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federica mogherini
Democratica

ASCOLTARE, PER FARSI CAPIRE

26 gennaio 2010 permalink 6commenti
Ieri sono stata in direzione nazionale (oggi sono a Strasburgo, al Consiglio d'Europa, ma questo lo racconto domani).

Avevo ancora negli occhi, quando sono entrata, la riunione del mio circolo, a Marconi, venerdi’ sera. Gente motivata, affezionata al proprio partito, ostinata nel voler fare le cose che ritiene utile, per il quartiere, per la citta’. Per il paese, per quel che si puo’. Gente che passa un venerdi’ sera insieme, a discutere di regionali anche quando nessuno ha chiesto la loro opinione, anche a giochi piu’ o meno fatti. Gente incazzata, perche’ viene a sapere dai giornali che la Bonino e’ la nostra candidata, e che Milana – il segretario di Roma “prorogato” temporaneamente una vita fa, sonoramente fischiato all’ultima assemblea dal suo stesso gruppo dirigente per aver portato un partito alla paralisi – ecco, che proprio lui coordinera’ la campagna elettorale del centrosinistra (o dovro’ rimettere il trattino…?) nel Lazio. Gente che si chiede, con una qualche ragione: “ma chi lo ha deciso…?”, e non trova mai risposta. Gente che, nonostante tutto, decide di passare il suo venerdi’ sera al circolo – che detto cosi’ sembra davvero che sia una bocciofila, che si giochi a bridge -, magari lasciando al figlio adolescente il panino in frigo, o rinviando i festeggiamenti del proprio compleanno. Gente che discute, si confronta, si incazza, e organizza il banchetto per la domenica mattina, che viene la Bonino al mercato di Porta Portese… Gente cosi’. Che magari non sa se la vota (troppo laicista, troppo liberista, troppo di destra o troppo di sinistra), ma la campagna elettorale per il partito la fa.

Sono entrata alla riunione della direzione con questo partito in testa. Quello che piu’ di base non si puo’: la militanza, l’appartenenza. Quello che e’ la nostra vera forza – senza il quale non esiste campagna elettorale, non esiste comunicazione, non esiste partito. La fatidica base, i circoli. Il partito solido che piu’ solido non si puo’. Il “nostro popolo” (che se iniziassimo a capire che non e’ il popolo ad essere nostro, ma noi ad essere “del popolo”, forse faremmo qualche passo avanti).

Comunque, sono entrata alla riunione con quelle parole, e quelle facce, in testa. La domanda che uno di loro ha scritto in rete: “ma siamo sicuri che questo partito ci meriti…?” (o non e’ meglio passare il venerdi’ sera a festeggiare il compleanno, e la domenica mattina a giocare a calcio con mio figlio?)

Poi ho sentito la relazione di Bersani. Quello che sul partito solido ci ha vinto il congresso. E l’ho sentito parlare, a lungo, della crisi del paese. Delle cose sbagliate che il governo fa e delle nostre posizioni. Bene. Condivido. Tutti noi condividiamo. Non ho sentito un intervento, nel corso della giornata, che non apprezzasse e condividesse questa parte della relazione. Il problema non e’, pero’, condividere una linea politico-programmatica, all’interno del PD. Paradossalmente, condividiamo molto piu’ di quanto non sembri. Come dimostra il fatto che, nelle sedi istituzionali, il partito lavora unito, e piuttosto bene. Il problema e’ la macchina. Che non funziona. Come dimostra il fatto che, nonostante sulle analisi e sulle proposte, piu’ o meno, siamo tuttri d’accordo, non riesce ad arrivare nulla (NULLA) la’ fuori: ne’ alla “base”, ne’ al nostro “popolo” (e figuriamoci al popolo che ad essere “nostro” non ci pensa neanche…!). Quello che arriva, e’ a tratti il silenzio, a tratti il caos. Oscilliamo pericolosamente tra l’irrilevanza ed il far danni. E se questo e’ quel che fa il principale partito di opposizione, il problema non e’ solo nostro: e’ del paese. Per questo (e non per spirito di polemica, o di rivalsa), credo sia doveroso che si dicano i problemi: perche’, proprio come per i problemi del paese, ammetterli e’ la precondizione necessaria (seppure non sufficiente) per risolverli. Ed a me (credo a tutti, di certo al “nostro popolo”) non interessa ricostruirne la genesi ed attribuirne la responsabilita’ – mi interessa che siano risolti. Contribuire, se possibile, a risolverli. Proprio come ai miei compagni di circolo.

