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federica mogherini
In Veneto

CRISI: GRAVE EPISODIO DI VERONA, CRESCE DISAGIO SOCIALE. URGENTE DARE RISPOSTE CONCRETE A LAVORATORI E IMPRESE

29 marzo 2012 permalink 0commenti

“L’episodio di oggi a Verona del giovane operaio edile di origini marocchine che si è dato fuoco in pieno centro, a Piazza Bra, a pochi passi dalla sede del Comune, come gesto estremo di protesta dopo mesi senza stipendio, è un fatto grave e allarmante, che segnala quanto profondo e crescente sia il disagio economico e sociale tra i lavoratori.

Preoccupa tanto più perché avviene in una delle capitali economiche e produttive del nord e perché rappresenta l’ultimo di una lunga serie di episodi drammatici di suicidi di imprenditori, lavoratori, artigiani, operai o disoccupati – da ultimo il muratore che ieri si è dato fuoco nella sua auto a pochi passi dall'Agenzia delle Entrate di Bologna – stremati da una crisi economica profonda, alimentata da una stretta del credito e da una crescita del costo della vita e del lavoro, che stanno producendo nuove crisi aziendali, disoccupazione e scivolamento verso la povertà di fasce sempre più grandi di cittadini.

E’ compito della politica e delle istituzioni non ignorare l’esasperazione di tanti lavoratori, imprenditori e disoccupati a cui è urgente dare risposte concrete, con iniziative di sostegno alla crescita economica, all’accesso al credito per le imprese, alla creazione di nuova occupazione”.

E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD.

Diario parlamentare

INTERVISTA SU RADIO FRANCE INTERNATIONAL

14 novembre 2011 permalink 0commenti
M04*INTL INVEET Italy Federica Mogherini
(06:05)

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Diario parlamentare

INTERVISTA ALLA CNN SULLA CRISI DEL GOVERNO ITALIANO

9 novembre 2011 permalink 0commenti

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Diario

RICAPITOLIAMO

13 dicembre 2010 permalink 27commenti
Tanto per ricapitolare - visto che la cosa mi viene chiesta con una certa frequenza, e so che pur essendo un fatto privato ha, purtroppo, rilievo pubblico:
 
1. la mia bimba non è ancora nata.

2. oggi è la data "presunta" del parto (il che vuol dire, per chi non c'è mai passato, che oggi finiscono i 9 mesi di gravidanza). Ma ovviamente è indicativa, la maggior parte dei bimbi nascono prima o dopo.

3. se non nasce nelle prossime 24 ore, domani in aula a votare ci sarò.

4. l'unica eventualità che potrebbe tenermi lontana dall'aula sarà (ovviamente) l'inizio del travaglio.

Non so se la differenza tra fiducia e sfiducia sarà di un voto, non so quale sarà l'esito, nè come ci si arriverà - so che il discorso che oggi Berlusconi ha fatto al Senato non contribuirà a spostare un solo voto a suo favore, se si vuol considerare che le motivazioni siano politiche.

Ma, lasciando per un attimo da parte il mio voto e il pallottoliere, davvero qualcuno pensa che un governo appeso alla data in cui nasce una bimba possa essere non dico stabile, ma anche solo vagamente serio? Hanno iniziato la legislatura con 100 parlamentari in più, e si ritrovano appesi alla data di nascita di mia figlia...?! 

Siamo seri. Il problema, che non è aritmetico ma politico, resta intatto il 15 dicembre (e il 16, 17, 18,...). E si chiama "fine della maggioranza di governo", ovvero immobilismo, incapacità di governare, paralisi, litigi perenni, fino ad arrivare al blocco dell'attività della Camera per paura di andar sotto su ogni provvedimento. 

Mentre l'Italia, senza timone nè timoniere, va alla deriva.

Siamo seri.

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Democratica

RIENTRO

2 settembre 2010 permalink 0commenti
1. Un’estate delirante, questa da cui rientriamo. Poche piccole vacanze, per quelli che hanno potuto farle. Ed un circo decadente di dichiarazioni inutili, veleni stupidi, tempo ed energie perse a parlare del nulla. Mentre l’Italia affanna. E le parole sagge del Presidente resteranno omaggiate a parole ed ignorate nei fatti… Invece di pensare (seriamente, altro che investimenti in Libia…) all’economia, alla scuola che inizia nel caos, agli ospedali senza organico, la ripresa sara’ all’insegna del “processo breve”. Con un governo intrappolato tra la prospettiva di farsi logorare quotidianamente su ogni singolo provvedimento, ed il terrore di porre termine anticipatamente alla legislatura e finire nello stallo istituzionale di un Senato senza maggioranza e qualcuno in prigione. Evviva.

