggior parte delle donne cui viene fatta un'osservazione del genere non sono in condizioni (culturali, contrattuali o economiche) di dire a chi le fa "sbagli".
Diario americano

LA VERA AMERICA

5 novembre 2008 permalink 7commenti
Oggi c’è la felicità pura, che basta a se stessa e riempie il cuore. Non avevo osato sperarci. Mi aspettavo, all’ultimo momento, la grande delusione, il risveglio amaro dal sogno impossibile. Ho passato due anni ad accarezzare l’idea che fosse possibile, ed a condividerla. Due anni meravigliosi in cui il semplice interessarmi alla campagna - seguirla, studiarla, sostenerla per come si può – mi ha dato tantissimo. Ho imparato tanto. Ne ho tratto entusiasmo, comprensione del mondo (vicino e lontano), idee, e credo anche valori. Ed immagino quanto questo valga per chi vive lì, per chi ha fatto di questa la sua prima esperienza politica, per chi ha costruito questo successo. Ecco, mi sembrava che potesse essere abbastanza anche così, che se anche il sogno si fosse interrotto la portata del cambiamento che aveva avviato fosse in sé già sufficiente, più che sufficiente - grande. Per il movimento che ha innescato,per l’onda che ha generato, nelle coscienze, nei cuori, nella mente di milioni di persone. Ed invece non c’è stato nessun granello di sabbia nell’ingranaggio, nessuna caduta libera dall’alto dei sogni. L’America si è dimostrata un grande paese, gli americani un grande popolo. Ancora faccio fatica a crederci.

Le parole di McCain sono state meravigliose. “Come together”. Non solo il rispetto dell’avversario, ma la comune identità, al di là delle differenti idee, l’essere fianco a fianco, simili pur restando diversi. Il cuore, l’essenza della convivenza. Ciò che fa grande l’America, la capacità di essere tutti diversi e tutti eguali, un unico corpo che vive grazie (e non nonostante) le differenze dei milioni di cellule che lo compongono. Il rispetto. Una grande lezione non solo politica, ma umana.

Le parole di Obama, così perfette che ogni commento risulta non solo superfluo, ma forse fastidioso. Quella sì, cara Palin, era la “vera America”.

Gioia oggi, felicità pura. Non c’è neanche spazio per guardare alle nostre piccole tristi cose – chi commenta come, la destra improbabile ed imbarazzata, le nostre polemiche che già vedo all’orizzonte. “Non è una vittoria del PD” – ovvio che no, che discorsi, ma non si può gioire della vittoria di idee che si condividono?! “Ci manca l’Obama Italiano” – questa mi fa impazzire: quel che ci manca è la cultura e lo spirito del popolo americano (quello sì, davvero migliore di chi lo governa), il considerare l’innovazione un valore e non una minaccia, il futuro una sfida ed un’opportunità, il sogno americano del “tutto è possibile” un’opportunità per crescere e non il pericolo di perdere ciò che già abbiamo. Non è Obama che ci manca in Italia, ma gli americani ed il loro modo di pensare. Ed anche, un po’, la coerenza e la semplicità dei comportamenti, la serietà degli impegni, e la precisione che solo il lavoro duro e ben organizzato può portare.

Cambia il mondo? Io credo di sì. Non solo perché cambia l’immaginario (un nero alla Casa Bianca, il Kenya che fa festa nazionale, la sensazione che devono provare oggi gli arabi di fronte ad un Presidente americano che si chiama Hussein). Non solo perché sarà un esempio, una fonte di incoraggiamento al cambiamento. Ma anche e soprattutto perché cambia l’agenda politica globale: ambiente, cambiamento climatico ed energie alternative; diplomazia e multilateralismo; potere d’acquisto della classe media; sistema sanitario ed istruzione. Cambiano le prioritò, cambiano le parole d’ordine, ciò di cui si discute. Sparisce lo scontro di civiltà, si lavora sull’interdipendenza – “we’re one world”, disse a Berlino, e nessuno meglio di lui può dirlo.