La seconda parte della relazione, in effetti, toccava i nodi delle regionali. I problemi. “Non ci hanno capiti, in Puglia.” “La nostra e’ stata una rischiosa coerenza”. Nel Lazio, “i radicali hanno deciso, noi abbiamo dovuto prendere atto di una loro decisione imprescindibile”.

Appunto: e’ diventata “imprescindibile” (ed ingovernabile) una decisione presa in autonomia da un partito dell’1% che alle ultime elezioni era nelle nostre liste.

Appunto: in Puglia non ci hanno capiti perche’ noi non li abbiamo ascoltati. In democrazia, dar torto agli elettori, ai cittadini, non e’ una buona idea. Prima o poi, riescono a spiegarsi, loro. E lo fanno anche piuttosto chiaramente.

“Rischiosa coerenza”… vedo il rischio, non la coerenza. Se l’alleanza con l’UDC era (e’, perche’ noi comunque non cambiamo linea, a quel che ho capito) strategica, perche’ lo e’ in Puglia e non nel Lazio? E perche’ non discutiamo di seguirli nel sostegno alla Poli Bortone?

Invece, forse potremmo essere coerenti su cose un tantino meno rischiose – come far decidere i territori, costruire questo partito strutturato e solido, dare strumenti (politici, oltre che organizzativi) alla “base”, ed ascoltarla, di tanto in tanto… Non per farle un favore, ma per farci un favore: eviteremmo qualche scivolone.

E le alleanze. Dove ci sono, quelle che ci sono. Il problema, credo per tanti di noi, forse per tutti, non e’ “con chi”. E’ “per fare cosa”. Non e’ quanti e quali passeggeri salgono a bordo (magari con qualche sacrosanta eccezione…), ma chi guida, dove si va, che strada si fa. Non relegarsi in uno stato di margnalita’, non passare dall’esasperazione della vocazione maggioritaria a quella rigorosamente minoritaria (il paese e’ di destra, non vinceremo mai, abbiamo bisogno di delegare ad altri il rapporto con “pezzi” di elettorato, di paese). Vincere per vincere.

A Roma sono comparsi dei manifesti del PD che dicono, semplicemente: “Per vincere. Con Emma Bonino”. Come se fosse una partita di calcio. L’obiettivo e’ vincere. Ma a un cittadino qualsiasi, che vinca una squadra o l’altra (a meno che non sia un tifoso di una delle squadre in campo), non interessa. E perche’ dovrebbe? Sta a noi, spiegare ai non tifosi perche’ e’ importante che vinca una squadra e non l’altra. Il programma. Le priorita’. Le cose da fare. Le cose (condivise) della prima parte della relazione che ha fatto Bersani: le cose da fare per la citta’, per il paese. Se non si parte da li’, dalle cose attorno alle quali ti ritrovi, diventa tutto confuso, gli opposti uguali, e tutto diventa difficile da spiegare, vuoto, vano. Una partita di calcio. Per vincere. Senza un programma (come, in effetti, siamo nel Lazio).

Vincere per vincere. Per mandare a casa Berlusconi. Anche questa e’ una forma di antiberlusconismo che forse si concilia male con la pretesa, che abbiamo, di essere un partito riformista. Fare le riforme, proporle, non e’ una passeggiata. Ce ne siamo resi conto bene l’ultima volta che abbiamo governato. Il rischio della paralisi e’ forte. Occorre determinazione, chiarezza, omogeneita’ di intenti. E l’umilta’ di confrontarsi con “il popolo” (il tuo, ed anche tutti gli altri). Se no ci ostineremo a costruire alternative che non si tengono che sulla persona a cui sono alternative, ed a provare a calare dall’alto scelte, persone e politiche (persino riforme) che a noi sembreranno giuste, ma non alle persone per le quali sono pensate.

Ho provato a dire queste cose, in direzione. Con in mente il mio circolo, chi si chiede se questo partito meriti la sua militanza. Io credo di si. Perche' il PD e' chi lo fa, spesso piu' di chi lo rappresenta. E quel PD merita ogni nostra energia. Basta vederlo, ascoltarlo. Essere al suo servizio, e non pensare che sia o debba essere viceversa. 