2. Non credo che si cambiera’ la legge elettorale. Sarebbe cosa buona e giusta, darci regole condivise, chiare e che restituiscano agli elettori insieme la possibilita’ di indicare un parlamentare ed un governo. Ma non e’ nell’interesse di Berlusconi – quindi, visto che questo sembra essere l’unico criterio di urgenza che il governo e la maggioranza seguono, non si fara’. Questa consapevolezza non credo ci possa sottrarre dall’avere un’idea, una proposta – non un “modello cui impiccarsi” ma una posizione da poter esprimere, spiegare, sulla quale lavorare nella lontana ipotesi che ci sia il luogo e il modo di lavorarci (e nella spero meno lontana ipotesi che a qualche italiano interessi sapere cosa ne pensa il PD). Nell’inizio di zuffa tra sistema tedesco e uninominale alla francese, forse serve ricordare che l’assemblea nazionale del PD ha adottato solo pochi mesi fa un documento che credo faccia ancora fede e che indica senza incertezze il maggioritario come soluzione. Ma visto che non si sa mai, io intanto, nel mio piccolino, ho aderito all’appello per l’uninominale.

3. Negli scorsi giorni sono stata a VeDro’, luogo di incontro e confronto trasversale e vagamente generazionale che ogni anno prova a ragionare al futuro. Ci sono andata per la prima riunione di un forum italo-francese che forse si sviluppera’ in modo autonomo e continuativo. Interessante per il groviglio di differenze e punti di contatto tra le nostre esperienze, modelli distanti e tendenze tanto simili. Interessante per la consapevolezza (non comune ma spero crescente) che quando si parla di formazione e valorizzazione di una “nuova classe dirigente”, chi come me ha tra i 35 e i 40 anni (e oltre) dovrebbe uscire dall’eterno lamento sul “non tocca mai a me” e porsi piuttosto il problema di come si sostiene chi oggi ha 15, 20, 25 anni – persone che hanno un’altra visione del mondo (“rete” e non “leader”) costrette a crescere in un vuoto pneumatico che a confronto i mitici anni ’80 erano una fucina di ideali.

4. Oggi, alle 16.30, vado al sit in per la liberazione di Sakineh davanti all’ambasciata iraniana. Sono stata in Iran ormai 7 anni fa, era un altro mondo. Ma non posso dimenticare il paese che mi ha stupito allora, percorso da una curiosita’ intellettuale ed una liberta’ di pensiero eccezionali. E non posso pensare che di quello che avevo visto allora oggi non resti nulla. Gli iraniani meritano di piu’. E non perdono occasione per ricordarlo al resto del mondo. E’ bene che il mondo non si giri dall’altra parte. Chi puo’, chi e’ a Roma oggi, venga. Chi non puo’, puo’ comunque qualcosa.

5. Domani a Verona, per la festa del PD di Borgo Nuovo. Alle 18.30 in Piazza dell’Oca Bianca.

Diario americano

IMPRESSIONI AMERICANE

7 settembre 2009 permalink 0commenti
Sono stata qualche giorno in America, a Chicago. L’ultima volta che ero andata era dicembre, Obama non si era ancora insediato e la crisi era il tema che si iniziava ad imporre nelle vite delle persone e nell’agenda politica. Erano le due novità, seppure di segno molto diverso – ed in qualche modo c’era la speranza che una contribuisse ad allontanare l’altra.

Andando nella città del Presidente, mi aspettavo di trovare almeno in parte quell’entusiasmo e quella retorica obamiana che nei mesi ed anni scorsi erano stati ineludibili della politica e della comunicazione americana. Invece, no. Niente gadget. Difficile persino identificare la sua casa, in un quartiere che non ha altre attrazioni “turistiche” e che sarebbe stato logico aspettarsi avrebbe fatto della casa presidenziale un richiamo, una fonte di curiosità, o se non altro di banale guadagno – le foto, i souvenir, tutto ciò che è stupido ed inutile ma illude ogni singolo visitatore di avere in tasca un piccolo ricordo della storia. E invece niente. Giusto una macchina della polizia a sbarrare la strada, proprio come davanti alla sinagoga lì accanto.

