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Democratica

ASCOLTARE, PER FARSI CAPIRE

26 gennaio 2010 permalink 6commenti
Ieri sono stata in direzione nazionale (oggi sono a Strasburgo, al Consiglio d'Europa, ma questo lo racconto domani).

Avevo ancora negli occhi, quando sono entrata, la riunione del mio circolo, a Marconi, venerdi’ sera. Gente motivata, affezionata al proprio partito, ostinata nel voler fare le cose che ritiene utile, per il quartiere, per la citta’. Per il paese, per quel che si puo’. Gente che passa un venerdi’ sera insieme, a discutere di regionali anche quando nessuno ha chiesto la loro opinione, anche a giochi piu’ o meno fatti. Gente incazzata, perche’ viene a sapere dai giornali che la Bonino e’ la nostra candidata, e che Milana – il segretario di Roma “prorogato” temporaneamente una vita fa, sonoramente fischiato all’ultima assemblea dal suo stesso gruppo dirigente per aver portato un partito alla paralisi – ecco, che proprio lui coordinera’ la campagna elettorale del centrosinistra (o dovro’ rimettere il trattino…?) nel Lazio. Gente che si chiede, con una qualche ragione: “ma chi lo ha deciso…?”, e non trova mai risposta. Gente che, nonostante tutto, decide di passare il suo venerdi’ sera al circolo – che detto cosi’ sembra davvero che sia una bocciofila, che si giochi a bridge -, magari lasciando al figlio adolescente il panino in frigo, o rinviando i festeggiamenti del proprio compleanno. Gente che discute, si confronta, si incazza, e organizza il banchetto per la domenica mattina, che viene la Bonino al mercato di Porta Portese… Gente cosi’. Che magari non sa se la vota (troppo laicista, troppo liberista, troppo di destra o troppo di sinistra), ma la campagna elettorale per il partito la fa.

Sono entrata alla riunione della direzione con questo partito in testa. Quello che piu’ di base non si puo’: la militanza, l’appartenenza. Quello che e’ la nostra vera forza – senza il quale non esiste campagna elettorale, non esiste comunicazione, non esiste partito. La fatidica base, i circoli. Il partito solido che piu’ solido non si puo’. Il “nostro popolo” (che se iniziassimo a capire che non e’ il popolo ad essere nostro, ma noi ad essere “del popolo”, forse faremmo qualche passo avanti).

Comunque, sono entrata alla riunione con quelle parole, e quelle facce, in testa. La domanda che uno di loro ha scritto in rete: “ma siamo sicuri che questo partito ci meriti…?” (o non e’ meglio passare il venerdi’ sera a festeggiare il compleanno, e la domenica mattina a giocare a calcio con mio figlio?)

Poi ho sentito la relazione di Bersani. Quello che sul partito solido ci ha vinto il congresso. E l’ho sentito parlare, a lungo, della crisi del paese. Delle cose sbagliate che il governo fa e delle nostre posizioni. Bene. Condivido. Tutti noi condividiamo. Non ho sentito un intervento, nel corso della giornata, che non apprezzasse e condividesse questa parte della relazione. Il problema non e’, pero’, condividere una linea politico-programmatica, all’interno del PD. Paradossalmente, condividiamo molto piu’ di quanto non sembri. Come dimostra il fatto che, nelle sedi istituzionali, il partito lavora unito, e piuttosto bene. Il problema e’ la macchina. Che non funziona. Come dimostra il fatto che, nonostante sulle analisi e sulle proposte, piu’ o meno, siamo tuttri d’accordo, non riesce ad arrivare nulla (NULLA) la’ fuori: ne’ alla “base”, ne’ al nostro “popolo” (e figuriamoci al popolo che ad essere “nostro” non ci pensa neanche…!). Quello che arriva, e’ a tratti il silenzio, a tratti il caos. Oscilliamo pericolosamente tra l’irrilevanza ed il far danni. E se questo e’ quel che fa il principale partito di opposizione, il problema non e’ solo nostro: e’ del paese. Per questo (e non per spirito di polemica, o di rivalsa), credo sia doveroso che si dicano i problemi: perche’, proprio come per i problemi del paese, ammetterli e’ la precondizione necessaria (seppure non sufficiente) per risolverli. Ed a me (credo a tutti, di certo al “nostro popolo”) non interessa ricostruirne la genesi ed attribuirne la responsabilita’ – mi interessa che siano risolti. Contribuire, se possibile, a risolverli. Proprio come ai miei compagni di circolo.

La seconda parte della relazione, in effetti, toccava i nodi delle regionali. I problemi. “Non ci hanno capiti, in Puglia.” “La nostra e’ stata una rischiosa coerenza”. Nel Lazio, “i radicali hanno deciso, noi abbiamo dovuto prendere atto di una loro decisione imprescindibile”.

