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federica mogherini
Diario americano

DELIVER

28 agosto 2008 permalink 3commenti

Questo è il mio diario americano che oggi è su Europa:

“Tra un candidato con cui condividi il 100% delle posizioni ma sai che non ne realizzerà alcuna, ed uno col quale sei d’accordo sul 50% delle proposte ma credi che quelle le realizzerà, per quale voteresti?” – così Bill Clinton ha aperto il suo intervento all’International Leaders Forum qui a Denver, ponendoci di fronte alla più cruciale delle questioni della politica moderna: la capacità di deliver, di ottenere o meglio consegnare risultati. La risposta è quasi scontata - per molti ma forse non per tutti, se si pensa a quanto spazio continuano ad avere soprattutto sulla scena europea partiti “di testimonianza” che si propongono agli elettori dichiarando esplicitamente il proprio totale disinteresse a governare. Credo si possa definire attraverso la risposta a questa domanda la differenza tra un comportamento politico/elettorale ideologico ed uno post-ideologico, o “pragmatico”. In realtà, sono certa che uno come Clinton non potesse pensare alla politica di testimonianza (per un americano è una contraddizione in termini), ma piuttosto agli strumenti che la politica ha (o non ha) per realizzare gli impegni che assume, con i cittadini e con la comunità internazionale. Prendiamo gli accordi di Kyoto: Clinton ha definito la loro ratifica il primo provvedimento sul quale il Congresso lo ha battuto prima ancora che avesse il tempo di presentarlo. Eppure, a suo dire, se anche la storia fosse andata diversamente, con ogni probabilità gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto gli obiettivi – com’è successo per la maggior parte dei paesi che hanno sottoscritto quegli impegni. Promettere e non mantenere, impegnarsi e non riuscire – questa è la lenta morte della democrazia, la radice della sua perdita di credibilità, della disaffezione dei cittadini. Linfa per l’antipolitica, che nasce solo dove la politica non funziona. Il rimedio? L’accountability forse – ovvero la trasparenza, il render conto – che richiede però opinioni pubbliche attente, esigenti e dotate di abbondante senso critico. La capacità di scegliere le soluzioni con lungimiranza, guardando all’interesse generale dell’oggi e del domani, ed il coraggio di prendere decisioni impopolari se necessarie. Scegliere la strada giusta, la misura più efficace per risolvere un problema, avere lo sguardo fisso sulle conseguenze che ogni scelta ha sulla vita quotidiana delle persone reali, comuni. Scegliere non tanto tra “right or left”, ma tra “right or wrong” – come un Governatore ha detto oggi alla Convention.

Ecco, mentre ascoltavo queste cose, pensavo che in realtà abbiamo qualcosa da invidiare a questo paese in cui i delegati alla Convention agitano bandierine e rispondono a coro alle domande retoriche dello speaker di turno (“Vogliamo altri 4 anni uguali a questi ultimi 8…?!” – “NO!!!”), come si balla la macarena nei villaggi turistici. Che in tre giorni che sono qua non ho mai sentito la parola “bipartisan”, ma ho sentito la Clinton elogiare MacCain come uomo e come politico, e poi spiegare che semplicemente la sua ricetta non è quella giusta. Senza drammi e senza insulti. Che tutti i governatori intervenuti finora si sono vantati di essere riusciti a fare qualcosa di buono per il loro Stato (che fosse la riduzione delle tasse o l’energia rinnovabile) unendo tutti i cittadini, insieme ai Repubblicani – e che così loro sono riusciti a deliver, conquistando la fiducia degli elettori alla politica ed alla loro, di parte politica. Il modo migliore di onorare il servizio alla comunità: scegliere sempre nel merito.

Se la vediamo così, è più semplice capire l’unità dei Democrats dopo primarie così feroci: tra MacCain ed Obama, Hillary sceglie Obama. Il raggiungimento del risultato (un Democratico alla Casa Bianca) è il modo migliore, dice, per non sprecare tutto il lavoro fatto fin qui. Forse abbiamo qualcosa da imparare.

Diario americano

GRANDI UOMINI, GRANDI FAMIGLIE

28 agosto 2008 permalink 8commenti
Anche oggi è stata una giornata eccezionale. Iniziata con una tavola rotonda sulla politica estera americana, con Holbrooke e la Albright ed i dati di una ricerca che mostra inequivocabilmente come l'opinione pubblica abbia rovesciato l'ordine delle priorità, nell'ultimo anno: l'economia ha preso il posto dell'Iraq, seguito da energia e sistema sanitario. Il terrorismo è scomparso dalla top 5. In particolare l'elettorato democratico chiede meno interventismo all'estero e più multilateralismo. La sicurezza nazionale resta importante, ma si ritiene che il modo migliore per ottenerla sia più diplomazia e lavoro in partnership con il resto della comunità internazionale.