E’ come se la febbre fosse passata, e l’entusiasmo avesse lasciato il posto ad un cauto, più razionale e decisamente più contenuto ottimismo. Tra la crisi ed Obama, ho avuto l’impressione che gli americani scommetterebbero ancora su Obama – che sia lui a riuscire a gestirla, piuttosto che lei ad affossarlo – ma vedono forse oggi meglio tutte le difficoltà, le salite, anche i possibili errori o le battute d’arresto che il Presidente potrà incontrare. Non è più un mito, ma un uomo. Ed ha di fronte a se non più una "novità", ma una crisi economica che ha ormai prodotto i suoi frutti - disoccupazione a livelli da record, case in svendita ovunque, per la prima volta emigrazione dalle zone più ricche in cerca di condizioni di vita più economiche... Il rischio è che il sogno americano non solo si fermi, ma faccia marcia indietro. La paura che torna a sommergere la speranza.

La vera differenza, l’ho percepita rispetto agli afroamericani. Forse perché Chicago è la città degli Obama – di Michelle prima di tutto. Forse perché è un luogo di integrazione da ormai diversi anni. O forse la differenza stava nei miei occhi, nel mio sguardo, e in quello di tanti altri bianchi anglosassoni. L’impressione di un nuovo orgoglio nero, di un nuovo e più fiero senso di cittadinanza, di appartenenza, di essere “veri americani” e non “una minoranza”. Certo, questo nel centro di Chicago, nei quartieri ricchi della Gold Coast e in quelli residenziali attorno all’Università, perfettamente integrati e un po’ radical chic. Non è certo la stessa cosa se si fa un giro nei quartieri solo neri del sud di Chicago, dove il colore della pelle è anche condizione economica, e sociale, disagiata, marginalità. Ma forse è un inizio contagioso, quello sguardo sicuro e bello negli occhi degli afroamericani che, proprio come il Presidente, ce l’hanno fatta.

Come sempre quando vado in America, ovunque in America, ci sono le grandi e le piccole stupide cose che invidio, che vorrei anche qui – o che mi portano a pensare che vivrei bene lì. E, insieme, quelle che detesto, che non vorrei vedere, che fanno male.

Le piccole stupide cose. Gli autobus non inquinanti che “si inchinano” per far salire e scendere le persone anziane, un sistema molto banale e molto efficace per far pagare a tutti il biglietto, ed un altrettanto semplice meccanismo per trasportare le biciclette. Il cibo di tutte le parti del mondo. I supermercati enormi dove di ogni cosa puoi trovarne 10 tipi diversi. La gente che per strada ti chiede se hai bisogno di indicazioni. La musica (questa forse è una grande cosa). I musei aperti gratis almeno una volta a settimana. I supermercati aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I pic nic (e l’attrezzatura per i pic nic) nei parchi, la voglia di vivere gli spazi pubblici. Gli spazi aperti, anche nelle grandi città, la grandezza di tutto – i grattacieli, il lago.

Le grandi cose. Il senso di eguaglianza fondato sul lavoro duro e la responsabilità individuale. Il rispetto delle regole. L’apertura al cambiamento. Quello spirito rivolto al futuro che ha reso possibile che Obama diventasse Presidente. A volte in Italia ci si chiede se avremo mai un Obama. Ma non ce ne faremo mai niente di un Obama, finchè non ci sarà una società in grado di “riconoscerlo” e sostenerlo. Un piccolo esempio: di domenica, sono andata a sentire la messa nella chiesa presbiteriana del centro. Il sermone aveva come tema il cambiamento: le regole (anche quelle religiose) sono immutabili o possono cambiare? Dio non si aspetta forse dall’uomo, che ama così tanto, qualcosa di più che semplice e passiva obbedienza – ovvero che eserciti fino in fondo la sua responsabilità, compiendo scelte individuali e giuste nelle situazioni che la vita gli pone davanti? E le situazioni della vita non cambiano sempre, non rendono ogni scelta una scelta nuova, quindi aperta al cambiamento, e le regole fissate in passato non sono sempre un po' inadeguate di fronte alle scelte nuove? La conclusione era un convinto sostegno al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ecco, questa è l’America.

