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federica mogherini
Democratica

DIPENDE DA NOI

23 febbraio 2009 permalink 15commenti
Dunque, sabato abbiamo buttato un salvagente alla “nomenclatura” e chiuso per sempre la possibilita’ del PD di sopravvivere al proprio passato, o al contrario abbiamo compiuto l’unico gesto di responsabilita’ possibile evitando di dissolvere quel che resta del progetto in pochi mesi? Unica possibilita’ o conservazione?

Io credo che la risposta non la si sia data sabato, ma la si cominci a dare da oggi. Provo a spiegarmi.

Veltroni ha lasciato dicendo “non ce l’ho fatta, a realizzare il PD che sognavo”. Perche’? Qualcuno dice che quel sogno era falso, un’illusione, una fuga in avanti: l’Italia non e’ cosi’ e non lo sara’ mai, tanto vale capirlo e fare i conti con cio’ che abbiamo di fronte. Ovvero interessi materiali, blocchi sociali da conquistare o accarezzare, alleanze da comporre. Il discorso del Lingotto? Impianto valoriale inadeguato, mission impossible. Il sogno non si e’ realizzato perche’ era appunto un sogno – ed i sogni non si realizzano, si sa. Non e’ stato Veltroni a fallire, ma la sua idea di Partito Democratico e d’Italia.

Io penso esattamente il contrario. Ovvero, che il sogno fosse un progetto – molto visionario, ma non irrealizzabile (anzi: la campagna elettorale ha dimostrato che quella visione era la nostra salvezza, altrimenti altro che 34%...). Dopo anni se non decenni di navigazione a vista, il Lingotto aveva per la prima volta messo sul tappeto un’idea di societa’, un progetto di lungo periodo cui lavorare. Una narrazione, e non solo un elenco di cose da fare. Ed anche un’idea di partecipazione politica certo non perfetta – ovvero perfezionabile – ma tesa a fare i conti con una societa’ profondamente mutata rispetto a quella in cui avevano con successo operato i grandi partiti di massa del ‘900. Io credo che entrambe le “visioni” (la societa’ ed il partito) fossero valide.

Credo, l’ho scritto piu’ volte nel corso dei mesi, che non fosse l’impianto ad essere difettoso, ma la sua coerente realizzazione. La distanza tra l’evocazione e la realta’, tra l’idea e il fatto. E credo che quella distanza abbia prodotto un deficit di credibilita’ che e’ alla base delle nostre sconfitte elettorali.

Io penso che a questa distanza vada ricondotto il “non ce l’ho fatta” di Veltroni. E’ possibile che abbiano pesato limiti personali, caratteriali. Il ritenersi poco adatto alla “vita di partito”, come lui stesso ha detto, l’essere insofferente a certe dinamiche. E’ possibile che questo abbia portato – come scrive Scalfari – ad un eccesso di mediazione, e contemporaneamente – come accusano alcuni – ad un difetto di “coinvolgimento”, di direzione politica. Quel faticosissimo lavoro di ascolto, composizione delle ragioni, assunzione di responsabilita’, e decisione che fa della politica un esercizio estenuante ma utile. E’ possibile, ancora, che intorno a lui si sia fatta debole la voce di chi credeva fortemente nel progetto, e nella necessita’ di svilupparlo coerentemente. E che ben piu’ forti siano state, al contrario, le voci che invitavano (intimavano, a volte) a frenare, aggiustare il tiro, conservare. Certo, sta alla responsabilita’ di ognuno dare ascolto alla voce che ritiene piu’ corretta. Ma ricordero’ sempre quando un ex primo ministro DS (ce n’e’ stato solo uno) rimprovero’ l’allora Sinistra giovanile di non aver “fatto le barricate” per la riforma degli ordini professionali: cedere alle pressioni organizzate era inevitabile – questo piu’ o meno il ragionamento – in mancanza di pressioni di segno diverso. E’ un argomento che non mi ha mai convinto del tutto (credo che la politica, nella sua autonomia, abbia il compito di indicare una strada anche indipendentemente dalle pressioni esterne), ma di cui vedo il fondamento: la politica e’ non solo “guida” ma anche “rappresentanza”, e se il corpo di valori ed interessi che ti proponi di rappresentare perde forza e visibilita’, consistenza, riesce decisamente piu’ complicato farlo coerentemente.

