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federica mogherini
Democratica

TRE FALSI MITI E DUE RISCHI

27 ottobre 2009 permalink 7commenti
Credo che la giornata di domenica abbia sfatato tre falsi miti, ed aperto un paio di rischi piuttosto seri.

Innanzitutto, il PD non solo esiste, ma e’ organizzato, radicato, vivo come nessun altro partito della recente storia italiana e’ o e’ stato. I volontari, i militanti, gli iscritti, gli elettori, quelli che semplicemente hanno a cuore il progetto… un patrimonio immenso, unico, la nostra vera forza – forse l’unica.

Secondo: l’amalgama e’ riuscito eccome. Proprio guardando le persone che lavoravano ai seggi, quelle in fila per votare, te ne rendevi conto. Uno insieme all’altro, non solo accanto ma insieme, e la linea di distinzione – se c’era – non riguardava il passato, la “provenienza”, ma l’idea di futuro (ed a volte neanche quella).

Terzo: e’ stato un confronto aperto, senza rete. Nessuno, la sera di sabato, poteva dire chi avrebbe vinto. Ed il fatto che alla fine abbia vinto Bersani, il “favorito”, nulla toglie alla straordinaria prova di democrazia e trasparenza, contendibilita’, apertura, che siamo riusciti a dare. Le persone che hanno partecipato a questo (tortuoso e barocco, sono d’accordo) meccanismo di congressi e primarie lo hanno fatto con la loro liberta’, con le loro idee, con la passione e con le speranze che sentivano dentro di loro. Liberi. Probabilmente questo e’ successo il percentuali variabili in giro per l’Italia, ma neanche questo puo’ offuscare il dato di aver celebrato, per la prima volta, un congresso “aperto”, il cui esito non era predeterminato, scontato.

Ora, si potrebbe notare il paradosso: proprio chi ha negato in questi mesi che l’amalgama fosse riuscito, che il partito esistesse, e che la competizione fosse aperta, ha vinto in un percorso che ha visto protagonisti il mescolamento, la militanza e la libera scelta. Ma questo riguarda l’analisi delle nostre contraddizioni collettive, e mi interessa meno.

Quel che mi interessa di piu’, ora, e’ cosa viene dopo. Cosa dovremo affrontare, uniti – si e’ detto e si dice -, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. E qui vedo due grandi rischi, due sfide.

Il primo riguarda la vita interna del partito. L’amalgama e’ riuscito, bene. La “nostra gente” e’ mescolata gia’ da dieci anni, probabilmente. E’ la rappresentazione che di questo si da’, che spesso non rende onore e giustizia alla realta’. Se il “pluralismo” si traduce in coesistenza di correnti piu’ o meno organizzate, in un uso attento del bilancino, in una somma arida di “voi” piu’ “voi” piu’ “noi”, si distorce il valore grande di quel mescolarsi fino a confondersi, contaminarsi, che “alla base” e’ avvenuto. E, alla lunga, temo che lo faccia regredire fino ad irrigidirsi in recinti falsi, inutili, sterili. Qui c’e’ la piu’ grande sfida per Bersani. “Faro’ a modo mio” significa “a modo suo” o a modo di Tizio, Caio e Sempronio? Riuscira’ a dare il messaggio, alla “base”, che l’amalgama e’ un valore, o – volente o nolente – indurra’ a ripiegare sulle “identita” che si confrontano e, bene che vada, si accostano l’una all’altra con il minor grado di conflittualita’ possibile?

E’ una sfida che avrebbe riguardato chiunque, eletto a segretario. E che riguarda ancora sia Franceschini che Marino, seppure con un grado di responsabilita’ oggi di riflesso, non centrale. Ed e’, io credo, una sfida vitale per la salute del PD nei prossimi anni.

