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Per la pace

DIFESA, ASCOLTIAMO LA LEZIONE AMERICANA

15 febbraio 2012 permalink 0commenti

Per una strana coincidenza (o forse no?) il Consiglio dei Ministri ha varato ieri il piano di ridefinizione del sistema di difesa, poco dopo la presentazione di Obama del bilancio per il 2013. Sono tempi di crisi economica, oltre che di ripensamento delle dinamiche globali, delle reali minacce alla sicurezza internazionale e degli strumenti più efficaci per fronteggiarle.
E questo fa sì che, inevitabilmente, il tema della ridefinizione dello strumento militare sia affrontato a partire sia da considerazioni strategiche, ma anche contestualmente dalle esigenze di bilancio. “Razionalizzazione”: questa è la parola d’ordine sulle due sponde dell’Atlantico.
Negli Stati Uniti la difesa subirà già quest’anno tagli consistenti, pari al 5% del suo bilancio complessivo – incluse missioni internazionali e programmi d’investimento, a partire dagli F35. Ed altri tagli verranno, nei prossimi anni – più o meno consistenti ma certi, a detta di tutti gli operatori ed analisti del settore. In Italia avremo oggi in commissione difesa, dal ministro Di Paola, i dettagli di un piano che Monti definisce «riforma strutturale anche sotto il profilo economico», e potremo quindi valutare come il governo intende attuare il principio, positivo, di razionalizzazione fin qui affermato.
È utile però fin da subito trarre qualche lezione americana, e provare ad adeguare alcune nostre scelte di investimento al più complessivo scenario internazionale. Parlo del programma di produzione degli F35, nato negli Stati Uniti ma di cui l’Italia è non, banalmente, “compratore” ma piuttosto “partner” al 4%, con investimenti già sostenuti, e conseguenti – ma ben più incerte – ricadute industriali ed occupazionali.
Ci sono, nel bilancio reso noto a Washington in questi giorni, due elementi che sarebbe saggio introdurre anche a Roma: da una parte una riduzione del numero di aerei ordinati, dall’altra una dilazione nel tempo. Gli Stati Uniti acquisteranno infatti quest’anno 29 F35: due in meno di quelli acquistati l’anno scorso (31), e ben sei meno del 2010 (35), per un risparmio di 1,6 miliardi di dollari. Inoltre, il bilancio indica che per 179 dei 423 velivoli di cui si prevedeva l’ordine per gli anni successivi al 2013, la decisione verrà presa solo dopo il 2017.
Lo stand by di quasi la metà dell’ordine comporterà una mancata spesa di 15,1 miliardi nell’arco dei prossimi cinque anni, e viene così argomentata nella nota che accompagna il bilancio: «Cambiamenti di priorità, ristrettezze finanziarie, e la necessità di ridurre la sovrapposizione tra sviluppo del programma e produzione iniziale». Le due prime motivazioni parlano da sole. La terza indica chiaramente come sia preferibile rallentare il programma per consentire di svolgere i test tecnici necessari a risolvere le criticità finora emerse, posticipando le decisioni sulla produzione ad una fase in cui si avranno maggiori certezze riguardo al loro successo.
Sono tre motivazioni importanti, niente affatto ideologiche ma anzi estremamente pragmatiche, che credo i partner internazionali del progetto – a partire dall’Italia – non potranno ignorare. Al contrario, dovremmo fare completamente nostre le argomentazioni americane, e comportarci in modo conseguente: il nostro bilancio soffre di ristrettezze anche più serie di quello americano; le nostre priorità strategiche sono sempre più mediterranee, e connesse con lo sviluppo di un sistema di difesa e sicurezza europeo, come il Consiglio supremo di difesa ci ha ricordato solo qualche giorno fa; e per chi è partner al 4% è ancora più essenziale procedere, come stanno facendo gli americani, ad una messa in stand by delle ordinazioni, se non altro per avere la certezza di non “bruciare” i propri investimenti in una fase non ancora “matura” del progetto.
Ascolteremo oggi le proposte del governo. Credo che sarebbe saggio tradurre le intenzioni, già positive, di “razionalizzazione”, in “riduzione” e “dilazione”. Seguiamo la lezione americana. 