Appunto: e’ diventata “imprescindibile” (ed ingovernabile) una decisione presa in autonomia da un partito dell’1% che alle ultime elezioni era nelle nostre liste.

Appunto: in Puglia non ci hanno capiti perche’ noi non li abbiamo ascoltati. In democrazia, dar torto agli elettori, ai cittadini, non e’ una buona idea. Prima o poi, riescono a spiegarsi, loro. E lo fanno anche piuttosto chiaramente.

“Rischiosa coerenza”… vedo il rischio, non la coerenza. Se l’alleanza con l’UDC era (e’, perche’ noi comunque non cambiamo linea, a quel che ho capito) strategica, perche’ lo e’ in Puglia e non nel Lazio? E perche’ non discutiamo di seguirli nel sostegno alla Poli Bortone?

Invece, forse potremmo essere coerenti su cose un tantino meno rischiose – come far decidere i territori, costruire questo partito strutturato e solido, dare strumenti (politici, oltre che organizzativi) alla “base”, ed ascoltarla, di tanto in tanto… Non per farle un favore, ma per farci un favore: eviteremmo qualche scivolone.

E le alleanze. Dove ci sono, quelle che ci sono. Il problema, credo per tanti di noi, forse per tutti, non e’ “con chi”. E’ “per fare cosa”. Non e’ quanti e quali passeggeri salgono a bordo (magari con qualche sacrosanta eccezione…), ma chi guida, dove si va, che strada si fa. Non relegarsi in uno stato di margnalita’, non passare dall’esasperazione della vocazione maggioritaria a quella rigorosamente minoritaria (il paese e’ di destra, non vinceremo mai, abbiamo bisogno di delegare ad altri il rapporto con “pezzi” di elettorato, di paese). Vincere per vincere.

A Roma sono comparsi dei manifesti del PD che dicono, semplicemente: “Per vincere. Con Emma Bonino”. Come se fosse una partita di calcio. L’obiettivo e’ vincere. Ma a un cittadino qualsiasi, che vinca una squadra o l’altra (a meno che non sia un tifoso di una delle squadre in campo), non interessa. E perche’ dovrebbe? Sta a noi, spiegare ai non tifosi perche’ e’ importante che vinca una squadra e non l’altra. Il programma. Le priorita’. Le cose da fare. Le cose (condivise) della prima parte della relazione che ha fatto Bersani: le cose da fare per la citta’, per il paese. Se non si parte da li’, dalle cose attorno alle quali ti ritrovi, diventa tutto confuso, gli opposti uguali, e tutto diventa difficile da spiegare, vuoto, vano. Una partita di calcio. Per vincere. Senza un programma (come, in effetti, siamo nel Lazio).

Vincere per vincere. Per mandare a casa Berlusconi. Anche questa e’ una forma di antiberlusconismo che forse si concilia male con la pretesa, che abbiamo, di essere un partito riformista. Fare le riforme, proporle, non e’ una passeggiata. Ce ne siamo resi conto bene l’ultima volta che abbiamo governato. Il rischio della paralisi e’ forte. Occorre determinazione, chiarezza, omogeneita’ di intenti. E l’umilta’ di confrontarsi con “il popolo” (il tuo, ed anche tutti gli altri). Se no ci ostineremo a costruire alternative che non si tengono che sulla persona a cui sono alternative, ed a provare a calare dall’alto scelte, persone e politiche (persino riforme) che a noi sembreranno giuste, ma non alle persone per le quali sono pensate.

Ho provato a dire queste cose, in direzione. Con in mente il mio circolo, chi si chiede se questo partito meriti la sua militanza. Io credo di si. Perche' il PD e' chi lo fa, spesso piu' di chi lo rappresenta. E quel PD merita ogni nostra energia. Basta vederlo, ascoltarlo. Essere al suo servizio, e non pensare che sia o debba essere viceversa. 


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permalink | inviato da BlogMog il 26/1/2010 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
Democratica

GENERAZIONE PRIMARIE CON DARIO, GIOVEDI' A ROMA

28 settembre 2009 permalink 6commenti


Giovedì, allo Spazio Etoile, a Roma, Dario aprirà la sua campagna per le primarie. I congressi di circolo saranno finiti, e per noi sarà il momento di iniziare il lavoro più bello e faticoso, quello "fuori".

In questi giorni ho girato per tanti incontri nei circoli e per tanti congressi. Ovunque ho trovato un partito vivo, radicato, strutturato, capace di fare politica sul proprio territorio. Ho trovato circoli, come il mio, dove hanno votato il 79% degli iscritti - ed hanno votato ognuno con la propria testa, liberi, e forse proprio per questo pronti a continuare a lavorare tutti insieme, durante e dopo il congresso e le primarie.
Ho trovato circoli dove hanno votato meno della metà degli iscritti, e circoli in cui partecipavano al dibattito ragazzi che non avevano la tessera, ma si sentono e sono pienamente parte di questo partito.

