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federica mogherini
Diario americano

UNA PARTITA APERTA

9 settembre 2008 permalink 4commenti
Perchè McCain sale, nei sondaggi, fino a superare Obama? La Palin funziona così bene? In parte sì. E non perchè è donna, credo. Ma perchè fa innalzare alle stelle il livello di identificazione per l'americano medio. E' una che fino all'anno scorso non aveva il passaporto, come la maggior parte degli americani. E' una che se intervistata rischia di fare gaffe terrificanti, come qualsiasi americano (presidente attuale incluso, ed è stato eletto per due volte, nonostante o grazie a questo). E' una normale, che sicuramente capisce i problemi ed i punti di vista di tutti i cittadini normali. e la sua inesperienza bilancia l'esperienza di McCain, la rende più umana. Il ticket ora ha tutto: un esperto di Washington indipendente a sufficienza per andare contro Washington (almeno, questo è il messaggio), ed una mamma normale ed agguerrita che conosce la vita vera dei veri americani.

Obama ha capito l'antifona ed ha iniziato a correre ai ripari già durante la Convention di Denver, mettendo in luce il suo lato "middle class" (contro i miliardi di MCCain) e spiegando che ciò che conta non è (sol)tanto che lui racconti le sue idee, ma che sappia quali sono le idee - meglio, le priorità e le preoccupazioni - degli americani. "Questa campagna elettorale non ha mai riguardato me, ma voi", ha detto allo stadio.  

Non credo che avere Hillary come vice lo avrebbe aiutato, in questo sforzo di "normalizzazione" della sua immagine. Anzi. Lei è quanto di più "anormale" possa esserci, per l'immaginario collettivo dell'americano medio. Avrebbe, credo, sommato NY a Chicago, cosa non rassicurante per chi vive nell'america profonda. Avrebbe allontanato quella maggioranza di indecisi che la odiano. Ed avrebbe catalizzato l'attenzione sui disaccordi, le rivalità interne, la difficile coabitazione. Credo che Biden (nome a parte) assolva meglio la funzione di rassicurare l'america profonda della veracità del ticket. Lui, il suo sorriso bianchissimo e la sua famiglia infinita.

Sarà dura, sarà aperta, credo, fino alla fine. Certo, i sondaggi tendono a sottostimare gli elettori che non hanno il telefono fisso in casa - quindi i più giovani, i più dinamici, i più obamiani. E certo, comunque vada si chiuderà un epoca (quella della paura) e se ne aprirà  un'altra epoca. Perchè oggi è ovvio che i Democratici tentino di mettere in luce gli elementi di continuità tra Bush e McCain, ma credo che anche loro sappiano che molte cose cambierebbero - e non potrebbero che cambiare in meglio, perchè peggio di così... Certo, la differenza dell'esito sarà abissale: con Obama si entra in una fase del tutto nuova della politica americana (e quindi mondiale), con McCain si potrà al massimo trattare di aggiustamenti di rotta.

Last but not least, grazie a Lapo Pistelli ho due foto souvenir di Denver...




Con Howard Dean al Pepsi Center, e allo stadio prima di sentire Obama (tra Veltroni ed una simpatica signora di Denver moglie di un pilota militare e madre di 3 figli, di cui due al loro primo voto)


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Diario americano

BACK HOME

30 agosto 2008 permalink 11commenti
Rientrata, distrutta (ho fatto 3 pasti in 6 giorni, e mai più di 5 ore di sonno a notte, per finire con un volo di 13 ore senza chiudere occhio). Felice, perchè è stato un viaggio meraviglioso, indimnticabile. Ora soffrirò di mal d'America per un bel po'. Un primo sguardo a un quotidiano italiano mi ha già fatto venire la nausea. Forse stacco per qualche giorno, metto un po' di vuoto tra questa grande esperienza e la ripresa...

Questo è il mio diario americano su Europa di oggi:

"Alla fine di questa fantastica settimana, provo a fare un bilancio.

Da un punto di vista personale, è stata un’emozione che ricorderò per tutta la vita. La sensazione, non frequente, di essere nel luogo dove si fa la storia. La possibilità unica di affiancare all’ascolto delle parole le immagini, i suoni, i colori – nello stadio il tremare delle gradinate sotto l’entusiasmo di 80.000 persone normali, normalissime, e l’odore degli hot dog mentre laggiù sul palco scorre il futuro. Emozionante, unico, aspettare l’accettazione della nomination di Obama. Anche se il discorso è stato diverso da come mi aspettavo. Da una prospettiva strettamente personale, mi sarebbe piaciuto assistere al più grande dei suoi grandissimi discorsi: alto, evocativo, il richiamo vivente al sogno dell’America di 45 anni fa. Ed invece ha scelto di cambiare piano e registro, di fare non l’ultimo dei suoi fantastici discorsi da candidato alle primarie, ma il primo da candidato Presidente. Asciutto, concreto. Non un sogno ma una solidissima realtà. Era quello che doveva fare, dimostrare che è pronto a deliver.