Secondo rischio, piu’ serio perche’ riguarda non solo noi ma l’intero sistema politico. Le alleanze. Bersani dice – ha sempre detto: “torniamo all’Ulivo”. Ma sono passati piu’ di dieci anni, e la scena politica non e’ rimasta quella del ’96. Sono diversi i partiti in campo (non i protagonisti, ma questa e’ un’altra storia…), sono diversi gli orientamenti elettorali, soprattutto e’ diverso il grado di fiducia e di credibilita’ che in questi dieci anni quel progetto ha consumato. Tra l’Ulivo e il PD, c’e’ l’Unione. E dire oggi “torniamo all’Ulivo” senza intendere “torniamo all’Unione” e’ quanto mai difficile. Basta semplicemente dire che – ovvieta’ – non ci sarebbe Mastella e neanche Dini? E siamo convinti che sia quello il discrimine tra la credibilita’ che aveva il primo governo dell’Ulivo e l’assenza di fiducia in quello ultimo dell’Unione? O non era piuttosto un altro, il tarlo che ci ha consumati?

Nel 2006 si tenevano i tavoli per la stesura del programma di governo dell’Unione per le elezioni politiche. Erano, se non ricordo male, una decina di gruppi di lavoro tematici che raccoglievano ognuno una ventina di esponenti dei partiti (i responsabili tematici, in genere, anche se alcuni partiti erano talmente piccoli da avere dei jolly factotum) e qualche “esperto”, per un totale di almeno 200 persone impegnate in percorsi paralleli. C’era poi una cabina di regia con il compito (pressoche’ impossibile) di coordinare il tutto e assicurarsi che quello che si diceva da una parte non fosse in aperta contraddizione con quello che si diceva dall’altra.

Mi capito’ di partecipare ad una riunione di uno dei tavoli. Si parlava, quel pomeriggio, di spese militari. C’era chi sosteneva che il governo Berlusconi le avesse aumentate, e che noi dovessimo proporci di ridurle, e chi diceva che, al contrario, negli ultimi anni erano calate e che la nostra proposta non poteva che essere quella di aumentarle (la valutazione sul livello di spesa corrente variava a seconda che si includessero o no le spese per le missioni internazionali). Dopo qualche ora di vana discussione, si trovo’ la quadra, e nel programma si scrisse che avremmo “invertito la tendenza”. Tutti potevano tornare alla base dicendo che l’avevano spuntata. Il problema e’ che poi quelle elezioni le abbiamo vinte, e che una volta che sei al governo non basta trovare la combinazione giusta di parole per far contenti tutti: devi fare delle scelte (a volte anche difficili). Ed e’ ovvio che non si aveva nessun programma a cui richiamarsi, nessun comune denominatore su cui costruire una scelta condivisa, nessuna possibilita’ di evitare la litigiosita’, le manifestazioni dei ministri contro il loro stesso governo, la paralisi. E li’ fuori, la “nostra gente” voleva che cambiassimo l’Italia…

Bersani dice che non basta fare opposizione, bisogna essere alternativa. Sono d’accordo. Ma come una somma di opposizioni non fanno un’alternativa, una somma di alternative non fanno un cambiamento credibile. Credo che questo sia il nostro problema. Perche’ altrimenti possiamo tornare anche a vincere un’elezione e “mandarlo a casa”. Ma poi torna…

PS: consiglio la lettura di Salvati sul Corriere di oggi su bipolarismo e legge elettorale. Cosa penso del sistema tedesco credo di averlo scritto gia’, a piu’ riprese, su questo blog e altrove, tra il dicembre 2007 e il febbraio 2008. E siamo sempre li’.

Diario americano

IMPRESSIONI AMERICANE

7 settembre 2009 permalink 0commenti
Sono stata qualche giorno in America, a Chicago. L’ultima volta che ero andata era dicembre, Obama non si era ancora insediato e la crisi era il tema che si iniziava ad imporre nelle vite delle persone e nell’agenda politica. Erano le due novità, seppure di segno molto diverso – ed in qualche modo c’era la speranza che una contribuisse ad allontanare l’altra.

Andando nella città del Presidente, mi aspettavo di trovare almeno in parte quell’entusiasmo e quella retorica obamiana che nei mesi ed anni scorsi erano stati ineludibili della politica e della comunicazione americana. Invece, no. Niente gadget. Difficile persino identificare la sua casa, in un quartiere che non ha altre attrazioni “turistiche” e che sarebbe stato logico aspettarsi avrebbe fatto della casa presidenziale un richiamo, una fonte di curiosità, o se non altro di banale guadagno – le foto, i souvenir, tutto ciò che è stupido ed inutile ma illude ogni singolo visitatore di avere in tasca un piccolo ricordo della storia. E invece niente. Giusto una macchina della polizia a sbarrare la strada, proprio come davanti alla sinagoga lì accanto.