Articolo pubblicato su Europa il 15 febbraio 2012


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Diario americano

LA RINCORSA DI OBAMA

7 novembre 2011 permalink 0commenti
Tra un anno esatto domani l’America andrà al voto per eleggere il suo presidente. Un anno è lungo, ed oggi le incognite sono più delle certezze, ma alcune chiavi di lettura emergono già chiaramente.
Innanzitutto, c’è la frammentazione e la debolezza del campo repubblicano. L’onda di popolarità dei Tea Party si è rivelata tanto potente quanto breve: ha dato alla destra americana la possibilità di riprendersi dalla sconfitta, vincere le elezioni di midterm, portare al Congresso un gran numero di politici tanto “nuovi” e radicali quanto inesperti del funzionamento della macchina legislativa, ed ora lascia dietro di sé una scia di insoddisfazione difficile da colmare e da ignorare.
Dopo la scelta di Sarah Palin di non candidarsi alle primarie repubblicane, ogni tentativo di dar corpo e voce alla destra estrema all’interno della competizione per la Casa Bianca è parsa priva di solide basi e di reali prospettive.
A meno che la Palin non scelga, lungo il percorso di questa lunga campagna, di fare la sua corsa solitaria contro tutti – e soprattutto contro il candidato repubblicano se dovesse essere “centrista” –, gli umori populisti dei Tea Party sono destinati a restare relegati nell’ambito della protesta. Una protesta che potrebbe danneggiare lo stesso candidato repubblicano, soprattutto se uomo di establishment o percepito come tale. È un rischio che corre Mitt Romney, il più probabile candidato repubblicano, ex governatore del Massachusetts, imprenditore, mormone (ma comunque religioso), certamente insidioso per i democratici.
Solido, ottimo oratore, carismatico e di bell’aspetto (conta anche questo, in America e non solo), il suo tallone d’Achille oltre alla religione è sempre stata l’accusa di essere una bandiera al vento, pronto a cambiare idea e posizione a seconda del momento, della convenienza.
Ma oggi che il livello di fiducia nelle istituzioni e nella politica è crollato drammaticamente anche da questa parte dell’Atlantico, l’opinione pubblica americana ha smesso di considerare la coerenza un valore assoluto, e inizia a ritenere fisiologico un certo grado di opportunismo.
Tanto vale quindi, tra gli opportunisti, scegliere il migliore, quello che ha più chance di vittoria perché piace a molti, anche al centro, agli indecisi, a chi di solito non vota – e qui è il segmento più rilevante dell’elettorato. Ma proprio questo suo piacere agli “indipendenti” può non piacere a chi si è mosso in questi anni fuori dal partito, a destra, nei Tea Party. Ci sono poi le divisioni aspre che queste primarie stanno portando in campo repubblicano, a partire dal caso Cain.
L’accusa di molestie sessuali degli anni Novanta, poi risolte con un accordo ed un risarcimento economico, che lui inizialmente nega, poi spiega, poi ritratta, lo inchioda all’immagine del candidato unfit, “non adeguato”, perché qui non devi mai mentire, perché una bugia rivelatasi tale fa più male di qualsiasi atroce verità. E quando Cain tenta di usare la vicenda a proprio favore, trasformandosi in vittima della stampa liberal, obiettivo di un complotto dell’establishment di Washington, ed accusa Perry di essere dietro allo scandalo sollevato contro di lui, fa anche peggio.
Banali lotte fratricide, che si alimentano di “antipolitica” e a loro volta la alimentano, a dimostrazione del fatto che la competizione interna non sempre è salutare.
Di fronte ad un campo repubblicano indebolito e frammentato, confuso ed arrabbiato, e che ha mostrato nei primi dibattiti una drammatica inconsistenza sul piano dei contenuti e delle proposte, c’è un presidente in carica costretto alla ricandidatura nel momento più difficile per la sua popolarità.
Inutile negarlo, Obama ha perso molta della sua forza in questi tre anni di crisi economica. La sua corsa alla Casa Bianca era stato un volo, un sogno spinto dalla speranza e dalla voglia di cambiamento. Poi l’America si è svegliata con un tasso di disoccupazione al 9 per cento – cifre inaudite, qui. Difficile pensare che ne porti addosso tutta la responsabilità, ovvio.
Molto ha fatto, e bene. La riforma del sistema sanitario. Le prime misure di stimolo all’economia. Il tentativo di una regolamentazione dei mercati finanziari. E poi la politica estera: mai un presidente democratico ha avuto tanta credibilità sul fronte della sicurezza nazionale (tema tradizionalmente di destra qui come in Europa), mai il consenso sul ruolo degli Usa nel mondo è stato tanto alto in anni recenti – dalle scelte sul disarmo nucleare al ritiro dall’Iraq, passando per un nuovo dialogo con il mondo arabo e con le potenze emergenti, anche se resta il nodo dell’Afghanistan, drammaticamente insoluto ma anche sempre meno importante agli occhi di un’opinione pubblica concentrata sull’economia.
L’economia, appunto. È qui che il volto di Obama si fa più teso, i capelli grigi. È qui che forse ha fatto il suo errore più grande – il braccio di ferro con un Congresso a maggioranza repubblicana che è diventata un’ammissione di debolezza, una cessione di ruolo difficilmente recuperabile. Durante l’estate, il presidente cerca il dialogo bipartisan sull’abbassamento del debito.
I repubblicani lasciano il tavolo, la loro strategia punta da sempre ad una paralisi istituzionale che scarichi sulla Casa Bianca la responsabilità delle misure non prese, dello stallo. Obama insegue, propone, alla fine insedia una “supercommissione” bipartisan incaricata di preparare un piano di tagli al bilancio molto pesanti, e consensuali, da sottoporre all’approvazione del Congresso il prossimo 23 novembre – altrimenti scatteranno tagli automatici ancora più pesanti, soprattutto per il settore della difesa, il cavallo di battaglia dei repubblicani.
Ora, è probabile che la supercommissione non arrivi ad un accordo, o che trovi un parziale compromesso per evitare che la scure si abbatta sul bilancio della difesa. Mai i repubblicani concederanno l’introduzione di nuove tasse in un anno elettorale, mai i democratici faranno passi indietro sull’istruzione o sul sistema sanitario.
Ma intanto, il tema sono i tagli, la riduzione del debito, e non gli stimoli per lo sviluppo, la crescita, i posti di lavoro. L’agenda è repubblicana, qualunque sia l’esito del braccio di ferro.
E poi, un presidente eletto sull’idea di unire un paese troppo diviso si sta confrontando da mesi con uno scontro frontale, in quella stessa Washington che dichiarava di voler cambiare, pacificare. Il tentativo di cambiare l’agenda è però in atto: il piano per il lavoro, pur se difficilmente andrà in porto al Congresso, sposta l’attenzione dalla riduzione del debito a quei temi sociali oggi cari alla gran parte dell’opinione pubblica americana, ed il movimento “Occupy Wall Street” contribuisce a cambiare le priorità, soffiando di nuovo su quel vento di cambiamento su cui Obama è oggi di certo meno credibile di ieri, ma in ogni caso ancora più di qualsiasi candidato repubblicano. La strada è ancora lunga, ed in salita per tutti.
L’entusiasmo di qualche anno fa è sparito, sia in campo democratico che in quello repubblicano. Difficile pensare agli alti livelli di partecipazione al voto del 2008, quando la vera vittoria di Obama era stata portare alle urne chi non aveva mai votato prima. È come se la gente oggi non ci credesse più. E forse è questo il prezzo più alto della crisi economica. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico.