Poi ho fatto un'intervista a Radio Radio, un po' di shopping democratico (i gadget della Convention - al rientro li metterò all'asta...), e di corsa ad un incontro a porte chiuse di Bill e Hillary con i loro sostenitori / finanziatori in un grande albergo del centro. Ho l'impressione che la voglia di fare campagna per Obama sia reale - difficile dire se sincera. Se non altro, perchè è il miglior modo (e forse l'unico) di avere un ruolo crescente nella politica americana, per Hillary e per il clan dei clintoniani. Con Obama alla Casa Bianca, ed eletto anche grazie ai Clinton ed alla loro generosità, Hillary può ritagliarsi un ruolo di primo piano al Senato, ed eterna riconoscenza. Credo sia questa la ragione per cui Bill ha detto - e sembrava autentico - che Hillary è totalmente sincera quando dice che vuole Obama eletto Presidente. D'altra parte, una conferma è arrivata nel pomeriggio dalla "liberazione" dei delegati della Clinton dal vincolo di votare per lei - il che ha portato ad un voto per acclamazione sia di Obama che di Biden degno davvero del Congresso del Partito Comunista Cinese (ci fosse stato Parisi...!)

Finiti i discorsi Veltroni ha brevemente incontrato Bill - i due si conoscono da tempo -, poi siamo corsi ad un pranzo veloce (è stato comunque l'unico pasto da quando sono qui, vado avanti da giorni a barrette di cereali, biscotti, tartine che ti capita di acciuffare alle reception, e poco altro) nel ristorante di un ragazzo fiorentino che vive qui da diversi anni e che ci aveva invitato a conoscere altri italiani di Denver. Un'ottima pizza, ed una chiacchierata interessante. Il nome del ristorante è Parisi - siamo perseguitati...!

Finita la pizza, di corsa alla festa dei Kennedy dove abbiamo salutato Kerry (figlia di Bob, impegnata con la sua fondazione nella promozione dei diritti umani, da diversi anni è spesso in Italia e tante volte l'abbiamo ospitata in iniziative anche di campagna elettorale) ed Ethel, la madre - donna fantastica. Probabilmente metà della sala era riempita da vari Kennedy, tutti con quello stesso tratto riconoscibile da lontano - una vera dinastia, con la nobiltà del pensiero ed un destino spesso drammatico. 

Prima ancora che finisse la festa, di corsa al Pepsi Center per la sessione forse più densa della Convention: il voto dei delegati, poi i discorsi di Bill (grande grande grande - il migliore, ad eccezione ovviamente di Obama), Kerry (un bell'intervento, probabilmente pronunciato da qualcuno di più carismatico avrebbe anche funzionato), Biden (aperto e diretto, rassicurante come pochi, uno a cui lascresti tranquillamente le chiavi di casa). Nell'ordine, ho pensato che: 1) Bill in realtà odi la moglie, tanto è stato convincente il suo sostegno a Obama; 2) l'apparizione di Kerry servisse a ricordare ai democratici non ancora convinti da Obama che nel loro recente passato hanno avuto di peggio; 3) l'infinita famiglia di Biden, dalla mamma ai nipotini belli e biondi che si prendevano in braccio a vicenda, dava quell'immagine da telefilm pomeridiano tanto familiare ad ogni americano, in stile Jefferson se non ricordo male. Ogni intervento preceduto e seguito da testimonial del mondo militare: veterani (non immaginate vecchietti: sono quelli dell'Iraq e sono più giovani di me), una donna generale, un repubblicano convertito perchè "il Grand Old Party non ha più nulla di Grand ed è solo Old". 

E poi è comparso lui, la star, il candidato perfetto, che sul palco circondato dai bambini infiniti bianchi belli e biondi della famiglia Biden sembrava un angelo nero, un pastore nel gregge. Disinvolto in tutte le sue possibili espressioni facciali, dal sorriso al piglio di commander in chief, ha spiegato che domani si va allo stadio perchè così tutti quelli che voglioni potranno entrare (non è così in realtà, ma chi guarda la tv non lo sa), ed è giusto che la Convention non parli solo ai delegati ma ne possano essere protagonisti quelle tante "persone normali che fanno cose straordinarie".  

E domani andremo anche noi a vedere lo show...

Goodnight, goodmorning.
  
Diario americano

BILL E HILLARY

27 agosto 2008 permalink 1commenti
Qui è l'una passata e domattina la sveglia suona alle 6.30. Vado veloce.

Giornata magnifica: Bill Clinton formidabile, seguito da Lagos, Fischer, Mary Robinson... insomma, alto livello. Cibo per la mente, tanti nuovi pensieri. Una di quelle cose che sei lì le ascolti e pensi: sto imparando qualcosa. Bello.

Poi sono andata ad un seminario sulla difesa e la national security con due dei principali consiglieri di Obama sul tema (uno di loro lo ha accompagnato nel viaggio in Afghanistan, Medio Oriente e Europa). Interessante che il loro punto di vista sulla Russia sia nettamente diverso da quello della Casa Bianca: Mosca va inclusa di più, e non esclusa, nella comunità internazionale. Dialogo, dialogo, dialogo - insieme all'Europa. E' più efficace e meno pericoloso.