E’ come se la febbre fosse passata, e l’entusiasmo avesse lasciato il posto ad un cauto, più razionale e decisamente più contenuto ottimismo. Tra la crisi ed Obama, ho avuto l’impressione che gli americani scommetterebbero ancora su Obama – che sia lui a riuscire a gestirla, piuttosto che lei ad affossarlo – ma vedono forse oggi meglio tutte le difficoltà, le salite, anche i possibili errori o le battute d’arresto che il Presidente potrà incontrare. Non è più un mito, ma un uomo. Ed ha di fronte a se non più una "novità", ma una crisi economica che ha ormai prodotto i suoi frutti - disoccupazione a livelli da record, case in svendita ovunque, per la prima volta emigrazione dalle zone più ricche in cerca di condizioni di vita più economiche... Il rischio è che il sogno americano non solo si fermi, ma faccia marcia indietro. La paura che torna a sommergere la speranza.

La vera differenza, l’ho percepita rispetto agli afroamericani. Forse perché Chicago è la città degli Obama – di Michelle prima di tutto. Forse perché è un luogo di integrazione da ormai diversi anni. O forse la differenza stava nei miei occhi, nel mio sguardo, e in quello di tanti altri bianchi anglosassoni. L’impressione di un nuovo orgoglio nero, di un nuovo e più fiero senso di cittadinanza, di appartenenza, di essere “veri americani” e non “una minoranza”. Certo, questo nel centro di Chicago, nei quartieri ricchi della Gold Coast e in quelli residenziali attorno all’Università, perfettamente integrati e un po’ radical chic. Non è certo la stessa cosa se si fa un giro nei quartieri solo neri del sud di Chicago, dove il colore della pelle è anche condizione economica, e sociale, disagiata, marginalità. Ma forse è un inizio contagioso, quello sguardo sicuro e bello negli occhi degli afroamericani che, proprio come il Presidente, ce l’hanno fatta.

Come sempre quando vado in America, ovunque in America, ci sono le grandi e le piccole stupide cose che invidio, che vorrei anche qui – o che mi portano a pensare che vivrei bene lì. E, insieme, quelle che detesto, che non vorrei vedere, che fanno male.

Le piccole stupide cose. Gli autobus non inquinanti che “si inchinano” per far salire e scendere le persone anziane, un sistema molto banale e molto efficace per far pagare a tutti il biglietto, ed un altrettanto semplice meccanismo per trasportare le biciclette. Il cibo di tutte le parti del mondo. I supermercati enormi dove di ogni cosa puoi trovarne 10 tipi diversi. La gente che per strada ti chiede se hai bisogno di indicazioni. La musica (questa forse è una grande cosa). I musei aperti gratis almeno una volta a settimana. I supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I pic nic (e l’attrezzatura per i pic nic) nei parchi, la voglia di vivere gli spazi pubblici. Gli spazi aperti, anche nelle grandi città, la grandezza di tutto – i grattacieli, il lago.

Le grandi cose. Il senso di eguaglianza fondato sul lavoro duro e la responsabilità individuale. Il rispetto delle regole. L’apertura al cambiamento. Quello spirito rivolto al futuro che ha reso possibile che Obama diventasse Presidente. A volte in Italia ci si chiede se avremo mai un Obama. Ma non ce ne faremo mai niente di un Obama, finchè non ci sarà una società in grado di “riconoscerlo” e sostenerlo. Un piccolo esempio: di domenica, sono andata a sentire la messa nella chiesa presbiteriana del centro. Il sermone aveva come tema il cambiamento: le regole (anche quelle religiose) sono immutabili o possono cambiare? Dio non si aspetta forse dall’uomo, che ama così tanto, qualcosa di più che semplice e passiva obbedienza – ovvero che eserciti fino in fondo la sua responsabilità, compiendo scelte individuali e giuste nelle situazioni che la vita gli pone davanti? E le situazioni della vita non cambiano sempre, non rendono ogni scelta una scelta nuova, quindi aperta al cambiamento, e le regole fissate in passato non sono sempre un po' inadeguate di fronte alle scelte nuove? La conclusione era un convinto sostegno al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ecco, questa è l’America.