Articolo pubblicato su Europa sabato 5 novembre 2011

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Diario americano

EUROPA E USA, DESTINO COMUNE

4 novembre 2011 permalink 0commenti

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Diario americano

OBAMA AL NIAF: SEGNALE DI AMICIZIA PER ITALIA, NONOSTANTE INADEGUATEZZA DEL NOSTRO GOVERNO

30 ottobre 2011 permalink 0commenti

“Con la sua presenza all'incontro annuale della National Italian American Foundation, ieri a Washington, il Presidente Obama ha voluto mandare un chiaro segnale di amicizia e vicinanza a tutti gli italiani, celebrando insieme alla Speaker democratica del Congresso Nancy Pelosi i 150 anni dell'unita d'Italia”. E’ quanto afferma Federica Mogherini, parlamentare e responsabile globalizzazione del Pd, da Washington, dove ha partecipato al gala annuale del NIAF.
"E' stato un momento emozionante ed importante, non solo per i tanti italoamericani che contribuiscono a fare grandi gli Stati Uniti, ma anche per tutti quegli italiani che lavorano e
vivono qui, e che sono troppo spesso costretti, in questi ultimi mesi, a dover rispondere ad ironie e critiche che nascono dall'irresponsabilità e dall'inadeguatezza di chi è al governo del nostro meraviglioso paese, che merita di essere rappresentato ben più degnamente”.