Ascoltandolo, non si poteva non ripercorrere con la memoria le tappe ed i temi della nostra ultima, breve ed intensa campagna elettorale. Il cambiamento, il futuro, il bene del Paese, l’unità, la concretezza delle proposte, la rottura di alcune innovazioni coraggiose, la convinzione che il proprio paese meriti di meglio e possa essere meglio di come appare oggi.

Cosa ci è mancato, per vincere? Probabilmente otto anni di Bush. Poter evocare il cambiamento sapendo che il 70% degli americani desidera vedere una netta discontinuità con l’attuale amministrazione – e non essere neanche lontanamente assimilabili a quell’oggi che si vuole superare. Ci sono mancate al tempo stesso le radici nobili (quello che per Obama è stato il richiamo a Kennedy e Clinton), e l’essere nuovi in modo certificato, sperimentato, credibile. E forse ci è mancato un paese coraggioso, proiettato al futuro ed in grado di assumere responsabilità che pesano come macigni, ma che costruiscono la storia.

Certo, Obama non ha ancora vinto. E non è detto che vinca. Ma l’alternativa è netta, chiarissima: chiudere la lunga stagione della paura iniziata l’11 settembre e tornare a guardare con fiducia e determinazione al futuro, al sogno americano della possibilità per ciascuno di costruire la propria vita nel migliore dei modi. Non è detto che l’America sia pronta a superare la paura e tornare se stessa, ma è certo che il modo migliore per spingerla a farlo è stato fare richiamo alla responsabilità individuale di ogni cittadino a “portare il cambiamento a Washington” senza aspettare che venga da Washington, esattamente come Kennedy invitava a non chiedersi cosa l’America può fare per te ma cosa tu puoi fare per l’America.

E ci è mancata l’organizzazione scientifica e capillare che – al di là dei fuochi d’artificio e dei coriandoli – è riuscita a coinvolgere milioni di americani nuovi alla politica, farli contare, affidare davvero alle loro parole il destino del risultato elettorale. Il livello di responsabilizzazione e delega che questa macchina perfettamente ideata e oliata è riuscita a realizzare, in un paese che è un continente, non ha precedenti nella storia americana e presumibilmente in quella della politica nel mondo. Ed è un promemoria da portare a casa: non c’è nulla di casuale ed accidentale nella partecipazione di massa e popolare – ci vuole il lavoro duro e rigoroso di migliaia di persone capaci di rendere quella partecipazione reale, organizzata, capace di incidere. Ed ancora, portiamo a casa la grande lezione di serietà di un paese dove è possibile congratularsi con l’avversario nel più aspro dei passaggi della campagna elettorale, dove il fairplay è un valore di civiltà e non un’illusione da ingenui, ed il grande senso di responsabilità di un partito che riesce a mettere al primo posto il futuro del paese."

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Diario americano

QUELLO CHE POSSIAMO INVIDIARE

29 agosto 2008 permalink 5commenti
Questo è il mio diario americano su Europa di oggi:

Un’interessantissima ricerca del Pew Research Center che ci è stata presentata in anteprima all’International Leaders Forum indica che in quest’ultimo anno le priorità degli americani si sono rovesciate a tal punto da mostrare il volto di un paese totalmente diverso da quello che i candidati avevano analizzato nell’impostazione delle loro campagne. Nel 2007 al primo posto delle preoccupazioni si trovava l’Iraq (che oggi è al quarto posto), ed al quinto il terrorismo internazionale – oggi sparito dalla top 5. Nel 2008, gli americani vogliono risposte sull’economia, l’energia, il sistema sanitario. E’ impressionante il numero di coloro che pensano si debbano concentrare più energie sui problemi interni. Il ragionamento pare logico: spendere risorse all’estero, in un momento di crisi economica, per avere un pessimo ritorno di immagine e nessun impatto sulla vita reale delle persone, non è un’idea geniale. Trovo fenomenale come la risposta dei democratici a questo cambiamento radicale non sia una corsa all’isolazionismo, ma un rinnovato impegno al multilateralismo, ed una visione radicalmente nuova delle strategie di difesa e di sicurezza nazionale – che arriva ad indicare la questione ambientale ed energetica come prima priorità. Bill Clinton ha detto ai delegati: “L’urgenza è restaurare il sogno americano, e la leadership degli USA nel mondo. Potremo essere forti fuori, solo se saremo forti internamente”. Un ottimo promemoria della differenza che passa tra rispondere al paese capendolo ma guidandolo, e seguirne gli impulsi.

Tanto più che continuano a tornare dall’Iraq giovanissimi soldati feriti, se vivi – ed aumenta vertiginosamente il numero dei suicidi tra loro. Per noi europei i veterani hanno 80 anni, non 20 – per noi la guerra appartiene al secolo passato. E quando alla Convention ha parlato una ragazza rientrata da Baghdad senza gambe, ed abbiamo visto il video di omaggio agli “eroi dell’Iraq”, da italiana ho provato profonda invidia per un partito capace di avere uno sguardo obiettivo sulla politica internazionale del proprio paese ed al tempo stesso un rispetto assoluto ed una sincera vicinanza emotiva con chi dedica la propria vita a servire l’America. C’è un senso civico che non credo di aver trovato in nessun altro paese del mondo – proprio qui, nella patria dell’individualismo – e penso nasca dalla capacità di non mettere in contrapposizione il singolo e la comunità, di credere che la vita di ognuno possa essere più bella se la vita di tutti è migliore.