O dovrei dire anche questa, è l’America. Perché poi ci sono quelle piccole e grandi cose che te la fanno odiare. Il negozio di bambole dove ogni bambina crea il suo clone, si vestono uguali, lo porta dal parrucchiere (vero, pagandolo con soldi veri), ed in ospedale (anche questo “vero”, per cui presumo ci voglia un’assicurazione vera). Le feste di compleanno per cani nei ristoranti di lusso, in cui servono bistecche a forma di osso per i festeggiati in cappottino di pelliccia, e palloncini a forma di cane. Cenare in un qualsiasi family restaurant e vedere che il tizio seduto nel tavolo accanto al tuo ha una pistola infilata nella cintura. E le mamme sole che trascinano i propri piccoli sempre addormentati da un autobus all’altro, da una metro all’altra, per farli stare seduti in un posto caldo e riparato – gli leggi la disperazione negli occhi.

Ma poi torni in Italia. E provi a riprendere faticosamente il filo di quello che succede in questo nostro strano paese, dove tutti vorrebbero cambiare tutto e tutto resta sempre uguale…

Democratica

LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO. CON DARIO, INSIEME PER IL PD.

31 luglio 2009 permalink 2commenti

Il 14 ottobre 2007 milioni di italiani si sono messi in movimento e insieme hanno dato vita al Partito Democratico. Con le primarie e le elezioni politiche abbiamo visto quanti altri con noi hanno raccolto la sfida del cambiamento, di apertura della nostra società e della politica, di rottura degli schemi rigidi e anacronistici del nostro paese.

Al tempo stesso abbiamo constatato come quel consenso non fosse una cambiale firmata in bianco, ma una fiducia da riconquistare e alimentare di giorno in giorno.

Per farlo serve un partito che sia al servizio dell'Italia e degli italiani, di tutti gli italiani. L’esatto contrario, cioè, della politica di divisione sociale e di difesa del corporativismo che porta avanti il governo Berlusconi.

L’Italia ha bisogno di uno sviluppo economico nuovo, che faccia crescere tutto il paese senza giocare sulle sue divisioni. Ha bisogno di mobilità sociale e di un sistema di welfare inclusivo, capace di rispondere alle nuove esigenze del mondo del lavoro e tutelare le nuove fasce di povertà e di insicurezza, a partire da quella del lavoro precario. Ha bisogno di investire sul merito e sul talento, attraverso il ruolo fondamentale della formazione, dell’università e della ricerca, della conoscenza come motore dello sviluppo e dell’innovazione.

L’Italia ha bisogno di scelte lungimiranti. Come, di fronte alla crisi economica, Obama in America ha proposto un’idea nuova di sviluppo che fa leva sulla green economy, sul futuro e la solidarietà nazionale, così in Italia il Partito Democratico deve mettere in campo una visione coraggiosa e nuova della società: aperta, giusta, libera, solidale.

Perché questa visione sia credibile, serve coerenza nei comportamenti e nell’azione di governo e amministrazione della cosa pubblica. Solo con la coerenza tra le parole che diciamo ed i comportamenti che mettiamo in atto, riusciremo ad aggregare tutti quegli italiani che sono già in campo, in prima persona, a partite da quelli che – spesso in solitudine - in questi mesi si sono opposti alle disastrose politiche del governo. Dal mondo della scuola ai pensionati, dai dipendenti alle piccole e medie imprese, c’è un’Italia che ha bisogno di risposte, che ci chiede e vuole costruire nuove risposte.

Per fare tutto questo, per vincere la sfida del cambiamento, dobbiamo costruire un partito radicato che risponda alle nuove esigenze della società. Non c’è contrapposizione tra partito delle primarie e partito strutturato. La rete dei circoli, per quanto fragile, ha tenuto in piedi il partito in questi mesi. Le Feste democratiche e de l’Unità sono vissute come momenti e spazi collettivi, politicamente caratterizzati ma aperti a tutti e “interessanti” per tutti. Dobbiamo pensare i nostri circoli come luoghi utili alla collettività, dove ragionare di politica ma anche in cui trovare risposte concrete, momenti di socializzazione e servizi utili. Dobbiamo valorizzare il loro lavoro e renderlo possibile, dando loro strumenti, attenzione e rappresentanza reale, non solo "compiti" da svolgere. Dobbiamo mettere a frutto lo strumento delle primarie, farne occasione di confronto politico vero, aperto e trasparente, e meccanismo di promozione della classe dirigente, fuori da ogni logica di cooptazione.