O dovrei dire anche questa, è l’America. Perché poi ci sono quelle piccole e grandi cose che te la fanno odiare. Il negozio di bambole dove ogni bambina crea il suo clone, si vestono uguali, lo porta dal parrucchiere (vero, pagandolo con soldi veri), ed in ospedale (anche questo “vero”, per cui presumo ci voglia un’assicurazione vera). Le feste di compleanno per cani nei ristoranti di lusso, in cui servono bistecche a forma di osso per i festeggiati in cappottino di pelliccia, e palloncini a forma di cane. Cenare in un qualsiasi family restaurant e vedere che il tizio seduto nel tavolo accanto al tuo ha una pistola infilata nella cintura. E le mamme sole che trascinano i propri piccoli sempre addormentati da un autobus all’altro, da una metro all’altra, per farli stare seduti in un posto caldo e riparato – gli leggi la disperazione negli occhi.

Ma poi torni in Italia. E provi a riprendere faticosamente il filo di quello che succede in questo nostro strano paese, dove tutti vorrebbero cambiare tutto e tutto resta sempre uguale…

Sull' Europa

NEVER WASTE A CRISIS (MAI SPRECARE UNA CRISI) - OVVERO IL CORAGGIO DI CAMBIARE

9 giugno 2009 permalink 29commenti
La parola "crisi" viene dal greco, e significa "punto di rottura", "cambiamento". Non ha una connotazione negativa, all'origine, ma segna il punto di svolta.

Mesi fa scrivevo che in America chi circonda il Presidente Obama aveva affrontato con questo monito la crisi economica che li (ci) ha travolti: "never waste a crisis", mai sprecare una crisi. Perchè vedevano in quel punto di svolta (negativo) l'occasione per introdurre forti e radicali cambiamenti strutturali nel loro paese (cosa che forse dovrebbe fare anche l'Italia, ma questo è un altro post). Perchè erano consapevoli che è nei momenti di svolta, di rottura, di crisi appunto, che si apre la possibilità reale di innovare in profondità, di proporre rivoluzioni e raccogliere intorno ad esse il consenso necessario per renderle durature e condivise.


Credo che questo monito dovremo averlo bene in mente nelle prossime settimane, nei prossimi mesi. Vedo due "crisi" davanti a noi di cui occuparci, il più seriamente e coerentemente possibile.

Una è quella dell'Europa. Astensionismo record in tutto il continente; forze populiste, nazionaliste o localiste, e di estrema destra in crescita ovunque; le forze del PPE che crescono non lo fanno con un progetto chiaro, definito e riconoscibile di sviluppo del progetto europeo (le forze del campo progressista crollano, sia quelle più sinceramente europeiste sia quelle meno convinte, ma a questo vengo dopo). Assistiamo quasi rassegnati alla deriva di un grande progetto che appare assente a se stesso, proprio nel momento in cui dovrebbe più essere percepita la necessità di rinnovarlo con vigore e lungimiranza. Di fronte alla crisi economica (qui sì nell'accezione negativa del termine), l'Europa non reagisce guardando al futuro in cerca di slancio, ma si chiude nella paura e nella protesta. La rassegnazione dell'impotenza colora di rabbia sterile o di indifferenza questo voto. 

Qui c'è la "crisi", il punto di svolta, di un progetto europeo che trova la sua ragion d'essere o svanisce. Dopo aver raggiunto gli ambiziosi obiettivi della pace interna, dello sviluppo economico, del mercato e della moneta unica, della libera circolazione dei cittadini europei nel continente, qui sembriamo fermarci. Qual'è la missione dell'Europa, oggi e per domani? C'è una missione ed una visione comune - è utile che ci sia? Non credo che la domanda sia rinviabile. Dopo anni di "pausa di riflessione", è il momento di trarre qualche conclusione, e cercare di proporre a dei cittadini europei sempre più confusi e lontani dalle proprie istituzioni una via da seguire, un senso di marcia. E credo sia un compito che spetta a tutti, conservatori e progressisti, perchè il lento ma costante scivolamento del senso comune lungo il piano inclinato del populismo è un dato che fa male alle nostre società, ai nostri paesi, al nostro continente: ci toglie futuro, speranza, capacità di reazione. Ci toglie il coraggio di credere possibile il cambiamento, e il potere di pensarlo e realizzarlo. Ci rende vecchi, stanchi e rassegnati. Marginali, inutili, in un mondo complicato ma dinamico.