Ora, nei mesi che verranno – nella campagna elettorale ed in quella congressuale – credo che in gioco ci sara’ questo: la capacita’ e la volonta’ di riprendere lo slancio del progetto originario del PD e provare a realizzarlo compiutamente.

Sarebbe stato piu’ coerente farlo attraverso delle primarie immediate? In linea di principio, non c’e’ dubbio. Sul piano concreto, con ogni probabilita’ avremmo passato i prossimi due mesi a dividerci su dei nomi (non necessariamente su delle idee chiaramente contrapposte), negli stessi luoghi e tempi in cui avremmo tentato (invano, temo) di trovare candidature e proposte politiche piu’ forti e credibili possibili per vincere le elezioni locali, e le europee. Ed alla fine di questa corsa contro il tempo ed il calendario, con l’Italia intanto devastata da una crisi economica cui il governo non sta dando alcuna risposta, avremmo rischiato anche di tornare da capo a dodici: con un segretario legittimato da milioni (quanti…?) di elettori ma privo della possibilita’ di far valere quella legittimita’, quella forza. Perche’ mi sono convinta che la forza di attuare il progetto non derivi dal numero di voti che prendi alle primarie, ma dal grado di coinvolgimento e partecipazione diffusa che si mette in campo a sostegno reale di un’idea, di una pratica politica – un’assunzione di responsabilita’ condivisa, collettiva. Altrimenti, qualunque uomo solo al comando non puo’ che fallire. Bisogna dare, a chiunque provi a realizzare il progetto, gli strumenti per farlo. Altrimenti il rischio e’ che insieme all’uomo si dichiari sconfitto il progetto. (E’ il rischio che corriamo oggi – eppure Veltroni fu eletto da primarie plebiscitarie.)

Per costruire gli strumenti, forse ci vuole un po’ piu’ di tempo, e lavoro comune, quotidiano. Obama ha vinto le primarie, ok. Ma la sua forza non sono stati i voti: sono, ancora oggi, quei milioni di cittadini che si sentono e sono pienamente responsabili, insieme a lui, della realizzazione del progetto. Non e’ un semplice meccanismo di delega, di “scelta del capo”: e’ un processo di partecipazione che consente di dire “questa non e’ la mia vittoria, e’ la vostra vittoria”. Per arrivare a questo serve una premessa: la costruzione di una comunita’. Come scrive bene Cerami sull’Unita’ di ieri, dobbiamo far si’ che ogni democratico abbia in mano una meta’ della medaglia, e possa farla combaciare con la meta’ che ha in mano ogni altro democratico, per sapere che si ha un linguaggio comune, una comune appartenenza – che si da’ lo stesso significato alle parole.

Per questo penso che potremo dire se sabato abbiamo vissuto un atto di autoconservazione o di rilancio del progetto solo guardando a quello che (tutti) faremo da oggi in poi. Certo, dipendera’ molto da Dario. Dalla sua capacita’ e volonta’ di chiarezza, sincerita’. Dal suo coraggio e dalla sua coerenza. Ma non dipendera’ solo da lui. Dipendera’ anche, ed io credo soprattutto, da quanto ognuno di noi sara’ in grado di fare, nel proprio piccolo, esattamente quello che chiede a lui di fare.

Democratica

ANDARE AVANTI

17 febbraio 2009 permalink 7commenti
Alla Camera, si votano mozioni. Qualcosa si vota anche per alzata di mano – pur avendo iniziato a raccogliere le impronte digitali per il nuovo sistema di voto elettronico che dovrebbe garantire che ognuno voti per se’. Io le ho lasciate stamattina – indice e medio della sinistra, indice della destra. C’e’ voluta una ventina di minuti, il sistema rifiutava il mio indice sinistro. Dopo vari tentativi (con crema idratante, premendo di piu’, premendo di meno) ce l’abbiamo fatta. Non oso immaginare il casino che comportera’ una lettura delle impronte difettosa in aula. Ma se questo e’ l’unico modo per evitare quello spettacolo indegno del voto plurimo (che si fa piu’ per garantire la diaria al vicino che il voto al proprio schieramento), ben venga. Trovo triste e squallido che gli “onorevoli” non trovino quel minimo di decenza necessario ad assumersi la responsabilita’ di votare in modo corretto e trasparente, ma se questo e’, amen. Prevedo ampie defezioni (che rischiano di vanificare la spesa, non irrilevante, di questo giochetto), ed un crollo verticale delle percentuali di partecipazione al voto. E probabilmente qualche scivolone in piu’ per la maggioranza di governo. Vedremo.