Per questo, per quello che ho visto, posso dire senza nessun dubbio che il PD che c'è oggi è molto più forte e radicato di quanto non si pensi. E che siamo più forti là dove non ci sono barriere tra cih è "dentro" il partito e chi è "fuori". Abbiamo tutti il compito di mettere il PD a disposizione dei suoi iscritti, dei militanti (non sempre gli iscritti sono militanti, e viceversa), degli elettori convinti, di quelli delusi e di quelli solo potenziali. Per onorare la promessa di essere un partito al servizio della partecipazione, unico vero antidoto alla crisi democratica che questo paese sta attraversando.

Per questo, dal 1 al 25 ottobre ci aspetta il lavoro più bello. 

Dario ha scelto di iniziarlo con noi. Noi della "generazione primarie", noi che non abbiamo fatto a tempo a votare nè PCI nè DC, noi cresciuti (e a volte nati) dopo il crollo del muro di Berlino - 20 anni fa. Noi che siamo stanchi di vedere il nostro paese sempre rivolto verso il passato, noi che non abbiamo nessuna nostalgia per il secolo scorso, ma tanta tanta voglia di futuro. Noi che abbiamo conosciuto la politica con le primarie - quelle di Prodi, quelle di Veltroni - e con il maggioritario. Noi, democratici di prima generazione. 

Se vi va, l'invito è aperto. Aperto come il PD che vogliamo.

PS: Ci sono gruppi che si stanno organizzando per venire anche da fuori Roma, anche da molto lontano. Per info: 1ottobre@dariofranceschini.it

Democratica

IL PD CHE MI PIACE

22 luglio 2009 permalink 5commenti
Sono sommersa di cose da fare, faccio fatica a scrivere (come sempre nei periodi di superlavoro...). Allora, brevemente, un invito e due piccoli racconti.
1. L'invito: su
www.dariofranceschini.it c'è la scheda per aprire un comitato per sostenere la candidatura di Dario e per partecipare alla sua campagna per le primarie.
2. Ieri sono passata al mio circolo. C'erano "vecchi" militanti ed alcune persone "nuove" andate per fare la tessera. Nessun mercimonio, nessun "pacchetto", ma del gelato ed una bottiglia di spumante per festeggiare un amico del circolo uscito dall'ospedale. Quattro chiacchiere sul PD che vorremmo. Una bellissima scena. Chiunque fosse andato a fare la tessera lì, si sarebbe sentito accolto, a casa. E' quello il PD che mi piace.
3. Come è stato un bel volto del PD quello che ho visto venerdì scorso a Bergantino, alla festa democratica. In provincia di Rovigo, sul Po, una bella festa con bella gente, belle facce e belle idee. I giovani che si cimentavano con la macchina per tirare la pasta da friggere, le fantastiche cuoche delle cucine, il papà con la bimba alla cassa del piano bar, e tutto un gruppo di "giovani adulti" che portano avanti la responsabilità e la soddisfazione di far vivere il partito lì. Un altro volto del PD più vero, più bello. Quello che non va sui giornali, ma "fa" davvero il partito.
 
Democratica

IERI A YOUDEM.TV

10 luglio 2009 permalink 0commenti
Democratica

LA SCELTA

3 luglio 2009 permalink 27commenti
Io sono decisamente una che, al contrario di Debora, e’ cresciuta nelle sezioni. Mi sono iscritta ad un partito a 16 anni, ho fatto per 10 anni la funzionaria di partito. Vero, ho fatto anche altro nella vita – ma credo che anche il piu’ grigio e devoto dei burocrati coltivi una passione, un interesse, degli affetti, una vita. Quindi, credo di potermi definire una “donna di partito”. Ma proprio perche’ sono cresciuta dentro un partito, vedo che c’e’ una profonda differenza tra “militanza” ed “apparato”. Tra valorizzazione della vita dei circoli, del lavoro della “base” sui territori, dell’apertura e della partecipazione, ed invece quell’idea di “far politica” un po’ autoreferenziale che traccia una linea netta tra “addetti ai lavori” e “cittadini” – come se la politica fosse appannaggio di qualcuno, e non impegno libero di tanti, di tutti (magari in forme diverse, con tempi diversi). Da “donna di partito”, dico che il PD che ci serve e’ aperto e di tutti. E che, oggi, a lavorare per quel tipo di partito e’ Dario Franceschini.