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permalink | inviato da BlogMog il 26/1/2010 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
Democratica

DALLA TEORIA ALLA PRATICA

20 dicembre 2008 permalink 43commenti

La direzione non e’ andata male. Ho trovato la relazione netta su molti punti, chiara oltre le mie aspettative. Temevo che la “questione morale” fornisse un alibi per non affrontare i nodi politici che dobbiamo sciogliere – quelli del profilo, della proposta -, e che ci spingesse a trovare una superficiale “unita’” che nei tempi di difficolta’ e’ si’ forse necessaria ma non sufficiente. Invece Veltroni e’ stato netto su molti punti, dai temi dell’assetto istituzionale a quelli economici e sociali, dalle proposte per un nuovo welfare a quelle sulla rivoluzione verde. Sulla “collocazione europea" avrebbe potuto essere piu’ esplicito, ma mi pare che nelle condizioni date ci sia andata di lusso: il rischio di una chiamata a raccolta attorno al nulla era forte, fortissimo, e lo abbiamo intelligentemente sventato.

Non e’ andato male neanche il dibattito, che e’ stato denso - vischioso come un amalgama forse, bene o male riuscito che sia… Piu’ che una direzione, sembrava un congresso: per numero, qualita’, profondita’ e rilievo degli interventi. Contributi complessi, non incasellati, difficili da schematizzare in filoni. Forse e’ vero che non ci sono le correnti, ma un continuum (tra continuita’ ed innovazione, a me sembra) lungo il quale ognuno assume una posizione personale, non collettiva. Un amalgama, forse non troppo mal riuscito.

Per questo mi riesce difficile dire “con chi” mi sono trovata in sintonia, ma piuttosto con quali temi, preoccupazioni, indicazioni, sollevate da interventi diversi.

1. La necessita’ di allineare la pratica alla teoria, la realta’ quotidiana alla evocazione dell’ambizione, sui due elementi che hanno determinato la nascita del PD, la sua necessita’ storica: l’elaborazione di un pensiero nuovo, capace di uscire dal ‘900, leggere il mondo per com’e’ oggi e portare ad un profilo e ad una proposta innovativa (le idee); il ritrovare il senso dell’impegno politico, fare di un partito uno strumento utile posto al servizio dei cittadini, per la partecipazione alla vita pubblica e per incidere sulla realta’ della propria comunita’, credibile ed affidabile, trasparente e democratico, coerente (gli strumenti). Innovazione politica, rinnovamento delle forme. Queste erano le due missioni attorno alle quali e’ nato il PD. Su entrambe siamo stati, finora “inadeguati” (Veltroni).

2. Io credo che l’innovazione politica abbia bisogno di luoghi/persone che lavorino seriamente ed in modo coordinato all’elaborazione. Che non significa che si chiudono 15 saggi in una stanza e non li si fa uscire finche’ non hanno scritto l’ennesimo documento panacea – al contrario, significa che su ogni tema ed ogni aspetto della vita della comunita’ e del paese bisogna sapersi relazionare con chi nella societa’ lavora o ha interessi o interesse (le due cose non necessariamente coincidono), ascoltare, studiare, capire, far emergere le idee e/o le pulsioni che la pluralita’ culturale del nostro partito comprende in se’ (e dico senza ironia alcuna che questa e’ una vera ricchezza), e poi farne una sintesi. Non una mediazione - che e’ il minimo comun denominatore di cui tutti sono insoddisfatti -, ma una proposta di profilo culturale e politico, e di programma se e’ il caso – che scontenta qualcuno, di certo, ma sostenibile dal punto di vista della propria coerenza e della credibilita’ rispetto agli interlocutori nella societa’, piu’ o meno organizzati che siano (dai gruppi di pressione ai sindacati ai singoli cittadini elettori). Se non ricordo male sono le basi elementari della scienza della politica (che io all’Universita’ ho studiato con Fisichella, quindi dovrebbero essere accessibili a non pochi miei compagni di partito). E’ quello che Fassino ha chiamato “autonomia della politica”. Richiede lavoro di direzione politica, fatica, tempo, determinazione e coraggio, chiarezza. Porta una dote di valore inestimabile: la nitidezza del profilo politico di un partito, la credibilita’.