Così si spiega la grande bandiera che viene giù dal soffitto del Pepsi Center e l’indignazione per il tentativo di MacCain di insinuare la “non americanicità” di Obama – proprio lui che è l’incarnazione dell’ American dream -, e quel modo di dire “fellow Americans” invece di “fellow democrats” (e noi siamo ancora alle prese con “amici e compagni”), e l’orgoglio di essere americani, insieme alla ferocia del giudizio su quello che gli Stati Uniti sono stati negli ultimi otto lunghi anni. Nessun delegato capirebbe la nostra invidia di fronte alla naturalezza con cui qui ci si combatte senza odiarsi – tra partiti, e nei partiti. Biden ha definito MacCain “un mio amico” – da noi sarebbe stato fucilato all’istante. Hillary ha “lasciato liberi” i propri delegati ed Obama le ha dedicato uno degli applausi più caldi della Convention. Credo che il mito della superficialità americana sia indicativo del declino europeo. Certo, se Parisi fosse stato delegato si sarebbe dato fuoco, al momento della nomination: urlare “yeah” non è proprio il modo più formale per esprimere il proprio voto. Ma forse siamo arrivati ad un punto dello sviluppo della società, e del modo in cui i partiti organizzano la partecipazione dei cittadini alla vita politica, in cui ciò che conta davvero non è la formalità delle procedure, ma la sostanza delle scelte – chi le compie, quanto sono trasparenti, se sono giuste, e quanto potere si trasferisce a chi vuole assumersene la responsabilità.

Diario americano

IL PRESIDENTE CHE CAMBIERA' IL MONDO

29 agosto 2008 permalink 11commenti

Essere in quello stadio stasera è stata una cosa che non dimenticherò mai, in tutta la mia vita.

Il vento, il sole al tramonto, decine di migliaia di bandiere americane e l’onda metallica delle gradinate che tremava sotto il battere di piedi di tutte quelle persone – diverse l’una dall’altra, ognuna normale, normalissima, sorridente e tesa come prima di un concerto. La musica, mangiare un hot dog mentre parla Gore. Gli uomini della sicurezza con i binocoli in piedi sopra gli schermi, gli elicotteri sopra di noi. Accanto a me da una parte Veltroni, dall’altra una mamma di 5 figli due dei quali votano per la prima volta, il marito in marina.

L’attesa è lunga – 4 ore. La stanchezza è tanta. Poi entra lui. Tripudio. Potrebbe anche non parlare, lo applaudiremmo per un’ora intera. Il cambiamento è la sua faccia, la sua storia e la sua determinazione, il suo essere l’incarnazione del sogno americano – “la promessa che ognuno può fare della propria vita ciò che vuole”.

Se il clima è da concerto, lui stupisce e fa il suo primo discorso da Presidente. Ci si chiedeva come avrebbe fatto a non deludere le aspettative – il suo cammino segnato da discorsi memorabili, questo avrebbe dovuto superarli tutti. Invece ha spostato il piano della comunicazione. Niente sogni, tanta realtà. Per dimostrare che oltre a parlare bene sa anche cosa dev’essere fatto dal primo giorno nella Casa Bianca. Un discorso molto concreto, indicazioni di programma, qualche numero. Non è più, da oggi, il candidato alle primarie – ma a Presidente degli Stati Uniti. I fuochi d’artificio sono veri e non metaforici, la scenografia simil-Casa Bianca alle sue spalle è una promessa, ed abbraccia la famiglia come in una Beautiful afroamericana. Sono belli, simpatici, intelligenti – perfetti. Se avesse fatto sognare anche stasera, sarebbe sfumata ogni possibilità per l’americano medio di identificarsi con lui. E invece l’accento è andato sui problemi (che lui conosce e MacCain no – “it’s not that he doesn’t care, it’s that he doesn’t know, he doesn’t get it”), e sulle soluzioni.

Il passaggio più bello, senza dubbio quello sul cambiamento – “change doesn’t come from Washington but to Washington” – che richiama il chiedersi non cosa l’America può fare per te ma cosa puoi fare tu per l’America di Kennedy. E’ un costante mettere al centro la vita delle persone – “questa campagna non è mai stata su di me, ma su di voi”. E’ duro con MacCain, ma elegante. Lo stadio gli tributa anche un applauso – da veterano di guerra. Non è l’Obama di Berlino, o di Springfield – è il futuro Presidente che parla.

E’ tutto così perfetto che se non vince è davvero finita. Sono convinta che cambierà l’America - quindi il mondo. Se vincerà, e se perderà – il 5 novembre il mondo sarà, in ogni caso, diverso da com’è oggi.