Tanti, dei miei amici con i quali ho fatto politica in questi anni, hanno deciso di sostenere la candidatura di Bersani. E tanti hanno motivato questa scelta con una sorta di “orgoglio d’apparato”: la storia, la militanza, l’identita’. Tanti di loro, dopo le parole di Debora, si sono sentiti offesi. Alcuni, tra loro, hanno reagito offendendola a loro volta. Con una tale violenza da far riflettere - tanto nervosismo non si addice a chi ha alle spalle anni di esperienza politica: si possono condividere o meno i suoi pensieri e le parole che ha usato per esprimerli, ma la fretta con la quale ci si e’ sperticati a dire “l’avevo detto! E’ inconsistente! E’ solo una ragazzina stupida!” fa pensare che le dichiarazioni fossero gia’ pronte, in attesa solo del primo titolo di giornale discutibile.

Io probabilmente non avrei usato le stesse parole che Debora ha usato. Non credo che mi sarebbe venuto in mente di dire “sostengo Dario perche’ e’ piu’ simpatico” – ma quante volte ho pensato che i nostri leader avrebbero tratto solo beneficio (e noi con loro) a mostrarsi (ad essere?) piu’ “umani”, “normali”, “simpatici” anche? Chiaro, e’ una categoria pre-politica. Soggettiva. Ed ovviamente non dice niente di dove vuoi portare il partito e come intendi farlo. Ma dice una cosa banale, o meglio che dovrebbe essere banale (e purtroppo non lo e’): che la politica, anche la politica, e’ fatta da persone in carne ed ossa, con i loro caratteri e le loro personalita’, le loro alchimie e le loro storie. Che forse non c’e’ bisogno di iscriversi al “club del dirigente di partito” per avere credibilita’ e consenso – anzi, forse e’ sempre piu’ vero il contrario. Che ci si puo’ mostrare per quel che si e’, che il conformismo del secolo scorso forse e’ alle nostre spalle.

Non avrei detto “di qua c’e’ il PD, di la’ D’Alema”. Perche’ pur pensandola spesso in modo diverso da lui, sono convinta che il PD sia anche suo. Purche’ smetta di giocare a fare quello che passa di la’ per caso, e soprattutto purche’ non pensi che sia o debba essere solo suo.

Qualche giorno fa, un settimanale riportava una frase, attribuita a Reichlin (in una presunta conversazione con D’Alema) che diceva: “Dovremmo lasciare il partito alle Serracchiani e alle Mogherini?”. Non so se l’abbia mai detta, ma non faccio fatica a immaginare che il senso di quella frase possa appartenergli: “Dovremmo lasciare il partito a chi non e’ come noi?”. Dove il “noi” rischia di essere una categoria dello spirito – perche’ nessuna di noi due e’ una velina (purtroppo?), nessuna di noi due e’ una ex democristiana (ma sono certa che la “provenienza” non sarebbe percepita come un problema – piuttosto, forse, la non “appartenenza”). Una valutazione “pre-politica”, antropologica. Ragazzine.

Ora, se un illustre ottantenne dice che non si puo’ lasciare il partito a due “ragazzine” (che viene da piangere, perche’ fra un po’ siamo in menopausa) va bene, e se una delle “ragazzine” dice che non si puo’ lasciare il partito agli ottantenni e’ un attentato alla democrazia? Mi sfugge la logica dei due pesi, delle due misure.

Io e Debora a quella frase non reagimmo. Sarebbe stato bello se chi si e’ sentito offeso dalle parole di Debora lo avesse fatto sapere con un po’ di discrezione. Perche’ siamo tutti nello stesso partito. Condividiamo dei valori, degli obiettivi, un cammino futuro. Io ho, e continuo ad avere, tantissime cose in comune con gli amici che stanno in questi giorni scegliendo di sostenere Bersani. Non e’ una guerra di religione, non c’e’ nessun nemico da abbattere e nessun clandestino da espellere. E’ un congresso – un confronto democratico tra idee. Alcune di queste idee sono diverse, altre no. Restiamo una comunita’ di persone, un partito. Restiamo, innanzitutto, amici, compagni di strada. Non c’e’ niente di apocalittico, niente di drammatico, e soprattutto niente di personale. C’e’, invece, un confronto tra progetti che inizia a farsi chiaro.

Il giorno che e’ uscita l’intervista di Debora ero alla Camera, in Aula. Le reazioni di chi mi circondava erano a dir poco critiche, le eccezioni si contavano sulle dita di mezza mano. La sera, ho parlato con amici che non fanno politica. Elettori del PD, o meglio persone che sono alla costante ricerca di validi motivi per votare PD – e non sempre ne trovano, cosa che li fa arrabbiare non poco. Mi dicevano che forse la frase sulla simpatia di Dario non era granche’, ma che si capiva che era una battuta. E che, per il resto, si ritrovavano pienamente in quelle parole. Che trovavano vergognoso il fuoco di fila che si e’ scatenato contro la poveretta. E mi hanno chiesto come si fa, a partecipare al congresso. Oggi vanno a fare la tessera.

Racconto questo per due motivi.