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Diario americano

OBAMA & IL FUTURO DELL'AMERICA SU YOUDEM

3 ottobre 2011 permalink 0commenti



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Per la pace

MORTO BIN LADEN: MONDO PIÙ SICURO ?

2 maggio 2011 permalink 0commenti

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Sulla stampa

WIKILEAKS: CONFERMA TOTALE ASSENZA DI CREDIBILITÀ DI BERLUSCONI

18 febbraio 2011 permalink 0commenti

“Quel che emerge dalle nuove rivelazioni di Wikileaks sull'Italia purtroppo non è che una triste conferma di quello che denunciamo da sempre: con questo governo il nostro paese è ostaggio della totale assenza di credibilità di Berlusconi”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Segretario in Commissione Difesa alla Camera.
“Importanti scelte sull'Afghanistan, sulle basi militari in territorio italiano, sulle armi in queste ospitate, non sembrano determinate da libere ed autonome valutazioni del governo sul merito, ma piuttosto appaiono come la compensazione per una debolezza altrimenti non sostenibile con alleati fondamentali quali gli Stati Uniti. E' questo, prima ancora del contenuto specifico delle scelte, a colpire e preoccupare: che possano esser state prese non perché ritenute giuste, ma perché ci si era messi nelle condizioni di non poterle valutare altrimenti. Questa debolezza, questa passività, fa male all'Italia, e proprio a partire dal nostro rapporto con gli alleati e con gli Stati Uniti, che potrebbe trarre solo vantaggio da un confronto serio e paritario sulle decisioni cruciali che riguardano tutti noi. Ma soprattutto, è una debolezza che gli italiani non meritano: i militari che operano con dedizione e coraggio in scenari difficili e pericolosi, i cittadini che vivono nelle aree limitrofe alle basi militari. Loro per primi, e con loro tutti gli italiani, devono essere certi che quando le istituzioni prendono una decisione che li riguarda da vicino, lo fanno esclusivamente perché ritengono quella scelta utile e necessaria, e non certo per compensare l'assenza di credibilità di un Presidente del Consiglio."


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Diario parlamentare

IN ATTESA DEL CAMPIONATO

16 settembre 2010 permalink 2commenti
1. Ieri la Camera ha ripreso i lavori d'aula. Una ratifica e due mozioni (entrambe di iniziativa dell'opposizione), e le risposte del governo al question time. Stop. Tutto tace, in attesa di un primo anche parziale bilancio della campagna acquisti in corso. Ovvio: prima si comprano i giocatori, solo dopo inizia il campionato. Quindi ora ci stiamo giusto scaldando un po' con qualche amichevole. Non so quanto tempo terranno in questo stato il Parlamento. Ma avrei tanto tanto voluto vedere con che faccia un qualsiasi rappresentante del governo si sarebbe presentato al Quirinale per lamentarsi del cattivo funzionamento della Camera dei Deputati (presumo con la solita, di faccia).

2. In questo vuoto da attesa, ieri abbiamo fatto tre cose che non sono (sarebbero?) irrilevanti: innanzitutto, una mozione che impegna il governo ad un lavoro serio e conseguente sugli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite (quelli relativi alla lotta alla povertà). Si apre a New York la prossima settimana il vertice ONU di valutazione sul raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, e l'Italia ci arriva con una credibilità pari a zero: tante promesse, tanti annunci solenni, e nessuna risorsa per mantenere quelle promesse e dar seguito a quegli annunci. Come se la cosa non ci riguardasse, come se la lotta alla povertà non fosse non solo un nostro dovere morale, ma anche un nostro specifico interesse nazionale - per contrastare la crescente instabilità di tante aree del mondo, i viaggi della disperazione di chi non ha nulla e va verso il nulla, i conflitti armati e quelli ideologici. Si continua a pensare che sia beneficienza, che si fa quando ce la si può permettere - mentre rischiamo di non potercela permettere proprio perchè non abbiamo ridotto le disparità che ammalano questo nostro mondo.