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Diario americano

DELIVER

28 agosto 2008 permalink 3commenti

Questo è il mio diario americano che oggi è su Europa:

“Tra un candidato con cui condividi il 100% delle posizioni ma sai che non ne realizzerà alcuna, ed uno col quale sei d’accordo sul 50% delle proposte ma credi che quelle le realizzerà, per quale voteresti?” – così Bill Clinton ha aperto il suo intervento all’International Leaders Forum qui a Denver, ponendoci di fronte alla più cruciale delle questioni della politica moderna: la capacità di deliver, di ottenere o meglio consegnare risultati. La risposta è quasi scontata - per molti ma forse non per tutti, se si pensa a quanto spazio continuano ad avere soprattutto sulla scena europea partiti “di testimonianza” che si propongono agli elettori dichiarando esplicitamente il proprio totale disinteresse a governare. Credo si possa definire attraverso la risposta a questa domanda la differenza tra un comportamento politico/elettorale ideologico ed uno post-ideologico, o “pragmatico”. In realtà, sono certa che uno come Clinton non potesse pensare alla politica di testimonianza (per un americano è una contraddizione in termini), ma piuttosto agli strumenti che la politica ha (o non ha) per realizzare gli impegni che assume, con i cittadini e con la comunità internazionale. Prendiamo gli accordi di Kyoto: Clinton ha definito la loro ratifica il primo provvedimento sul quale il Congresso lo ha battuto prima ancora che avesse il tempo di presentarlo. Eppure, a suo dire, se anche la storia fosse andata diversamente, con ogni probabilità gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto gli obiettivi – com’è successo per la maggior parte dei paesi che hanno sottoscritto quegli impegni. Promettere e non mantenere, impegnarsi e non riuscire – questa è la lenta morte della democrazia, la radice della sua perdita di credibilità, della disaffezione dei cittadini. Linfa per l’antipolitica, che nasce solo dove la politica non funziona. Il rimedio? L’accountability forse – ovvero la trasparenza, il render conto – che richiede però opinioni pubbliche attente, esigenti e dotate di abbondante senso critico. La capacità di scegliere le soluzioni con lungimiranza, guardando all’interesse generale dell’oggi e del domani, ed il coraggio di prendere decisioni impopolari se necessarie. Scegliere la strada giusta, la misura più efficace per risolvere un problema, avere lo sguardo fisso sulle conseguenze che ogni scelta ha sulla vita quotidiana delle persone reali, comuni. Scegliere non tanto tra “right or left”, ma tra “right or wrong” – come un Governatore ha detto oggi alla Convention.

Ecco, mentre ascoltavo queste cose, pensavo che in realtà abbiamo qualcosa da invidiare a questo paese in cui i delegati alla Convention agitano bandierine e rispondono a coro alle domande retoriche dello speaker di turno (“Vogliamo altri 4 anni uguali a questi ultimi 8…?!” – “NO!!!”), come si balla la macarena nei villaggi turistici. Che in tre giorni che sono qua non ho mai sentito la parola “bipartisan”, ma ho sentito la Clinton elogiare MacCain come uomo e come politico, e poi spiegare che semplicemente la sua ricetta non è quella giusta. Senza drammi e senza insulti. Che tutti i governatori intervenuti finora si sono vantati di essere riusciti a fare qualcosa di buono per il loro Stato (che fosse la riduzione delle tasse o l’energia rinnovabile) unendo tutti i cittadini, insieme ai Repubblicani – e che così loro sono riusciti a deliver, conquistando la fiducia degli elettori alla politica ed alla loro, di parte politica. Il modo migliore di onorare il servizio alla comunità: scegliere sempre nel merito.

Se la vediamo così, è più semplice capire l’unità dei Democrats dopo primarie così feroci: tra MacCain ed Obama, Hillary sceglie Obama. Il raggiungimento del risultato (un Democratico alla Casa Bianca) è il modo migliore, dice, per non sprecare tutto il lavoro fatto fin qui. Forse abbiamo qualcosa da imparare.

Diario americano

GRANDI UOMINI, GRANDI FAMIGLIE

28 agosto 2008 permalink 8commenti
Anche oggi è stata una giornata eccezionale. Iniziata con una tavola rotonda sulla politica estera americana, con Holbrooke e la Albright ed i dati di una ricerca che mostra inequivocabilmente come l'opinione pubblica abbia rovesciato l'ordine delle priorità, nell'ultimo anno: l'economia ha preso il posto dell'Iraq, seguito da energia e sistema sanitario. Il terrorismo è scomparso dalla top 5. In particolare l'elettorato democratico chiede meno interventismo all'estero e più multilateralismo. La sicurezza nazionale resta importante, ma si ritiene che il modo migliore per ottenerla sia più diplomazia e lavoro in partnership con il resto della comunità internazionale.

Poi ho fatto un'intervista a Radio Radio, un po' di shopping democratico (i gadget della Convention - al rientro li metterò all'asta...), e di corsa ad un incontro a porte chiuse di Bill e Hillary con i loro sostenitori / finanziatori in un grande albergo del centro. Ho l'impressione che la voglia di fare campagna per Obama sia reale - difficile dire se sincera. Se non altro, perchè è il miglior modo (e forse l'unico) di avere un ruolo crescente nella politica americana, per Hillary e per il clan dei clintoniani. Con Obama alla Casa Bianca, ed eletto anche grazie ai Clinton ed alla loro generosità, Hillary può ritagliarsi un ruolo di primo piano al Senato, ed eterna riconoscenza. Credo sia questa la ragione per cui Bill ha detto - e sembrava autentico - che Hillary è totalmente sincera quando dice che vuole Obama eletto Presidente. D'altra parte, una conferma è arrivata nel pomeriggio dalla "liberazione" dei delegati della Clinton dal vincolo di votare per lei - il che ha portato ad un voto per acclamazione sia di Obama che di Biden degno davvero del Congresso del Partito Comunista Cinese (ci fosse stato Parisi...!)