E voglio proprio vedere il nostro governo, che solo poche settimane fa ha bloccato il piano europeo per l’ambiente, ora come tiene fede alla promessa di essere e restare partner privilegiato di una superpotenza che inverte l’ordine di priorità ed investe sul futuro del pianeta. Al G8 ci sarà da divertirsi (e non per le barzellette…)

Diario americano

DELIVER

28 agosto 2008 permalink 3commenti

Questo è il mio diario americano che oggi è su Europa:

“Tra un candidato con cui condividi il 100% delle posizioni ma sai che non ne realizzerà alcuna, ed uno col quale sei d’accordo sul 50% delle proposte ma credi che quelle le realizzerà, per quale voteresti?” – così Bill Clinton ha aperto il suo intervento all’International Leaders Forum qui a Denver, ponendoci di fronte alla più cruciale delle questioni della politica moderna: la capacità di deliver, di ottenere o meglio consegnare risultati. La risposta è quasi scontata - per molti ma forse non per tutti, se si pensa a quanto spazio continuano ad avere soprattutto sulla scena europea partiti “di testimonianza” che si propongono agli elettori dichiarando esplicitamente il proprio totale disinteresse a governare. Credo si possa definire attraverso la risposta a questa domanda la differenza tra un comportamento politico/elettorale ideologico ed uno post-ideologico, o “pragmatico”. In realtà, sono certa che uno come Clinton non potesse pensare alla politica di testimonianza (per un americano è una contraddizione in termini), ma piuttosto agli strumenti che la politica ha (o non ha) per realizzare gli impegni che assume, con i cittadini e con la comunità internazionale. Prendiamo gli accordi di Kyoto: Clinton ha definito la loro ratifica il primo provvedimento sul quale il Congresso lo ha battuto prima ancora che avesse il tempo di presentarlo. Eppure, a suo dire, se anche la storia fosse andata diversamente, con ogni probabilità gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto gli obiettivi – com’è successo per la maggior parte dei paesi che hanno sottoscritto quegli impegni. Promettere e non mantenere, impegnarsi e non riuscire – questa è la lenta morte della democrazia, la radice della sua perdita di credibilità, della disaffezione dei cittadini. Linfa per l’antipolitica, che nasce solo dove la politica non funziona. Il rimedio? L’accountability forse – ovvero la trasparenza, il render conto – che richiede però opinioni pubbliche attente, esigenti e dotate di abbondante senso critico. La capacità di scegliere le soluzioni con lungimiranza, guardando all’interesse generale dell’oggi e del domani, ed il coraggio di prendere decisioni impopolari se necessarie. Scegliere la strada giusta, la misura più efficace per risolvere un problema, avere lo sguardo fisso sulle conseguenze che ogni scelta ha sulla vita quotidiana delle persone reali, comuni. Scegliere non tanto tra “right or left”, ma tra “right or wrong” – come un Governatore ha detto oggi alla Convention.

Ecco, mentre ascoltavo queste cose, pensavo che in realtà abbiamo qualcosa da invidiare a questo paese in cui i delegati alla Convention agitano bandierine e rispondono a coro alle domande retoriche dello speaker di turno (“Vogliamo altri 4 anni uguali a questi ultimi 8…?!” – “NO!!!”), come si balla la macarena nei villaggi turistici. Che in tre giorni che sono qua non ho mai sentito la parola “bipartisan”, ma ho sentito la Clinton elogiare MacCain come uomo e come politico, e poi spiegare che semplicemente la sua ricetta non è quella giusta. Senza drammi e senza insulti. Che tutti i governatori intervenuti finora si sono vantati di essere riusciti a fare qualcosa di buono per il loro Stato (che fosse la riduzione delle tasse o l’energia rinnovabile) unendo tutti i cittadini, insieme ai Repubblicani – e che così loro sono riusciti a deliver, conquistando la fiducia degli elettori alla politica ed alla loro, di parte politica. Il modo migliore di onorare il servizio alla comunità: scegliere sempre nel merito.

Se la vediamo così, è più semplice capire l’unità dei Democrats dopo primarie così feroci: tra MacCain ed Obama, Hillary sceglie Obama. Il raggiungimento del risultato (un Democratico alla Casa Bianca) è il modo migliore, dice, per non sprecare tutto il lavoro fatto fin qui. Forse abbiamo qualcosa da imparare.

Diario americano

BILL E HILLARY

27 agosto 2008 permalink 1commenti
Qui è l'una passata e domattina la sveglia suona alle 6.30. Vado veloce.

Giornata magnifica: Bill Clinton formidabile, seguito da Lagos, Fischer, Mary Robinson... insomma, alto livello. Cibo per la mente, tanti nuovi pensieri. Una di quelle cose che sei lì le ascolti e pensi: sto imparando qualcosa. Bello.

Poi sono andata ad un seminario sulla difesa e la national security con due dei principali consiglieri di Obama sul tema (uno di loro lo ha accompagnato nel viaggio in Afghanistan, Medio Oriente e Europa). Interessante che il loro punto di vista sulla Russia sia nettamente diverso da quello della Casa Bianca: Mosca va inclusa di più, e non esclusa, nella comunità internazionale. Dialogo, dialogo, dialogo - insieme all'Europa. E' più efficace e meno pericoloso.