Innanzitutto, perche’ dice di quanto sia labile e teorica la distinzione – che invece alcuni vorrebbero netta – tra iscritti ed elettori. Il PD e’ partito aperto, con una “base” permeabile, o di proprieta’ esclusiva degli iscritti (poi, oggi significherebbe di Bassolino…)? I circoli servono a fare tessere o ad interagire con la vita delle persone (penso ad un circolo vicino casa mia, che organizza i gruppi di acquisto solidale ed ospita un Caf)? Chi sono gli “azionisti” del PD: i cittadini che lo votano (o vorrebbero votarlo, se ne trovassero ragioni), o gli eletti locali? Il PD e’ partito di eletti, o sono piuttosto gli eletti “del partito” - ovvero attraverso il partito chiamati a rendere conto ai cittadini che li hanno votati?

Poi, ho raccontato questa storia perche’ la distanza tra la reazione che ho visto “dentro” e quella che ho visto “fuori” mi ha impressionato. E temo dia il senso della distanza tra la nostra classe dirigente ed il nostro (a volte solo potenziale) elettorato. Tanto e’ ampia quella distanza, tanta e’ la strada da fare per colmarla. Ma si deve cominciare a camminare nella direzione giusta.

E secondo me la direzione giusta non e’ la retromarcia. Ho ascoltato con attenzione le parole di Bersani. Il partito che descrive, lo conosco gia’. Ci ho vissuto per diversi anni. Era un grande partito, con grandi limiti. Capisco che se ne possa avere nostalgia. E’ legittimo. E’ altrettanto legittimo provare a costruire quel partito diverso che abbiamo pensato e non abbiamo realizzato. Per me, piu’ che legittimo e’ doveroso – se non altro per tutti quegli italiani a cui l’abbiamo raccontato, che lo hanno voluto insieme a noi, che lo hanno votato.

Chi teme che la scelta sia tra due persone, e non tra due idee, sbaglia: c’e’ chi pensa che il progetto debba essere cambiato, e chi pensa che vada realizzato.

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LA FORZA DEL PD

30 giugno 2009 permalink 3commenti
Venerdi’ sono stata alla direzione nazionale, sabato al Lingotto, a Torino. Ho visto due volti molto differenti dello stesso partito.

La direzione doveva iniziare a valutare l’esito del voto, ma soprattutto discutere ed approvare il regolamento congressuale, e la formazione del nuovo gruppo progressista al Parlamento Europeo. Siamo stati deviati invece per ore su un dibattito teorico sull’opportunita’ politica di svolgere il congresso nei tempi indicati dallo statuto. La cosa mi e’ parsa davvero assurda.

Innanzitutto, sono personalmente convinta che di un confronto aperto, chiaro tra quelle linee politiche differenti che dalla nascita del PD hanno convissuto scontrandosi (ed a volte annullandosi a vicenda) quotidianamente, ci sia un urgente bisogno. In questo anno e mezzo di vita del PD il problema credo sia stato il fatto che all’unanimismo formale corrispondeva una pluralita’ sostanziale di punti di vista ed una conseguente contradditorieta’ di messaggi esterni. Voler essere uniti e’ una cosa sacrosanta. Ma se avviene a scapito della chiarezza e’ un handicap, non un valore aggiunto. Chi teme che un congresso “vero” - ovvero con un confronto aperto tra candidati e linee politiche diverse, contendibile - sia divisivo, dovrebbe valutare quanto divida noi dagli italiani far convivere dietro un’unanimita’ formale idee, analisi, e proposte tanto differenti da far diventare paralizzante il loro coerente perseguimento. Il rischio – la realta’ di questo anno e mezzo – e’ di introiettare nel PD il male che fu dell’Unione: la condanna a non poter scegliere, decidere, all’assenza di un profilo proprio. A me non preoccupa che ci dividiamo (a patto che lo facciamo sulla politica e non sull’antropologia, ma questo credo che lo capiremo nel corso dei prossimi 7 giorni in modo piu’ chiaro), ma il fatto che siamo in grado di farlo in modo “laico”: ovvero accettando che la si puo’ pensare in modo diverso su alcuni temi, ed essere ugualmente accomunati dagli obiettivi di fondo – che sono quelli che nessuno nel PD mette in discussione, e che costituiscono gia’ oggi la nostra comune identita’: il lavoro per rendere la nostra societa’ piu’ giusta e moderna, il merito criterio cardine della mobilita’ sociale, i servizi pubblici realmente accessibili, la politica trasparente ed efficiente, le istituzioni al servizio del paese (potrei continuare. Parlano, per la nostra comune identita’ democratica, le iniziative che ogni giorno, insieme, conduciamo nelle aule parlamentari, nei consigli comunali, sul territorio). Io credo che questa identita’ comune ci sia, e che sia questa a rendere sano, possibile e non pericoloso il confronto tra di noi. Quello che temo, piuttosto, e’ l’effetto “armata brancaleone” dietro ai candidati. Nessuno puo’ impedire a tizio o a caio di sostenere un candidato. Ma quel candidato ha, per come la vedo io, il dovere di delineare la propria piattaforma politica in autonomia e con il massimo della chiarezza. Anche questo lo vedremo nei prossimi giorni.