Finiti i discorsi Veltroni ha brevemente incontrato Bill - i due si conoscono da tempo -, poi siamo corsi ad un pranzo veloce (è stato comunque l'unico pasto da quando sono qui, vado avanti da giorni a barrette di cereali, biscotti, tartine che ti capita di acciuffare alle reception, e poco altro) nel ristorante di un ragazzo fiorentino che vive qui da diversi anni e che ci aveva invitato a conoscere altri italiani di Denver. Un'ottima pizza, ed una chiacchierata interessante. Il nome del ristorante è Parisi - siamo perseguitati...!

Finita la pizza, di corsa alla festa dei Kennedy dove abbiamo salutato Kerry (figlia di Bob, impegnata con la sua fondazione nella promozione dei diritti umani, da diversi anni è spesso in Italia e tante volte l'abbiamo ospitata in iniziative anche di campagna elettorale) ed Ethel, la madre - donna fantastica. Probabilmente metà della sala era riempita da vari Kennedy, tutti con quello stesso tratto riconoscibile da lontano - una vera dinastia, con la nobiltà del pensiero ed un destino spesso drammatico. 

Prima ancora che finisse la festa, di corsa al Pepsi Center per la sessione forse più densa della Convention: il voto dei delegati, poi i discorsi di Bill (grande grande grande - il migliore, ad eccezione ovviamente di Obama), Kerry (un bell'intervento, probabilmente pronunciato da qualcuno di più carismatico avrebbe anche funzionato), Biden (aperto e diretto, rassicurante come pochi, uno a cui lascresti tranquillamente le chiavi di casa). Nell'ordine, ho pensato che: 1) Bill in realtà odi la moglie, tanto è stato convincente il suo sostegno a Obama; 2) l'apparizione di Kerry servisse a ricordare ai democratici non ancora convinti da Obama che nel loro recente passato hanno avuto di peggio; 3) l'infinita famiglia di Biden, dalla mamma ai nipotini belli e biondi che si prendevano in braccio a vicenda, dava quell'immagine da telefilm pomeridiano tanto familiare ad ogni americano, in stile Jefferson se non ricordo male. Ogni intervento preceduto e seguito da testimonial del mondo militare: veterani (non immaginate vecchietti: sono quelli dell'Iraq e sono più giovani di me), una donna generale, un repubblicano convertito perchè "il Grand Old Party non ha più nulla di Grand ed è solo Old". 

E poi è comparso lui, la star, il candidato perfetto, che sul palco circondato dai bambini infiniti bianchi belli e biondi della famiglia Biden sembrava un angelo nero, un pastore nel gregge. Disinvolto in tutte le sue possibili espressioni facciali, dal sorriso al piglio di commander in chief, ha spiegato che domani si va allo stadio perchè così tutti quelli che voglioni potranno entrare (non è così in realtà, ma chi guarda la tv non lo sa), ed è giusto che la Convention non parli solo ai delegati ma ne possano essere protagonisti quelle tante "persone normali che fanno cose straordinarie".  

E domani andremo anche noi a vedere lo show...

Goodnight, goodmorning.
  
Diario americano

BILL E HILLARY

27 agosto 2008 permalink 1commenti
Qui è l'una passata e domattina la sveglia suona alle 6.30. Vado veloce.

Giornata magnifica: Bill Clinton formidabile, seguito da Lagos, Fischer, Mary Robinson... insomma, alto livello. Cibo per la mente, tanti nuovi pensieri. Una di quelle cose che sei lì le ascolti e pensi: sto imparando qualcosa. Bello.

Poi sono andata ad un seminario sulla difesa e la national security con due dei principali consiglieri di Obama sul tema (uno di loro lo ha accompagnato nel viaggio in Afghanistan, Medio Oriente e Europa). Interessante che il loro punto di vista sulla Russia sia nettamente diverso da quello della Casa Bianca: Mosca va inclusa di più, e non esclusa, nella comunità internazionale. Dialogo, dialogo, dialogo - insieme all'Europa. E' più efficace e meno pericoloso.

Poi di corsa all'incontro di Emily's list - donne ovunque, ed a parlare Hillary, la Pelosi e Michelle.
Poi Greenberg - interessante che abbia detto una cosa che si è puntualmente verificata la sera alla Convention: ovvero che quello che manca alla campagna dem è sottolineare che MacCain prolungherebbe di fatto di 4 anni le politiche della presidenza Bush. E puntualmente lo slogan della serata è stato: 4 more months, not 4 more years. Geniale.

Poi al Pepsi - nel frattempo è arrivato Veltroni, incontro con Dean (sempre più cordiale) poi a sentire la Clinton. E' stata la prima volta che mi è piaciuta (forse perchè invitava a votare Obama...). A tratti è riuscita quasi ad emozionare. Due cose belle: che in America puoi diventare chi vuoi diventare (più o meno - a lei non è proprio riuscito), e che questo è il paese dove non si rinuncia mai (keep going).