Ma soprattutto il PD deve darsi una nuova identità, una nuova appartenenza che superi le vecchie. Ci sarà un partito strutturato e radicato, solo quando il PD smetterà di essere un partito di ex, ma avrà costruito una nuova compiuta identità democratica. Quando arriveremo ad essere tutti, semplicemente, democratici.

Due anni fa abbiamo iniziato un cammino collettivo che ha dato vita al primo grande partito di questo secolo. A noi stessi e all’Italia abbiamo promesso una nuova stagione. Oggi, e' Dario Franceschini ad incarnare questa idea.

In questi pochi, difficili mesi alla guida del partito, e' stato capace di dare unità al partito, di usare parole chiare e compiere scelte nette e coraggiose. Dovrà continuare a farlo, dovremo aiutarlo a continuare a farlo, con determinazione e coerenza.

Tanti giovani dirigenti di partito, amministratori, parlamentari ed esponenti della società civile, sono impegnati a sostenere la candidatura di Dario. E’ la generazione che sta già “facendo” il PD, il suo presente e non solo il suo futuro. Con Dario Franceschini, con l'impegno diretto di tanti di noi, possiamo dare gambe al percorso del PD e costruire un futuro per il nostro partito e per il nostro paese.

Vinicio Peluffo, Federica Mogherini, Pina Picierno, Andrea Causin, Francesco Ori, Leonardo Impegno, Luca Rizzo Nervo, Daniela Sbrollini, Giuseppe Lupo, Federica Fratoni, Massimiliano Manfredi, Daniele Giordano, Chiara Braga, Andrea Catena, Stefano Fancelli, Michele Fina, Benedetta Squittieri,Antonio Iannamorelli, Brenda Barnini, Marianna Bartolazzi, Alessio Beltrame, Giorgia Beltramme, Romano Benini, Massimo Bettin, Caterina Bini, Tommaso Bori, Michele Brisighelli, Marco Campagna, Leonardo Cappellini, Francesco Casini, Elisa Cavalli, Pasquale Centin, Francesco Comi, Matteo Corbo, Diego Crivellari, Giacomo D’Arrigo, Carmine De Blasio, Efisio De Muru, Natale Di Cola, Massimiliano Dolce, Marino Fardelli, Caterina Ferri,Rocco Fiore, Luca Fioretti, Pierluigi Fontana, Federico Frigato, Giovanni Lattanzi, Gianluca Lioni, Emanuele Lodolini, Luigi Madeo, Loris Marchesini, Dario Marini, Paolo Masini, Simone Morelli, Luciano Nobili,Ubaldo Pagano, Mattia Palazzi, Luigi Petti, Linda Pieragnoli, Alessandro Pieroni,Alessandro Pinciani, Francesca Puglisi,Andrea Ranalli, Enzo Reda, Pierluigi Regoli, Stefano Rimini, Matteo Rossi, Fabio Santoro, Francesco Scoppola, Monica Torchio, Sara Valmaggi, Francesco Verducci

Per aderire, scrivi a insiemeperilpd@libero.it o vai sul gruppo Facebook "La sfida del cambiamento".


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permalink | inviato da BlogMog il 31/7/2009 alle 11:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Sull' Europa

NEVER WASTE A CRISIS (MAI SPRECARE UNA CRISI) - OVVERO IL CORAGGIO DI CAMBIARE

9 giugno 2009 permalink 29commenti
La parola "crisi" viene dal greco, e significa "punto di rottura", "cambiamento". Non ha una connotazione negativa, all'origine, ma segna il punto di svolta.

Mesi fa scrivevo che in America chi circonda il Presidente Obama aveva affrontato con questo monito la crisi economica che li (ci) ha travolti: "never waste a crisis", mai sprecare una crisi. Perchè vedevano in quel punto di svolta (negativo) l'occasione per introdurre forti e radicali cambiamenti strutturali nel loro paese (cosa che forse dovrebbe fare anche l'Italia, ma questo è un altro post). Perchè erano consapevoli che è nei momenti di svolta, di rottura, di crisi appunto, che si apre la possibilità reale di innovare in profondità, di proporre rivoluzioni e raccogliere intorno ad esse il consenso necessario per renderle durature e condivise.