Dicevo, per dovere di chiarezza e di coerenza credo un congresso ci sia necessario. Ma, credo, anche per necessita’ di legittimazione. Veltroni e’ stato eletto nel 2007 con una linea politica chiara sostenuta da una forte legittimazione popolare: ha sprecato - ha consentito che si sprecasse - l’una e l’altra il giorno dopo le elezioni politiche. Ha archiviato – ha consentito che si archiviasse - quella linea politica ed i suoi simboli, e tradito – consentito che si tradisse - cosi’ la fiducia raccolta tra i fondatori del PD e tra chi lo aveva votato alle elezioni (su un programma piuttosto chiaro). Oggi, dopo un anno di erosione della credibilita’ di quel progetto e di quella leadership (che non per caso non c’e’ piu’), un nuovo progetto ed una nuova leadership vanno rifondati attraverso un percorso di nuova fiducia e nuova partecipazione. Nulla, di cio’ che c’era, e’ ancora valido. Non perche’ fosse sbagliato, ma perche’ il tempo e gli errori (di molti) ne hanno eroso la credibilita’. Anche per questo credo sia indispensabile un congresso ora.

E poi, ma non e’ un dettaglio, perche’ cosi’ c’e’ scritto nello statuto. Per volonta’ tenace, tra l’altro, di chi oggi vorrebbe rimandarlo, che all’epoca dell’approvazione dello statuto pensava fosse necessaria una garanzia certa sulla data del congresso. Ora, io penso che sia uno dei tipici mali italiani quello di ritenere le regole accessorie, interpretabili o derogabili secondo la convenienza politica – di per se’ soggettiva – del momento. E che, al contrario, la certezza delle regole sia un valore di democrazia e di trasparenza per un partito (ma anche per un paese). Anche se quelle regole sono assurde – come sono quelle che la commissione statuto ha elaborato piu’ di un anno fa. Ma – e qui torniamo alla casella di partenza – perche’ quelle regole sono assurde? Perche’ di due modelli organizzativi differenti, a tratti contraddittori, non se ne e’ scelto uno, ma si e’ preteso che convivessero l’uno insieme all’altro. Il risultato e’ un ibrido mostruoso. Che certo andra’ cambiato, ma credo sulla base di proposte chiare, alternative, tra cui scegliere (appunto) durante il congresso.

Il volto del PD che ho visto venerdi’ era questo. Ho ascoltato frasi che sento da 10 anni (come e’ noto anch’io “c’ero prima”): ad esempio, la necessita’ di elaborare “un nuovo pensiero politico” – che se uno lo dice da 10 anni forse deve rassegnarsi: o non e’ in grado di farlo, o non si e’ accorto che qualcun altro l’ha gia’ fatto. L’appello all’unita’ perche’ “non e’ questo il momento” di dividerci – non e’ mai il momento… E la fatidica frase “parliamo di politica”, che implica il fatto che tutti gli altri fino a quel momento hanno parlato d’altro. Interventi rivolti ai pochi capaci di mantenere alta l’attenzione, il resto a parlare in fondo alla sala in attesa di dover intervenire a propria volta. Un rituale, piuttosto stanco.

Il volto democratico di sabato, al Lingotto di Torino, era tutt’altro. Tanta gente, attenta ed in ascolto. Varia, che di piu’ e’ difficile immaginarlo. Come un circolo, di 500 persone: dentro trovi di tutto, e tutti si sentono equamente protagonisti, padroni di casa, a proprio agio a stare insieme. Uno sbalzo notevole di umori, di riti, di parole e di volti, rispetto al giorno prima. Una grande energia, molta voglia di dire “il PD sono io”. Una grande consapevolezza che il PD sono loro, siamo noi. Non una sorpresa per me – ne’ i volti, ne’ le parole, ne’ le idee, ne’ gli umori. E’ quello che si ascolta e che si vede in giro per i circoli di tutt’Italia. Non dico che non sia molto – ma non e’ niente di piu’, niente di meno. Con le genialita’ ed i limiti, che nascono dalla difficolta’ di passare dal racconto alla sintesi, dall’evocazione dei problemi all’indicazione delle soluzioni. Il tentativo (non sempre riuscito) di andare oltre l’applausometro e delineare il protagonismo. Con tutte le possibili contraddizioni del caso - per cui si applaude con la stessa convinzione Chiamparino che rivendica la linea dura sugli immigrati e Marino che condanna i respingimenti in mare; o si denunciano le “vecchie logiche” degli ex-qualcosa e poi si cede ad una scaletta di interventi che somiglia molto, troppo, a quelle stesse logiche.