Si vota, ma non si parla che di noi. Della Sardegna, di Renzi, di Veltroni, del PD. Troppo nuovi ed inesperti? Troppo vecchi e consumati? Troppo ipocriti nell’unanimita’ di facciata, o troppo divisi in battaglie interne incomprensibili a chi non vi prende parte? Congresso? Reggenti? Che fare?

Se avessi le risposte forse farei altro nella vita. Ho molte preoccupazioni, tutte molto serie. Credo di essere piuttosto pallida e poco sorridente, oggi. Sara’ la stanchezza di una notte in treno, la cena saltata e la pressione bassa. E forse anche un po’ la vertigine del baratro. Mi riesce difficile scherzarci. Certo, ho la mia vita che non coincide con la politica e neanche con il PD. Ma sono sinceramente esausta, ed immagino quanto possano esserlo altri. Ho 35 anni ed ho fatto in tempo a far parte di 4 partiti senza mai cambiare orientamento. Questo e’ l’ultimo. Ho sempre inteso che fosse l’ultimo perche’ quello definitivo. Se cosi’ non sara’, sara’ l’ultimo perche’ faro’ altro.

Il PD non e’ nato per “fare sintesi” di due storie gloriose ma esaurite della politica del ‘900. E’ nato per consentirci di fare politica in questo millennio. Non e’ un tempo facile, e non siamo un paese facile. Lo sguardo e’ strutturalmente rivolto al passato, la conservazione un riflesso spontaneo anche quando le cose da cambiare sono chiare a tutti. Siamo un paese ipocrita, capace di lamentarsi dei comportamenti altrui anche quando sono identici ai propri. Siamo un paese stanco, pigro, privo di fantasia o di coraggio di inseguire i sogni. Siamo un paese dove non solo non tutto e’ possibile – ma anzi, le cose possibili sono davvero poche. La societa’ si disgrega, la crisi indebolisce le certezze, spaventa e incattivisce. Gli uni contro gli altri armati, cosi’ rotoliamo tranquilli e rassegnati lungo il piano inclinato della mancanza di futuro.

Il PD e’ nato per invertire questa tendenza, dolorosa e pericolosa, della nostra societa’. Mica roba facile, per carita’. Ma necessaria ed urgente piu’ di un decreto. O ci mettiamo in testa di fare sul serio, o e’ meglio se smettiamo di perdere tempo e di prenderci in giro. Il PD e’ nato non da due partiti, ma da piu’ di un milione di persone. E’ a loro che appartiene, sono loro ad avere diritto di decidere se staccare il sondino. Da quello che vedo e sento in giro, di tutto c’e’ voglia tranne che di tornare indietro. L’unica cosa sensata da fare e’ andare avanti “davvero” (come dicevamo quando chiamavamo la gente a votare per le primarie). Se Veltroni e’ in grado di farlo, se vuole e puo’, resti e lo faccia – e’ stato eletto per questo. Se non e’ in grado (per motivi “ambientali” o “propri” poco conta ai fini della riuscita del progetto), facciamolo in altro modo. Purche’ si faccia.


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permalink | inviato da BlogMog il 17/2/2009 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Democratica

DALLA TEORIA ALLA PRATICA

20 dicembre 2008 permalink 43commenti

La direzione non e’ andata male. Ho trovato la relazione netta su molti punti, chiara oltre le mie aspettative. Temevo che la “questione morale” fornisse un alibi per non affrontare i nodi politici che dobbiamo sciogliere – quelli del profilo, della proposta -, e che ci spingesse a trovare una superficiale “unita’” che nei tempi di difficolta’ e’ si’ forse necessaria ma non sufficiente. Invece Veltroni e’ stato netto su molti punti, dai temi dell’assetto istituzionale a quelli economici e sociali, dalle proposte per un nuovo welfare a quelle sulla rivoluzione verde. Sulla “collocazione europea" avrebbe potuto essere piu’ esplicito, ma mi pare che nelle condizioni date ci sia andata di lusso: il rischio di una chiamata a raccolta attorno al nulla era forte, fortissimo, e lo abbiamo intelligentemente sventato.