Se qualcuno ne ha voglia, vada a vedersi l'intervento del Governatore del Montana, una potenza.

Questo è il diario che esce oggi su Europa: 

"Noi italiani siamo sempre un po’ provinciali. Anche chi parte con le migliori intenzioni finisce col cadere nel complesso di inferiorità, paragonando situazioni così diverse da non avere quel minimo comun denominatore che permette il confronto, o al contrario non vedendo che alcuni difetti sono ampiamente condivisi. Così, la domanda delle domande per noi democratici che siamo qui a Denver alla Convention dei Democrats è: perché non siamo meravigliosi e perfetti come loro?

A vivere la prima giornata al Pepsi Center tra i gradini del primo anello, agitando i nostri cartelli “one nation” ed ascoltando le parole forti di Ted Kennedy e poi quelle dolci ed incredibilmente umane di Michelle, sentendo l’energia priva di rancori e complicazioni che saliva dalla platea, in effetti un po’ di invidia un democratico italiano può ragionevolmente provarla. Il partito è unito (o almeno dà ottima mostra di unità, il che ai fini della comunicazione elettorale è egualmente efficace), il discorso semplice e chiaro, l’entusiasmo neanche offuscato da un dubbio.

Eppure, se trasferissimo questa prima giornata di Convention in Italia, se traducessimo i bellissimi discorsi nella nostra lingua, se immaginassimo l’apertura di un congresso del PD esattamente così, credo che ben pochi ne sarebbero soddisfatti. Troveremmo povera l’analisi e poco articolata la proposta. Troveremmo falso ed ipocrita l’unanimismo di facciata, i buoni sentimenti di chi ha perso e sorride. Troveremmo noiosa la ripetizione esasperata di quei tre semplicissimi messaggi che ogni esponente dei Democrats ripete ormai da quasi due anni: porre fine alla guerra in Iraq (si è recentemente aggiunto “responsabilmente”), garantire che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi, ed investire sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Tre messaggi semplici semplici che come un mantra perforano la memoria dei più distratti elettori. E poi ovviamente il cambiamento, il futuro, la speranza, l’unità, il ritorno dell’American dream. Efficacissimo. Magnifico. Perfetto. Eppure temo che quello che qui, in mezzo ai cartelli blu e i palloncini, sembra davvero magico ed invidiabile (compresa l’umanissima capacità di una moglie di commuoversi e commuovere nel parlare in modo del tutto privato del marito), trasportato a casa nostra ci parrebbe ridicolo, piccolo, povero – troppo semplice. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, un passaggio drastico dal bizantinismo mediterraneo alla semplicità della asciutta logica anglosassone, per poter davvero pensare di fare politica così. Il che non sarebbe affatto male, tutt’altro – ma è bene essere consapevoli che la strada che porta a quella perfetta semplicità è l’esatto opposto di quella che porta ai nostri passatempi preferiti (che si tratti di politica o di calcio): l’ “aprire una riflessione”, l’ “approfondire l’analisi”, il commentare il commento del commento. La complessità del pensiero – e spesso della vita.

Nel frattempo, accecati dall’invidia per la semplicità altrui (che non vorremmo replicare), non vediamo i limiti e le ossessioni, le psicosi, che i democratici sulle due sponde dell’Atlantico in realtà condividono: la paura atavica di perdere; la tendenza a vedere sempre ciò che non funziona nel proprio campo, la vocazione all’autocritica che a tratti sfocia nell’autoflagellazione; il perfezionismo che oscura i buoni risultati. Si può facilmente arrivare al paradosso di sentire da un americano democratico, in questi giorni di apoteosi di un fantastico candidato destinato probabilmente a cambiare la storia del mondo, che sì Obama è il candidato perfetto – ma forse la sua perfezione è un limite."

Diario americano

TED E MICHELLE

26 agosto 2008 permalink 4commenti

Stanotte ho dormito (6 ore, ma l'importante è migliorare), e tra un'ora ripartiamo per il Forum: stamattina abbiamo una tavola rotonda con, tra gli altri, Bill Clinton e Lagos. Quindi l'aggiornamento è rapidissimo e sommario.

Ted Kennedy forte come un leone. Michelle dolce e autentica come una splendida moglie e madre. Obama in collegamento da Kansas City un po' ingessato - l'immagine era molto anni 50, statica e un po' imbarazzata di fare una cosa così banale, ma forse era proprio questo l'effetto voluto, molto poco star, molto reale (chiunque di noi, ripreso nel salotto di una famiglia di sconosciuti, con tutti gli sconosciuti intorno immobili e sorridenti, dovesse interloquire con moglie e figlie in diretta mondiale, si sentirebbe un po' uno scemo, presumo). L'organizzazione un disastro: tempi infiniti, sicurezza maniacale, una miriade di eventi in contemporanea e la città paralizzata. Ieri ho seguito un dibattito interessantissimo sul ruolo degli USA nel mondo con Holbrook e l'ambasiatore Russo che ha virato immediatamente e pericolosamente sulla Georgia.