Poi di corsa all'incontro di Emily's list - donne ovunque, ed a parlare Hillary, la Pelosi e Michelle.
Poi Greenberg - interessante che abbia detto una cosa che si è puntualmente verificata la sera alla Convention: ovvero che quello che manca alla campagna dem è sottolineare che MacCain prolungherebbe di fatto di 4 anni le politiche della presidenza Bush. E puntualmente lo slogan della serata è stato: 4 more months, not 4 more years. Geniale.

Poi al Pepsi - nel frattempo è arrivato Veltroni, incontro con Dean (sempre più cordiale) poi a sentire la Clinton. E' stata la prima volta che mi è piaciuta (forse perchè invitava a votare Obama...). A tratti è riuscita quasi ad emozionare. Due cose belle: che in America puoi diventare chi vuoi diventare (più o meno - a lei non è proprio riuscito), e che questo è il paese dove non si rinuncia mai (keep going).

Se qualcuno ne ha voglia, vada a vedersi l'intervento del Governatore del Montana, una potenza.

Questo è il diario che esce oggi su Europa: 

"Noi italiani siamo sempre un po’ provinciali. Anche chi parte con le migliori intenzioni finisce col cadere nel complesso di inferiorità, paragonando situazioni così diverse da non avere quel minimo comun denominatore che permette il confronto, o al contrario non vedendo che alcuni difetti sono ampiamente condivisi. Così, la domanda delle domande per noi democratici che siamo qui a Denver alla Convention dei Democrats è: perché non siamo meravigliosi e perfetti come loro?

A vivere la prima giornata al Pepsi Center tra i gradini del primo anello, agitando i nostri cartelli “one nation” ed ascoltando le parole forti di Ted Kennedy e poi quelle dolci ed incredibilmente umane di Michelle, sentendo l’energia priva di rancori e complicazioni che saliva dalla platea, in effetti un po’ di invidia un democratico italiano può ragionevolmente provarla. Il partito è unito (o almeno dà ottima mostra di unità, il che ai fini della comunicazione elettorale è egualmente efficace), il discorso semplice e chiaro, l’entusiasmo neanche offuscato da un dubbio.

Eppure, se trasferissimo questa prima giornata di Convention in Italia, se traducessimo i bellissimi discorsi nella nostra lingua, se immaginassimo l’apertura di un congresso del PD esattamente così, credo che ben pochi ne sarebbero soddisfatti. Troveremmo povera l’analisi e poco articolata la proposta. Troveremmo falso ed ipocrita l’unanimismo di facciata, i buoni sentimenti di chi ha perso e sorride. Troveremmo noiosa la ripetizione esasperata di quei tre semplicissimi messaggi che ogni esponente dei Democrats ripete ormai da quasi due anni: porre fine alla guerra in Iraq (si è recentemente aggiunto “responsabilmente”), garantire che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi, ed investire sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Tre messaggi semplici semplici che come un mantra perforano la memoria dei più distratti elettori. E poi ovviamente il cambiamento, il futuro, la speranza, l’unità, il ritorno dell’American dream. Efficacissimo. Magnifico. Perfetto. Eppure temo che quello che qui, in mezzo ai cartelli blu e i palloncini, sembra davvero magico ed invidiabile (compresa l’umanissima capacità di una moglie di commuoversi e commuovere nel parlare in modo del tutto privato del marito), trasportato a casa nostra ci parrebbe ridicolo, piccolo, povero – troppo semplice. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, un passaggio drastico dal bizantinismo mediterraneo alla semplicità della asciutta logica anglosassone, per poter davvero pensare di fare politica così. Il che non sarebbe affatto male, tutt’altro – ma è bene essere consapevoli che la strada che porta a quella perfetta semplicità è l’esatto opposto di quella che porta ai nostri passatempi preferiti (che si tratti di politica o di calcio): l’ “aprire una riflessione”, l’ “approfondire l’analisi”, il commentare il commento del commento. La complessità del pensiero – e spesso della vita.

Nel frattempo, accecati dall’invidia per la semplicità altrui (che non vorremmo replicare), non vediamo i limiti e le ossessioni, le psicosi, che i democratici sulle due sponde dell’Atlantico in realtà condividono: la paura atavica di perdere; la tendenza a vedere sempre ciò che non funziona nel proprio campo, la vocazione all’autocritica che a tratti sfocia nell’autoflagellazione; il perfezionismo che oscura i buoni risultati. Si può facilmente arrivare al paradosso di sentire da un americano democratico, in questi giorni di apoteosi di un fantastico candidato destinato probabilmente a cambiare la storia del mondo, che sì Obama è il candidato perfetto – ma forse la sua perfezione è un limite."

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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