Non e’ andato male neanche il dibattito, che e’ stato denso - vischioso come un amalgama forse, bene o male riuscito che sia… Piu’ che una direzione, sembrava un congresso: per numero, qualita’, profondita’ e rilievo degli interventi. Contributi complessi, non incasellati, difficili da schematizzare in filoni. Forse e’ vero che non ci sono le correnti, ma un continuum (tra continuita’ ed innovazione, a me sembra) lungo il quale ognuno assume una posizione personale, non collettiva. Un amalgama, forse non troppo mal riuscito.

Per questo mi riesce difficile dire “con chi” mi sono trovata in sintonia, ma piuttosto con quali temi, preoccupazioni, indicazioni, sollevate da interventi diversi.

1. La necessita’ di allineare la pratica alla teoria, la realta’ quotidiana alla evocazione dell’ambizione, sui due elementi che hanno determinato la nascita del PD, la sua necessita’ storica: l’elaborazione di un pensiero nuovo, capace di uscire dal ‘900, leggere il mondo per com’e’ oggi e portare ad un profilo e ad una proposta innovativa (le idee); il ritrovare il senso dell’impegno politico, fare di un partito uno strumento utile posto al servizio dei cittadini, per la partecipazione alla vita pubblica e per incidere sulla realta’ della propria comunita’, credibile ed affidabile, trasparente e democratico, coerente (gli strumenti). Innovazione politica, rinnovamento delle forme. Queste erano le due missioni attorno alle quali e’ nato il PD. Su entrambe siamo stati, finora “inadeguati” (Veltroni).

2. Io credo che l’innovazione politica abbia bisogno di luoghi/persone che lavorino seriamente ed in modo coordinato all’elaborazione. Che non significa che si chiudono 15 saggi in una stanza e non li si fa uscire finche’ non hanno scritto l’ennesimo documento panacea – al contrario, significa che su ogni tema ed ogni aspetto della vita della comunita’ e del paese bisogna sapersi relazionare con chi nella societa’ lavora o ha interessi o interesse (le due cose non necessariamente coincidono), ascoltare, studiare, capire, far emergere le idee e/o le pulsioni che la pluralita’ culturale del nostro partito comprende in se’ (e dico senza ironia alcuna che questa e’ una vera ricchezza), e poi farne una sintesi. Non una mediazione - che e’ il minimo comun denominatore di cui tutti sono insoddisfatti -, ma una proposta di profilo culturale e politico, e di programma se e’ il caso – che scontenta qualcuno, di certo, ma sostenibile dal punto di vista della propria coerenza e della credibilita’ rispetto agli interlocutori nella societa’, piu’ o meno organizzati che siano (dai gruppi di pressione ai sindacati ai singoli cittadini elettori). Se non ricordo male sono le basi elementari della scienza della politica (che io all’Universita’ ho studiato con Fisichella, quindi dovrebbero essere accessibili a non pochi miei compagni di partito). E’ quello che Fassino ha chiamato “autonomia della politica”. Richiede lavoro di direzione politica, fatica, tempo, determinazione e coraggio, chiarezza. Porta una dote di valore inestimabile: la nitidezza del profilo politico di un partito, la credibilita’.