Forse il canale giusto per dare piena forza a quell’energia non c’e’ ancora. E andrebbe costruito. Perche’ e’ chiaro che e’ li’, non solo il futuro ma anche il presente del PD.  

Democratica

ASCOLTARE E LAVORARE (E L'8 MARZO)

9 marzo 2009 permalink 10commenti
  Sono a Pescara, tra poco iniziamo l'incontro con i circoli, e trovo finalmente un po' di tempo per scrivere.
Non sono neanche due settimane che sono in segreteria, ma mi sembra un secolo. Il carico di lavoro è tanto, tantissimo. C'è da impostare il profilo del partito, capire su quali temi caratterizzarsi (crisi) e quali delle nostre proposte far emergere (assegno), provare a coordinare le tante competenze che a vari livelli e titoli lavorano sugli stessi temi, rendere chiari i messaggi, univoca la voce del partito. C'è da girare il territorio, ascoltare "la base" e portare nei circoli alcune parole chiare, alcuni argomenti utili a chi può trasmetterli, moltiplicarli. C'è da fare anche un po' di presenza mediatica - solo nell'ultima settimana ho fatto Omnibus, Sky, Redtv, una dichiarazione ai Tg ed il servizio del Tg1 per l'8 marzo (poi questo lo racconto meglio). C'è da fare le iniziative politiche già previste, quelle nuove e quelle ancora da inventare. C'è da fare il lavoro parlamentare, le riunioni di gruppo (domattina sul federalismo fiscale), le votazioni in aula (da domani con le impronte, ed assisteremo al caos organizzato ed alla vergogna di una Lega che al nord dice "Roma ladrona" e a Roma spreca i soldi dei contribuenti rendendo quasi vana la lotta ai pianisti che garantiscono la diaria ai parlamentari assenti).

La parte del lavoro che mi piace di più è quella di questo pomeriggio a Pescara, di venerdì scorso ad Acilia, della scorsa settimana a Castagnaro, a Peschiera e nel circolo di Roma Lanciani: riallacciare il filo tra i democratici, aprire un canale di collegamento e comunicazione tra chi fa e costruisce il partito nel territorio e chi prova a farlo "a Roma". Serve alla "base", e serve al "nazionale". Serve a fare meglio ognuno il proprio compito, il proprio pezzetto di strada. E' così che abbiamo iniziato a lavorare in segreteria: con la consapevolezza che abbiamo un ruolo innanzitutto di servizio da svolgere, di facilitazione, di messa in moto di energie che hanno la necessità innanzitutto di vedere che "a Roma" si parla con una voce sola, si danno messaggi chiari e comprensibili, si rende possibile un'azione credibile sul territorio, e si trasmettono strumenti utili ed immediatamente utilizzabili. Certo, non sempre è facile e non sempre ci riusciremo. Ma almeno abbiamo capito che bisogna lavorare in questa direzione, e ci stiamo provando.
Dall'altra parte, credo ci sia bisogno di rimettere insieme tutti quelli che hanno creduto e credono ancora nel progetto - innanzitutto quelli arrabbiati, delusi o frustrati: abbiamo bisogno di spirito critico, energie vive, vere, sincere. Ed abbiamo bisogno di renderle rilevanti, nella vita del partito, di offrire canali di partecipazione che ci aiutino, aiutino tutti noi, a fare le scelte migliori, più giuste, più efficaci, più utili. Ritrovare quello spirito che rende il PD "cosa comune", di tutti i democratici. Anche perchè è quella la nostra forza, l'energia dei democratici, il valore collettivo della nostra azione. 

Io vorrei continuare innanzitutto a fare questo: girare, ascoltare, capire come migliorare, provare a realizzarlo. Vorrei continuare a fare almeno uno, due incontri a settimana nei circoli, con i circoli. Tenere aperto questo canale, che è vitale. E, in più, provare a fare quello che mi è stato chiesto di fare: coordinare l'iniziativa politica dei dipartimenti tematici con il lavoro della segreteria, dei gruppi parlamentari, dei segretari regionali. Ogni suggerimento è sempre bene accetto (anche se non rispondo, leggo - sempre).