La seconda "crisi" che vedo è quella dei socialisti in Europa. La difficoltà non è nuova, viene da lontano. Ha elementi comuni, europei, e senza alcun dubbio elementi nazionali (così si spiega il successo dei greci ed il disastro inglese). Ma credo ci sia un tratto dominante, un filo rosso, una radice condivisa. Alle paure ed alle proteste (di cui sopra) la sinistra europea ha finora risposto con quel che aveva in repertorio. Non ha saputo leggere la società per quella che è - non ha dato le risposte giuste perchè non ha voluto o saputo capire le domande. Anche l'esperienza più "innovativa", la meno "ideologica", quella del New Labour, ormai non ha niente di "new", ed è vecchia di 15 anni. Se si predica l'avvento dell'era post-ideologica, poi si deve anche cercare di avere una propria utilità, in quel contesto nuovo (altrimenti ci si limita a scrivere il proprio necrologio). Il socialismo europeo sta lì: a cavallo tra la voglia di cambiare tutto (la società, la politica, il futuro che sembra segnato, e se stesso) e la nostalgia di quel che fu (la società, la politica, il passato di cui ci si ricorda, e se stesso qualche anno o decennio fa). Il dibattito è aperto, da anni. E non è per caso che il PD ha affascinato dall'inizio molti dei partiti del socialismo europeo, ed è stato visto con sospetto da altri. In alcuni partiti (penso al PS francese), la battaglia congressuale interna ha avuto tra i suoi elementi una valutazione (positiva o meno) del PD italiano. Ed il fatto che proprio lì i socialisti (dove è maggioranza la parte del partito che più era scettica rispetto all'esperienza italiana) vadano peggio, ed il fatto che il PD sia il primo dei partiti europei del campo progressista per numero di voti (ed il secondo per seggi, considerando però che il primo è l'SPD ed in Germania si eleggono 27 europarlamentari più che in Italia), tutto questo può darci qualche indicazione sul tipo di dibattito che si aprirà nel PSE. Forse. Come sempre, come davanti ai momenti di rottura, di passaggio, di "crisi": anche per i socialisti in Europa, si potrà fare finta di niente, aprire una fase di riflessione per tornare al punto di partenza senza passare dal via, o piuttosto si potrà sfruttare questo passaggio per darsi il coraggio di cambiare, di innovare, di guardare alla società e al mondo per com'è (e non per come si vorrebbe che fosse, o per come lo si ricorda), di avere la determinazione e la fantasia di proporre le cose che si sa sono necessarie, utili, giuste (ma non necessariamente quelle che ci si aspetta i socialisti propongano). Ribaltare il tavolo, la scala di valori, la lista di priorità, l'agenda politica. Come Obama e i Democratici hanno saputo fare in America, dopo 8 interminabili anni di Bush e del suo abile uso della paura. 

C'è una terza sfida che vedo. Anche questa riguarda la capacità di usare un momento di passaggio per darsi il coraggio di cambiare. Riguarda il PD. E' un anno che siamo in mezzo al guado. Dopo la sconfitta alle politiche del 2008, siamo rimasti sospesi, a cavallo tra la voglia di cambiare tutto e la nostalgia per quello che non c'era più. Nell'incertezza, siamo rimasti fermi, paralizzati. In questi ultimi mesi, dopo il salvifico shock delle dimissioni-sos di Veltroni, ci siamo mossi. E' stata una campagna elettorale in movimento, in cui l'obiettivo (dichiarato) era mettere un argine allo sfondamento della destra e riconfermare la validità del progetto democratico. Avere un corpo vivo, in grado di camminare con le sue gambe nella direzione che deciderà di prendere. Bene, lo abbiamo. Non era un risultato scontato: solo un paio di mesi fa ero a RedTV a commentare un sondaggio che dava il PD al 22% ed il PdL sopra il 40%. Dicevo che quel sondaggio non teneva conto dell'"effetto Franceschini". Oggi posso dire che non mi sbagliavo... 
Democratica