3. Qualcuno parla di “identita’” (Cuperlo meglio di altri). E’ un termine che mi confonde, perche' temo implichi una voglia di “paradigma” che nega il tipo di societa’ (e di partito) che ci siamo raccontati fin qui. Un’identita’ e’ un elemento di connotazione forte, univoco, piu’ che coerente “determinato”, ed a forte rischio di esclusione, separazione, deriva ideologica. Capisco che oggi il nostro problema e’ l’opposto, quindi puo’ sembrare ridicolo preoccuparsi di un eccesso di “definizione identitaria” – ma credo sarebbe invece una possibile scorciatoia, e ci porterebbe dritti dritti a ragionare in termini di “pezzi” della societa’ (la base sociale di riferimento), davanti invece ad una societa’ fluida dove ogni singolo individuo ha una identita’ personale complessa ed inedita, non classificabile, non incasellabile. Ed il rischio successivo (esplicitato come un auspicio da alcuni, D’Alema e Follini innanzitutto) e’ quello del partire dalle alleanze per definire se’ stessi: ogni partito risponde ad una “identita’”, ad un “segmento” (il centro, la sinistra, l’ambientalismo,…), e per come si legano insieme determinano non solo lo scenario politico del paese ma anche il proprio profilo culturale e le “alleanze sociali”. Io credo che questo schema derivi da una lettura della societa’ che e’ ferma al ‘900 – che oggi sia difficile trovare qualcuno che si collochi consapevolmente in un “segmento”, che le identita’ personali siano non multiple ma composte a loro volta da segmenti miscelati in maniera diversa ed inedita per ogni individuo. Posso essere cattolico praticante, a favore dei Dico e del testamento biologico, contrario alla guerra in Iraq, fan di Sarkozy e di Obama, a favore di innalzare l’eta’ pensionabile, contro i fannulloni, a favore del federalismo fiscale, e via dicendo. Il mondo e’ complesso, le identita’ sono complesse, e non credo un partito che ha la bandiera italiana nel proprio simbolo possa chiudersi nell’ambizione ristretta di rappresentare un segmento. Alla fine, e’ questo che intendiamo con “vocazione maggioritaria”: l’idea di parlare al complesso del paese, con le sue complessita’ e le sue articolazioni (esercitando una funzione di sintesi e di guida che se non ci mettiamo a lavorare sull’elaborazione politica e l’autonomia della politica di cui parlavo al punto 2 sara’ difficile svolgere).

4. Gli strumenti. Quelli di partito – il partito esiste? Non esiste? Io credo che esista, e che abbia fatto bene Maurizio Martina (in uno degli interventi migliori della direzione) a ricordare che ogni volta che diciamo il contrario offendiamo i milioni di persone che “si sentono”, e sono, e fanno, il PD. Quello che non c’e’, e’ “il partito” come luogo di coordinamento della elaborazione politica (di “definizione della linea”, per dirla con un’espressione un po’ antica ma molto chiara). Quel meccanismo che ordinariamente ed ordinatamente (senza bisogno di ricorre ogni volta ad ipotetici gabinetti di crisi, congressi straordinari e primarie che fa si che siamo costantemente a rinnovare qualcosa di appena nato) rende un partito capace di decidere, e di farlo possibilmente per il meglio – in modo intelligente, informato, coerente, intellegibile e trasparente. Si tratta di passare dalla teoria alla pratica. Credo che dopo la giornata di ieri se ne sia piu’ consapevoli.

5. Gli strumenti, quelli umani. Il rinnovamento, i “giovani”. Ieri, a parte Maurizio Martina, mi pare non sia intervenuto nessuno sotto i 45 anni. Io stessa non ho chiesto di parlare. Perche’? Forse perche’ la discussione di ieri serviva a fare i conti con il passato, piu’ che a disegnare il futuro, e ci riguardava poco. Lo sguardo era alla storia, ai decenni che ci sono alle spalle, alle radici, alla loro forza ed alla loro inadeguatezza. Non dico che non serva, anzi. E’ come quando si fanno sfiatare i termosifoni all’inizio della stagione invernale: prima di accenderli bisogna far uscire l’aria. Ne e’ uscita parecchia - forse non tutta. Speriamo che adesso si sia pronti. E che come ha detto Maurizio, si entri in un tempo di moratoria dei discorsi sul rinnovamento, e lo si pratichi. Senza retorica, con normalita’. Non perche’ i “giovani” siano meglio dei “vecchi”, ma semplicemente perche’ e’ normale che si facciano cose insieme, per pari opportunita’ di accesso, per un criterio sano di rappresentanza, per inserire punti di vista ed esperienze di vita piu’ ricche, differenti – e per poter essere credibili quando si parla di sbloccare un’Italia gerontocratica. Trovo odioso il nuovismo, ipocrita quanto la sua critica (credo che Veltroni abbia detto piu’ o meno queste parole, le condivido). I gruppi dirigenti vanno formati, messi alla prova, selezionati, proposti al paese. Va adottato un criterio di merito, di lealta’ piuttosto che di fedelta’. Di etica pubblica, senso della politica come servizio alla comunita’. Capacita' di lavorare in gruppo. Va valorizzato il rapporto con il mondo reale, fuori dai palazzi e dai partiti, la vita vera: con i territori ma anche con quelle “constituencies” che sono piu’ tematiche che legate ad un territorio particolare.

Niente di nuovo, in realta’. E’ che ora va fatto.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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