Almeno come P.S. vi devo un racconto del mio 8 marzo. La mattina sono stata all'iniziativa del PD Lazio, con Franceschini e tante altre elette (ed eletti) del PD, a Roma, al Pigneto. Una bella iniziativa, con tante testimonianze e tanti impegni utili. Il pomeriggio, avendo aderito all'invito di Paola Concia ("l'8 marzo invita un uomo a cena"), ho invitato Paolo Bonaiuti a prendere il tè a casa mia. Perchè? Ora provo a spiegarlo.
Innanzitutto, credo che sia bello uscire dalla retorica dello "stiamo tra donne" e coinvolgere gli uomini, proprio l'8 marzo, nello sforzo di capire cosa può migliorare la vita delle donne (e quella di tutti) e nel condividere la responsabilità di farlo. Perchè sono convinta che la parità non sia un "problema" delle donne ma di tutta la società, e che insieme vada affrontato e risolto. Che si parli di conciliazione tra lavoro e famiglia, che si parli di occupazione, che si parli di violenza, che si parli di rappresentanza, c'è una responsabilità maschile da sollecitare, da coltivare, da pretendere - e non sarà con la separazione ma al contrario solo con il pieno coinvolgimento che toglieremo agli uomini ogni alibi in proposito.  
Perchè Bonaiuti, perchè un politico della maggioranza di governo? Perchè se il punto è chiamare alle loro responsabilità gli uomini, in questo momento la responsabilità maggiore, quella del governo, la esrecitano loro - che ci piaccia o no. E visto che in parlamento questo governo non ci viene granchè, non ascolta granchè, mentre un invito a cena lo accettano volentieri, abbiamo provato a fare arrivare qualche messaggio così. A metà tra la provocazione ed il gesto simbolico.
Io personalmente ho scelto di invitare Bonaiuti - uno degli uomini più vicini a Berlusconi - non a cena ma a merenda, a casa mia e non in un locale. Motivi strettamente logistici (la domenica sera, chi ha figli piccoli va a letto presto, la mattina dopo si va a scuola!) ed anche politici: volevo che venisse a casa mia, in un normale appartamento di 70 metri quadri, in un normale palazzo di 8 piani in un normale quartiere di Roma, con un ascensore piccolino e un po' sgangherato, i cassonetti rotti sotto casa, i marciapiedi con le buche ed i lampioni che funzionano uno sì e l'altro no. Volevo che vedesse un mondo che probabilmente vede solo nelle fiction, volevo spiegargli che esiste, che la vita normale, reale, è quella - non Palazzo Grazioli o le ville in Sardegna - e che le donne normali fanno una vita faticosa, complicata, e che bisogna farci i conti. Gli ho detto che il primo problema delle donne è il lavoro doppio, triplo, e mal o nulla pagato: il lavoro, la casa, i figli, i genitori anziani. I soldi che non bastano. Lo stipendio più basso di quello dei colleghi uomini. I contratti precari. I servizi che non bastano (e che i comuni, privati dell'ICI dei redditi più alti, tagliano ulteriormente). Un welfare su misura di uomo capofamiglia degli anni '50. E poi sì, certo, anche la violenza. Ma che non pensino di far sparire la violenza della fatica delle acrobazie quotidiane dietro agli stupri. Che non pensino che la radice della violenza non stia nella "cultura" che loro stessi dispensano.
Gli ho raccontato che oggi sono in Parlamento, ma che per 10 anni ho avuto contratti a progetto, ed i miei primi lavori sono stati da McDonalds' ed in un call center, e che quelli sono lavori per cui non esistono ammortizzatori sociali. Gli ho raccontato che non esiste una persona, tra quelle che conosco, che non sia colpita direttamente o indirettamente, dalla crisi economica e occupazionale. Che possono raccontare ciò che vogliono, ma la vita vera delle persone è diversa, oggi, da quella che loro raccontano. E che farebbero bene a capirlo, ed a provvedere. Che accogliere la nostra proposta di assegno per i precari che stanno perdendo il lavoro sarebbe serio ed utile. Perchè esercitano la maggiore delle responsabilità, quella di governare un paese, in un momento difficile.
Ha ascoltato. Su alcune cose mi ha dato ragione. Su altre, ho avuto l'impressione di raccontargli cose a lui totalmente ignote, estranee.
Non so se è stato utile. Ma almeno ho provato.
Democratica

DOMATTINA A OMNIBUS E SU SKY

5 marzo 2009 permalink 14commenti
Sono giorni che voglio scrivere e non trovo un briciolo di tempo per farlo come si deve. In realtà, neanche questo è il momento migliore, perchè stiamo chiudendo il volantino per le iniziative dei circoli sulla proposta di assegno a chi perde il lavoro e le lettere ai parlamentari perchè si attivino nei territori.
E' giusto un "cucu'! Sono ancora viva!".
Ed un paio di appuntamenti per domani, per chi può e vuole: domattina sono a Omnibus, su La7 alle 7.45, con Parisi, La Russa e Formigoni (...uno non si fa mancare niente, no?!). Poco dopo, alle 9.40, su Sky per "un caffè con...". Il trucco è semplice: Omnibus l'abbiamo registrato oggi... ma l'effetto sarà un po' da reti unificate!
Il pomeriggio alle 18.30 , invece, sarò al Circolo PD di Acilia.
Ed appena avrò un minuto di respiro provo a raccontare le mie impressioni, le riflessioni, le cose che mi pare ci siano da fare.
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
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Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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