Poi di corsa all'incontro di Emily's list - donne ovunque, ed a parlare Hillary, la Pelosi e Michelle.
Poi Greenberg - interessante che abbia detto una cosa che si è puntualmente verificata la sera alla Convention: ovvero che quello che manca alla campagna dem è sottolineare che MacCain prolungherebbe di fatto di 4 anni le politiche della presidenza Bush. E puntualmente lo slogan della serata è stato: 4 more months, not 4 more years. Geniale.

Poi al Pepsi - nel frattempo è arrivato Veltroni, incontro con Dean (sempre più cordiale) poi a sentire la Clinton. E' stata la prima volta che mi è piaciuta (forse perchè invitava a votare Obama...). A tratti è riuscita quasi ad emozionare. Due cose belle: che in America puoi diventare chi vuoi diventare (più o meno - a lei non è proprio riuscito), e che questo è il paese dove non si rinuncia mai (keep going).

Se qualcuno ne ha voglia, vada a vedersi l'intervento del Governatore del Montana, una potenza.

Questo è il diario che esce oggi su Europa: 

"Noi italiani siamo sempre un po’ provinciali. Anche chi parte con le migliori intenzioni finisce col cadere nel complesso di inferiorità, paragonando situazioni così diverse da non avere quel minimo comun denominatore che permette il confronto, o al contrario non vedendo che alcuni difetti sono ampiamente condivisi. Così, la domanda delle domande per noi democratici che siamo qui a Denver alla Convention dei Democrats è: perché non siamo meravigliosi e perfetti come loro?

A vivere la prima giornata al Pepsi Center tra i gradini del primo anello, agitando i nostri cartelli “one nation” ed ascoltando le parole forti di Ted Kennedy e poi quelle dolci ed incredibilmente umane di Michelle, sentendo l’energia priva di rancori e complicazioni che saliva dalla platea, in effetti un po’ di invidia un democratico italiano può ragionevolmente provarla. Il partito è unito (o almeno dà ottima mostra di unità, il che ai fini della comunicazione elettorale è egualmente efficace), il discorso semplice e chiaro, l’entusiasmo neanche offuscato da un dubbio.

Eppure, se trasferissimo questa prima giornata di Convention in Italia, se traducessimo i bellissimi discorsi nella nostra lingua, se immaginassimo l’apertura di un congresso del PD esattamente così, credo che ben pochi ne sarebbero soddisfatti. Troveremmo povera l’analisi e poco articolata la proposta. Troveremmo falso ed ipocrita l’unanimismo di facciata, i buoni sentimenti di chi ha perso e sorride. Troveremmo noiosa la ripetizione esasperata di quei tre semplicissimi messaggi che ogni esponente dei Democrats ripete ormai da quasi due anni: porre fine alla guerra in Iraq (si è recentemente aggiunto “responsabilmente”), garantire che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi, ed investire sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Tre messaggi semplici semplici che come un mantra perforano la memoria dei più distratti elettori. E poi ovviamente il cambiamento, il futuro, la speranza, l’unità, il ritorno dell’American dream. Efficacissimo. Magnifico. Perfetto. Eppure temo che quello che qui, in mezzo ai cartelli blu e i palloncini, sembra davvero magico ed invidiabile (compresa l’umanissima capacità di una moglie di commuoversi e commuovere nel parlare in modo del tutto privato del marito), trasportato a casa nostra ci parrebbe ridicolo, piccolo, povero – troppo semplice. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, un passaggio drastico dal bizantinismo mediterraneo alla semplicità della asciutta logica anglosassone, per poter davvero pensare di fare politica così. Il che non sarebbe affatto male, tutt’altro – ma è bene essere consapevoli che la strada che porta a quella perfetta semplicità è l’esatto opposto di quella che porta ai nostri passatempi preferiti (che si tratti di politica o di calcio): l’ “aprire una riflessione”, l’ “approfondire l’analisi”, il commentare il commento del commento. La complessità del pensiero – e spesso della vita.

Nel frattempo, accecati dall’invidia per la semplicità altrui (che non vorremmo replicare), non vediamo i limiti e le ossessioni, le psicosi, che i democratici sulle due sponde dell’Atlantico in realtà condividono: la paura atavica di perdere; la tendenza a vedere sempre ciò che non funziona nel proprio campo, la vocazione all’autocritica che a tratti sfocia nell’autoflagellazione; il perfezionismo che oscura i buoni risultati. Si può facilmente arrivare al paradosso di sentire da un americano democratico, in questi giorni di apoteosi di un fantastico candidato destinato probabilmente a cambiare la storia del mondo, che sì Obama è il candidato perfetto – ma forse la sua perfezione è un limite."

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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