Per ovviare un po' alla frettolosità del post, qui sotto il diario della prima giornata che ho scritto per Europa (ormai era... l'altroieri, per me!):

"Inizia l’avventura, qui a Denver – una parte della nostra delegazione è già qui: insieme a me sono arrivati Lapo Pistelli e Gianni Vernetti. Veltroni, Fassino e Rutelli ci raggiungeranno in questi giorni. Siamo ospiti dell’NDI, il National Democratic Institute presieduto da Madeleine Albright (padrona di casa in tutti i sensi, essendo Denver la sua città natale), che funziona un po’ da dipartimento internazionale dei Democrats. Abbiamo un denso programma di incontri riservato ai quasi 500 invitati dell’International Leaders Forum – leader di partito, ex (e forse futuri) capi di Stato e di governo, ministri, parlamentari da ogni parte del mondo: dalla Georgia al Cile, dal Giappone all’ Uganda, dalla Svezia all’Italia.

A fianco degli incontri del Forum, vedremo da vicino una Convention storica - o come la chiama un mio amico americano che Convention dei Democrats ne ha viste tante, e da molto vicino, “lo zoo”. La città è piccola e non pare offrire grandi attrazioni, se si esclude un bellissimo luna park che si staglia nello skyline tra i grattacieli e lo stadio dove giovedì sera Obama farà uno dei discorsi più importanti e difficili di questa lunghissima campagna elettorale. L’attrazione è “lo zoo”: il groviglio di delegati e curiosi che si aggira per le strade in cerca di un evento in cui intrufolarsi, una “reception” che non abbia liste d’ingresso chiuse all’entrata, chi in giacca e cravatta chi in shorts, tra i 10 gradi dell’aria condizionata dei grandi alberghi ed il caldo torrido della fine di agosto nel bel mezzo del deserto americano. E’ la mia prima Convention, e a prima vista mi ricorda tanto i Forum Sociali di Porto Alegre: le bancarelle che vendono cibo biologico e i gadget, musica ovunque, i fiori e gli hippy di ritorno – un grande bazar a cielo aperto, un suk dove ognuno cerca e prende ciò che vuole, ignorando il resto. Credo che tutti possano sentirsi un po’ a casa, qui, ed al tempo stesso ad una grande festa.

Se è uno zoo, non è ben chiaro chi fa la parte degli animali in gabbia e chi quella del visitatore: molti si fanno fotografare accanto al “big” di turno, ma si ha la sensazione che per i politici l’attrazione sia la massa confusa rumorosa e curiosa di gente che è venuta a vedere l’evento, a partecipare ad un pezzetto di storia di questo grande paese , per poter raccontare ai nipoti che “quel giorno, quando il primo presidente nero della storia d’America ha avuto la nomination, io c’ero”. Qui ci si crede, che la vittoria sia a portata di mano, ma ho l’impressione che si sia consapevoli (oggi più di qualche mese fa) delle difficoltà e delle insidie che un avversario atipico come MacCain può opporre alla marcia trionfale di un candidato carismatico, giovane, intelligente e con sufficiente esperienza politica da toccare i tasti giusti: il cambiamento, il futuro, l’unità, la speranza. Che l’America sia davvero pronta a guardare avanti e lasciarsi alle spalle il lungo capitolo della paura aperto l’11 settembre, che sia pronta a credere di nuovo nella possibilità di vivere e costruire l’ American dream , che in tempi di recessione economica non si rifugi piuttosto nel più rassicurante vecchio (una colpa davvero imperdonabile qui) veterano bianco, questo è tutto da vedere.

Alla Convention il 40% dei delegati è espressione di una minoranza. Ma quando i maggiorenti (bianchi) del partito parlano della “grande svolta epocale” di un candidato nero lo fanno con un’enfasi ed un imbarazzo colpevole che li rende molto distanti dal messaggio di superamento delle divisioni razziali che un nero come Obama (e tanti altri, neri o bianchi che siano, della sua generazione) è capace di fare.

Vedremo durante questa straordinaria settimana se i Democrats per primi sono pronti ad entrare pienamente nel nuovo millennio e metabolizzare il passato – o se i loro elettori si sono spinti più avanti di quanto il partito non sia in grado di fare. Qui è palpabile la tensione tra i delegati eletti dalla base (con primarie e caucus), vincolati al candidato per il quale sono stati eletti, ed i “superdelegates” di Washington (830 su più di 4.000). Due di loro – l’ex vicepresidente Mondale e l’ex presidente del partito Kirk – ieri durante il primo degli incontri cui abbiamo partecipato si giustificavano con imbarazzo del loro status di superdelegates adducendo il motivo della “necessità di una supervisione adulta” alle dinamiche della Convention…"

Diario americano

SLEEPLESS IN DENVER

25 agosto 2008 permalink 3commenti
Sono le 4 del mattino, ed ovviamente sono sveglia. Mi ero illusa che dormire in aereo 4 delle 12 ore totali del viaggio mi avrebbe consentito di assorbire con relativa facilità un fuso orario di 8 ore da cambiare due volte in una settimana. Ha funzionato solo in parte: all’arrivo a Denver, a mezzogiorno ora locale (le 8 di sera in Italia), sono riuscita a reggere due ore di Albright e Mondale sulle regole delle primarie e delle Convention, ed altre due ore di “reception” con i relativi obblighi/piaceri sociali che comporta - saluti baci abbracci scambi di biglietti da visita e aggiornamenti sulla vita di persone che non vedi da un bel po’ e che a volte sei anche sinceramente felice di ritrovare.