Credo che questo monito dovremo averlo bene in mente nelle prossime settimane, nei prossimi mesi. Vedo due "crisi" davanti a noi di cui occuparci, il più seriamente e coerentemente possibile.

Una è quella dell'Europa. Astensionismo record in tutto il continente; forze populiste, nazionaliste o localiste, e di estrema destra in crescita ovunque; le forze del PPE che crescono non lo fanno con un progetto chiaro, definito e riconoscibile di sviluppo del progetto europeo (le forze del campo progressista crollano, sia quelle più sinceramente europeiste sia quelle meno convinte, ma a questo vengo dopo). Assistiamo quasi rassegnati alla deriva di un grande progetto che appare assente a se stesso, proprio nel momento in cui dovrebbe più essere percepita la necessità di rinnovarlo con vigore e lungimiranza. Di fronte alla crisi economica (qui sì nell'accezione negativa del termine), l'Europa non reagisce guardando al futuro in cerca di slancio, ma si chiude nella paura e nella protesta. La rassegnazione dell'impotenza colora di rabbia sterile o di indifferenza questo voto. 

Qui c'è la "crisi", il punto di svolta, di un progetto europeo che trova la sua ragion d'essere o svanisce. Dopo aver raggiunto gli ambiziosi obiettivi della pace interna, dello sviluppo economico, del mercato e della moneta unica, della libera circolazione dei cittadini europei nel continente, qui sembriamo fermarci. Qual'è la missione dell'Europa, oggi e per domani? C'è una missione ed una visione comune - è utile che ci sia? Non credo che la domanda sia rinviabile. Dopo anni di "pausa di riflessione", è il momento di trarre qualche conclusione, e cercare di proporre a dei cittadini europei sempre più confusi e lontani dalle proprie istituzioni una via da seguire, un senso di marcia. E credo sia un compito che spetta a tutti, conservatori e progressisti, perchè il lento ma costante scivolamento del senso comune lungo il piano inclinato del populismo è un dato che fa male alle nostre società, ai nostri paesi, al nostro continente: ci toglie futuro, speranza, capacità di reazione. Ci toglie il coraggio di credere possibile il cambiamento, e il potere di pensarlo e realizzarlo. Ci rende vecchi, stanchi e rassegnati. Marginali, inutili, in un mondo complicato ma dinamico.

La seconda "crisi" che vedo è quella dei socialisti in Europa. La difficoltà non è nuova, viene da lontano. Ha elementi comuni, europei, e senza alcun dubbio elementi nazionali (così si spiega il successo dei greci ed il disastro inglese). Ma credo ci sia un tratto dominante, un filo rosso, una radice condivisa. Alle paure ed alle proteste (di cui sopra) la sinistra europea ha finora risposto con quel che aveva in repertorio. Non ha saputo leggere la società per quella che è - non ha dato le risposte giuste perchè non ha voluto o saputo capire le domande. Anche l'esperienza più "innovativa", la meno "ideologica", quella del New Labour, ormai non ha niente di "new", ed è vecchia di 15 anni. Se si predica l'avvento dell'era post-ideologica, poi si deve anche cercare di avere una propria utilità, in quel contesto nuovo (altrimenti ci si limita a scrivere il proprio necrologio). Il socialismo europeo sta lì: a cavallo tra la voglia di cambiare tutto (la società, la politica, il futuro che sembra segnato, e se stesso) e la nostalgia di quel che fu (la società, la politica, il passato di cui ci si ricorda, e se stesso qualche anno o decennio fa). Il dibattito è aperto, da anni. E non è per caso che il PD ha affascinato dall'inizio molti dei partiti del socialismo europeo, ed è stato visto con sospetto da altri. In alcuni partiti (penso al PS francese), la battaglia congressuale interna ha avuto tra i suoi elementi una valutazione (positiva o meno) del PD italiano. Ed il fatto che proprio lì i socialisti (dove è maggioranza la parte del partito che più era scettica rispetto all'esperienza italiana) vadano peggio, ed il fatto che il PD sia il primo dei partiti europei del campo progressista per numero di voti (ed il secondo per seggi, considerando però che il primo è l'SPD ed in Germania si eleggono 27 europarlamentari più che in Italia), tutto questo può darci qualche indicazione sul tipo di dibattito che si aprirà nel PSE. Forse. Come sempre, come davanti ai momenti di rottura, di passaggio, di "crisi": anche per i socialisti in Europa, si potrà fare finta di niente, aprire una fase di riflessione per tornare al punto di partenza senza passare dal via, o piuttosto si potrà sfruttare questo passaggio per darsi il coraggio di cambiare, di innovare, di guardare alla società e al mondo per com'è (e non per come si vorrebbe che fosse, o per come lo si ricorda), di avere la determinazione e la fantasia di proporre le cose che si sa sono necessarie, utili, giuste (ma non necessariamente quelle che ci si aspetta i socialisti propongano). Ribaltare il tavolo, la scala di valori, la lista di priorità, l'agenda politica. Come Obama e i Democratici hanno saputo fare in America, dopo 8 interminabili anni di Bush e del suo abile uso della paura. 