3. Qualcuno parla di “identita’” (Cuperlo meglio di altri). E’ un termine che mi confonde, perche' temo implichi una voglia di “paradigma” che nega il tipo di societa’ (e di partito) che ci siamo raccontati fin qui. Un’identita’ e’ un elemento di connotazione forte, univoco, piu’ che coerente “determinato”, ed a forte rischio di esclusione, separazione, deriva ideologica. Capisco che oggi il nostro problema e’ l’opposto, quindi puo’ sembrare ridicolo preoccuparsi di un eccesso di “definizione identitaria” – ma credo sarebbe invece una possibile scorciatoia, e ci porterebbe dritti dritti a ragionare in termini di “pezzi” della societa’ (la base sociale di riferimento), davanti invece ad una societa’ fluida dove ogni singolo individuo ha una identita’ personale complessa ed inedita, non classificabile, non incasellabile. Ed il rischio successivo (esplicitato come un auspicio da alcuni, D’Alema e Follini innanzitutto) e’ quello del partire dalle alleanze per definire se’ stessi: ogni partito risponde ad una “identita’”, ad un “segmento” (il centro, la sinistra, l’ambientalismo,…), e per come si legano insieme determinano non solo lo scenario politico del paese ma anche il proprio profilo culturale e le “alleanze sociali”. Io credo che questo schema derivi da una lettura della societa’ che e’ ferma al ‘900 – che oggi sia difficile trovare qualcuno che si collochi consapevolmente in un “segmento”, che le identita’ personali siano non multiple ma composte a loro volta da segmenti miscelati in maniera diversa ed inedita per ogni individuo. Posso essere cattolico praticante, a favore dei Dico e del testamento biologico, contrario alla guerra in Iraq, fan di Sarkozy e di Obama, a favore di innalzare l’eta’ pensionabile, contro i fannulloni, a favore del federalismo fiscale, e via dicendo. Il mondo e’ complesso, le identita’ sono complesse, e non credo un partito che ha la bandiera italiana nel proprio simbolo possa chiudersi nell’ambizione ristretta di rappresentare un segmento. Alla fine, e’ questo che intendiamo con “vocazione maggioritaria”: l’idea di parlare al complesso del paese, con le sue complessita’ e le sue articolazioni (esercitando una funzione di sintesi e di guida che se non ci mettiamo a lavorare sull’elaborazione politica e l’autonomia della politica di cui parlavo al punto 2 sara’ difficile svolgere).

4. Gli strumenti. Quelli di partito – il partito esiste? Non esiste? Io credo che esista, e che abbia fatto bene Maurizio Martina (in uno degli interventi migliori della direzione) a ricordare che ogni volta che diciamo il contrario offendiamo i milioni di persone che “si sentono”, e sono, e fanno, il PD. Quello che non c’e’, e’ “il partito” come luogo di coordinamento della elaborazione politica (di “definizione della linea”, per dirla con un’espressione un po’ antica ma molto chiara). Quel meccanismo che ordinariamente ed ordinatamente (senza bisogno di ricorre ogni volta ad ipotetici gabinetti di crisi, congressi straordinari e primarie che fa si che siamo costantemente a rinnovare qualcosa di appena nato) rende un partito capace di decidere, e di farlo possibilmente per il meglio – in modo intelligente, informato, coerente, intellegibile e trasparente. Si tratta di passare dalla teoria alla pratica. Credo che dopo la giornata di ieri se ne sia piu’ consapevoli.

5. Gli strumenti, quelli umani. Il rinnovamento, i “giovani”. Ieri, a parte Maurizio Martina, mi pare non sia intervenuto nessuno sotto i 45 anni. Io stessa non ho chiesto di parlare. Perche’? Forse perche’ la discussione di ieri serviva a fare i conti con il passato, piu’ che a disegnare il futuro, e ci riguardava poco. Lo sguardo era alla storia, ai decenni che ci sono alle spalle, alle radici, alla loro forza ed alla loro inadeguatezza. Non dico che non serva, anzi. E’ come quando si fanno sfiatare i termosifoni all’inizio della stagione invernale: prima di accenderli bisogna far uscire l’aria. Ne e’ uscita parecchia - forse non tutta. Speriamo che adesso si sia pronti. E che come ha detto Maurizio, si entri in un tempo di moratoria dei discorsi sul rinnovamento, e lo si pratichi. Senza retorica, con normalita’. Non perche’ i “giovani” siano meglio dei “vecchi”, ma semplicemente perche’ e’ normale che si facciano cose insieme, per pari opportunita’ di accesso, per un criterio sano di rappresentanza, per inserire punti di vista ed esperienze di vita piu’ ricche, differenti – e per poter essere credibili quando si parla di sbloccare un’Italia gerontocratica. Trovo odioso il nuovismo, ipocrita quanto la sua critica (credo che Veltroni abbia detto piu’ o meno queste parole, le condivido). I gruppi dirigenti vanno formati, messi alla prova, selezionati, proposti al paese. Va adottato un criterio di merito, di lealta’ piuttosto che di fedelta’. Di etica pubblica, senso della politica come servizio alla comunita’. Capacita' di lavorare in gruppo. Va valorizzato il rapporto con il mondo reale, fuori dai palazzi e dai partiti, la vita vera: con i territori ma anche con quelle “constituencies” che sono piu’ tematiche che legate ad un territorio particolare.

Niente di nuovo, in realta’. E’ che ora va fatto.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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