3. L'altra mozione che abbiamo votato ieri prova a rimediare al fatto che, a partire dal 2011, cesserà di essere operativa l'Assemblea Parlamentare dell'Unione Europea Occidentale, l'unico luogo dove i parlamentari dei paesi dell'UE, dei paesi candidati ad entrarvi, di quelli Nato non membri dell'UE ed alcuni rilevanti osservatori come la Russia, discutono di questioni relative alla sicurezza e alla difesa comuni. Al suo posto, la mozione impegna il governo a proporre l'istituzione di una conferenza interparlamentare molto più snella che si riunisca due volte all'anno a Bruxelles e svolga quella funzione di coordinamento delle politiche di sicurezza e difesa che ad oggi manca, provando a creare una connessione - se non una coerenza - tra il lavoro dei singoli Parlamenti nazionali tra loro e con quello del Parlamento Europeo. 

4. Per chiudere la giornata di "attesa del campionato", abbiamo chiesto conto al governo dell'aggressione libica al peschereccio Ariete - fatta, tanto per aggiungere al danno la beffa, da una motovedetta donata dall'Italia. Nè il Ministro dell'Interno nè quello degli Esteri hanno ritenuto che la cosa li riguardasse, ed hanno spedito Elio Vito, che avendo la delega ai rapporti col Parlamento fa il supplente su tutto, dalla coltivazione delle barbabietole ai trattati internazionali. Vito ha detto che "nessun accordo nè alcuna regola d'ingaggio consente interventi con arma da fuoco verso imbarcazioni pacifiche". E vorrei vedere... Ma temo che questo episodio sveli solo la punta dell'iceberg. 

5. Sempre ieri, nel pomeriggio, sono stata alla presentazione dei Transatlantic trends, una ricerca interessante che ogni anno misura le percezioni che l'Europa ha degli Stati Uniti e viceversa. Quest'anno i dati mostrano un disorientamento generale che forse può confortare noi italiani (che siamo campioni nel genere), ma che in realtà illumina in modo spietato il declino di un'Europa che non crede più in se stessa e fatica a trovare coerenza nelle idee e nelle cose. Tre dati per tutti: la popolarità di Obama che non conosce crisi in Europa (avrà delle difficoltà, ma esce vittorioso da qualsiasi confronto con i governi nostrani); la fiducia nella capacità di leadership europea che è più alta negli Usa che in UE; la Turchia, sempre più lontana dal desiderio di Europa e sempre più attratta dal Medio Oriente (che pure non è che sia questo paradiso...).

6. Infine, una nota a margine (ma mica tanto). Mia figlia ha iniziato la prima elementare. Non poteva capitarci un anno migliore, no?! Al momento, delle tre maestre che dovrebbe avere (il condizionale è d'obbligo, perchè non si capisce niente), due ci sono, una no - nè si fanno previsioni sull'immediato futuro. Ieri le prime 4 ore le hanno coperte, a turno, due maestre di altre classi, per evitare di smembrare la classe al terzo giorno di prima elementare (che già sono parecchio disorientati, sia i bambini che, devo ammetterlo, noi genitori). Ma in fin dei conti direi che ci è andata bene. Una su tre è sempre meglio di tre su tre, e tra il materiale da portare da casa c'era sì lo scottex, la carta per scrivere ed il sapone, ma non le sedie nè la carta igienica...
Diario americano

OBAMA E DALAI LAMA

22 febbraio 2010 permalink 1commenti

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Democratica

RAPPORTI TRANSATLANTICI, EMPOLI, AOSTA E UN PO' DI VENETO

9 settembre 2009 permalink 4commenti
Oggi interessante presentazione dei Transatlantic Trends: i rapporti transatlantici all'alba dell'era Obama, l'Afghanistan, l'Iran, la Turchia e la Russia, i cambiamenti climatici e l'economia. Consiglio la lettura.

Domani alle 15, a Roma, iniziativa di donne a sostegno della candidatura di Dario. Poi, alle 21 ad Empoli per un confronto tra mozioni con Domenici e Meta.

Venerdì in Val d'Aosta, alla Festa democratica di Aosta (quartiere Cogne - Via Vuillerminaz), per un dibattito sull'opposizione alle 18 ed una chiacchierata su Obama la sera.

Domenica alle 10 a Montagnana, Padova, per un confronto tra mozioni con Zanonato e Marta Meo.

Buona fine della settimana...
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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