C'è una terza sfida che vedo. Anche questa riguarda la capacità di usare un momento di passaggio per darsi il coraggio di cambiare. Riguarda il PD. E' un anno che siamo in mezzo al guado. Dopo la sconfitta alle politiche del 2008, siamo rimasti sospesi, a cavallo tra la voglia di cambiare tutto e la nostalgia per quello che non c'era più. Nell'incertezza, siamo rimasti fermi, paralizzati. In questi ultimi mesi, dopo il salvifico shock delle dimissioni-sos di Veltroni, ci siamo mossi. E' stata una campagna elettorale in movimento, in cui l'obiettivo (dichiarato) era mettere un argine allo sfondamento della destra e riconfermare la validità del progetto democratico. Avere un corpo vivo, in grado di camminare con le sue gambe nella direzione che deciderà di prendere. Bene, lo abbiamo. Non era un risultato scontato: solo un paio di mesi fa ero a RedTV a commentare un sondaggio che dava il PD al 22% ed il PdL sopra il 40%. Dicevo che quel sondaggio non teneva conto dell'"effetto Franceschini". Oggi posso dire che non mi sbagliavo... 
Democratica

NON TORNIAMO INDIETRO

18 febbraio 2009 permalink 17commenti
Sono ore di confusione, in cui è facile sentirsi persi, forse anche soli. Un po' arrabbiati, delusi. Disorientati. Con alcuni amici abbiamo pensato che sia utile dire ad alta voce, insieme, alcune cose minime, essenziali. Per non perdere i punti di riferimento fondamentali, e per continuare a lavorare al progetto in cui, in tanti, crediamo. Pensiamo che ci sia una responsabilità, che va ben oltre quella della leadership. E che sia tempo di esercitarla. Insieme.

NON TORNIAMO INDIETRO

Il Partito Democratico e’ nato per cambiare l’Italia. Non e’ solo, ne’ innanzitutto, la sintesi di due tradizioni politiche del secolo scorso, gloriose ma storicamente esaurite. E’ il progetto di portare il nostro paese nella contemporaneita’, nel mondo che cambia. Innovazione, mobilita’ sociale, trasparenza ed equita’ in un paese che appare invece sempre piu’ bloccato, diviso e chiuso nelle proprie paure e nel proprio passato. Quella missione di cambiamento e’ oggi non solo valida, ma necessaria ed urgente. E’ un progetto culturale prima ancora che politico. La sua realizzazione richiede coraggio, coerenza, coesione ed uno sguardo puntato con fermezza sul futuro. Sara’ un lavoro lungo, che avra’ bisogno di energia, senso di responsabilita’ e spirito di squadra. Noi siamo pronti a continuare a lavorare per realizzarlo.

Francesco Boccia
Stefano Bonaccini
Andrea Causin
Paola De Micheli
Dario Ginefra
Sandro Gozi
Alessandro Maran
Maurizio Martina
Margherita Mastromauro
Federica Mogherini
Alessia Mosca
Fausto Recchia
Matteo Renzi
Matteo Ricci
Ettore Rosato
Ivan Scalfarotto
Luca Sofri
Valentino Valentini

(e già tanti altri: si può aderire su nontorniamoindietro@gmail.com)

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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