Alle 10 ero a letto (le 6 del mattino in Italia), ma alle 3 in punto sveglia come se fosse mezzogiorno. Tutta la melatonina e le strategie del sonno del mondo non mi libereranno mai da questa cosa: ogni volta che sono in America, semplicemente non dormo. Una volta sveglia, scatta il pensiero che dall’altra parte dell’oceano è pieno giorno, si può telefonare e mandare email e il “tuo” mondo è connesso, ed è la fine. Così eccomi a raccontare questo inizio d’avventura seduta alla scrivania della mia enorme stanza di hotel (fornita anche di tavolo da pranzo e cucina, chissà perché), nel mezzo del deserto tra Denver e l’aeroporto, con fuori il buio e il vento di una notte di fine agosto e qualche altra finestra dell’hotel di fronte illuminata a testimoniare che qualche altro europeo soffre di jetlag esattamente come me.

Oggi inizia la Convention. Sono qui per l’International Leaders Forum, il programma che l’NDI (National Democratic Institute della Albright, che funge da dipartimento relazioni internazionali dei Democrats) organizza ogni 4 anni per guidare gli ospiti internazionali alla scoperta della Convention. Abbiamo un programma fitto di incontri e tavole rotonde, durante le quali esponenti di primo piano della politica (non solo ma prevalentemente democratica), del giornalismo e dei think tank illustrano e dibattono i differenti aspetti della fase politica. Siamo 500 ospiti internazionali, provenienti davvero da tutto il mondo – dalla Georgia al Giappone, dall’Uganda al Cile, dalla Giordania alla Svezia. Leader di partito, capi (ed ex, e forse futuri) di Stato e di governo, Ministri, parlamentari, varia ed interessante umanità. Per il momento siamo qui in 4, per il PD (io, Lapo Pistelli, Gianni Vernetti e Luca Bader), tra domani e dopodomani arrivano Veltroni, Rutelli e Fassino.

La settimana sarà intensa, emozionante e divertente – “uno zoo”, mi ha detto un Democrat che di Convention ne ha viste tante. Uno zoo in cui animali e spettatori si confondono. Gran caos, musica e stand e fantasiose manifestazioni per le strade di una città altrimenti poco vivace – ieri si aggirava per il centro un enorme gabinetto con le gambe che attirava l’attenzione dei delegati e dei passanti sullo spreco d’acqua che comporta lo sciacquone… Il clima mi ha immediatamente ed istintivamente ricordato quello dei Forum Sociali, un bazar dove ognuno prende ciò che più trova interessante.

Ma la Convention non è ancora iniziata – apre oggi con Michelle Obama (sono davvero curiosa di sentirla), la Pelosi e un tributo a Ted Kennedy. Per ora, avendo passato “nello zoo” solo 4 o 5 ore, ho già avuto una buona dose di contatti ed input: il “panel” sulle regole delle primarie e delle convention è stato interessante (ho scoperto ad esempio che un candidato indipendente può avere accesso ai tre dibattiti televisivi finali della campagna solo se almeno 5 sondaggi a livello federale gli attribuiscono un consenso superiore al 15% - altro che soglia di sbarramento al 3 o al 5!); ho ascoltato la Albright, la Pelosi, e l’ex vice presidente Mondale (parecchi ex, nel nostro programma – il che stride un po’ con l’accento sul futuro della Convention e della campagna di Obama). Soprattutto, ho salutato i miei amici dell’NDI e Howard Dean, che si è mostrato ben più amichevole di quanto potessi prevedere - la nostra proverbiale ospitalità lo aveva stupito e colpito, quando era venuto al Congresso di scioglimento dei DS a Firenze, ed ha mantenuto con me un atteggiamento di amicizia riconoscente che solo per un americano è possibile assumere dopo solo 3 o 4 incontri… Ci eravamo già visti infatti al Congresso del PSE a Porto (incontro bilaterale Dean - Fassino e Dean - Prodi, altri tempi), poi avevo organizzato la sua visita in Italia l'anno scorso ed ero andata a trovarlo a Washington con Marina Sereni un anno fa (era il giorno in cui Veltroni faceva il discorso al Lingotto, se non ricordo male)

That’s all for now! (spero che gli altri aggiornamenti non saranno in notturna…)

Diario americano

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20 agosto 2008 permalink 3commenti
Tra 4 giorni parto per Denver...

Vacanze ristoratrici in montagna (poche passeggiate, tanto speck), poi un piccolo viaggetto in macchina tra Salisburgo, Monaco ed Innsbruck. Domani rientro a Verona, cambio di valigia a Roma, e... via!

Da lunedi´ diario della "mia" Convention su Europa, ed ovviamente qui.


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permalink | inviato da BlogMog il 20/8/2008 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
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