NON CAPISCO

14 maggio 2009 permalink 4commenti
La fiducia in Berlusconi (e in Maroni, e in quasi tutti i ministri leghisti) e' in calo. C'e' una crisi economica che le persone vivono sulla loro pelle e per la quale il governo non sta facendo niente. Ci sono i terremotati sotto le tende, e niente soldi per la ricostruzione. C'e' un dibattito pubblico sullo stato di salute psico-fisica del presidente del consiglio, avviato da una fondazione vicina al PdL e dalla persona che si presume lo conosca di piu', sua moglie. C'e' per la prima volta da 15 anni una presa di posizione al giorno della chiesa contro le scelte del governo. Ci sono provvedimenti annunciati e mai realizzati, di cui si e' persa ogni traccia (qualcuno ricorda il "piano casa"?)
Tutto questo avviene durante una campagna elettorale. Che oltre ad essere fondamentale per il PD e' decisiva per il paese, per la qualita' della sua vita democratica e della sua liberta'.
Abbiamo sperimentato, dopo le dimissioni di Veltroni, un metodo semplice, banale e che ha portato i suoi frutti: si discute quanto si vuole, ma non sui giornali. Si decide, e la decisione quando e' presa e' di tutto il partito. Messaggi univoci, chiari, condivisi. Priorita': contrastare il governo, incalzarlo con le nostre proposte, verificarne in modo rigoroso le promesse non mantenute.
E oggi (ieri, l'altroieri...) c'e' chi non ha di meglio, di piu' utile, da fare che iniziare il congresso ora...?!
Non capisco. Davvero non capisco.
Democratica

OGGI SU YOUDEM

4 maggio 2009 permalink 0commenti


(in attesa di avere un minimo di tempo per raccontare il resto...)
Democratica

DIARIO DI UN GIORNO IN ABRUZZO

20 aprile 2009 permalink 2commenti
Venerdì sono stata in Abruzzo, per visitare insieme a Franceschini alcune tendopoli e per fare una serie di incontri (Bertolaso, PD abruzzese, i volontari del PD e le loro cucine nelle tendopoli, le categorie produttive).

Ho trovato tendopoli grandi ed efficienti, con gli scout che organizzano le attività per i bambini ed il tendone per la messa. Ho trovato tende adibite a ludoteche, davanti alle quali pochi bimbi impauriti esitavano, sospettosi. Ne ho sentito uno dire “se è come la scuola, martedì e giovedì facciamo musica? Ma i miei compagni non ci sono…?”.

Ho trovato centri di smistamento per vestiti e generi di prima necessità attrezzatissimi, ed uno spogliatoio con un cartello che diceva “insegnate ai vostri bambini ad essere autonomi, negli spogliatoi si entra da soli”.

Ho trovato tendopoli piccole, 10 tende in tutto, a 1.100 metri sul livello del mare, spazzate da un vento gelido e con i monti coperti di neve intorno, e senza il cavo dell’elettricità che consentisse di accendere le stufe – neanche di notte, quando si va sotto zero.

Ho trovato ragazzi che devono fare l’esame di fine anno (medie o superiori che siano) e non sanno se, quando, come e dove lo faranno. Ragazzi che in ogni caso è difficile immaginare possano studiare, in quelle condizioni – quali libri…? Quale concentrazione…? Ho trovato ragazzi che, serenamente, mi hanno detto che fino a settembre dell’anno prossimo non andranno a scuola, se ne riparla col nuovo anno scolastico.

Ho trovato mamme che mi hanno detto che in fondo nelle tende si può stare, che non si sta male, non ci si può lamentare. Ma che certo, 5 o 6 mesi in una tenda da 10, col freddo di queste notti e col caldo che verrà, in una promiscuità prolungata, forse questo semplicemente non sarà sostenibile.

Ho trovato i volontari del PD di Firenze e Sesto Fiorentino che cucinavano nella tendopoli di Castel di Ieri, un piccolo paese a un’ora di curve da L’Aquila, apparentemente poco colpito ma comunque con le case inagibili, e tutti gli abitanti nella tendopoli: un bimbo di 18 mesi, due donne incinte, signore anziane. I volontari PD, arrivati qualche giorno prima, hanno montato un tendone, la cucina da campo delle feste di partito, ed hanno iniziato a cucinare, servire i pasti in tavola, e giocare a calcio con i bambini del campo.

Ho trovato una ragazza che mi ha raccontato che, uscita di casa la notte del terremoto, nel centro de L’Aquila, pensava che la polvere che la circondava fosse nebbia.

Ho trovato il vuoto negli occhi di chi non sa da cosa ricominciare, con quali risorse, con quali soldi, in che tempi. Ho trovato imprenditori con le attività inagibili, commercianti con le merci sepolte dalle macerie. Una città spettrale, nessuna attività aperta – i bar, le banche, i supermercati. Un lento girare a vuoto, senza meta, senza una cosa precisa da fare se non chiedersi cosa fare.

Ho trovato la voglia di ricominciare, presto, e la rabbia di quel 33% di aiuti annunciato che suona come una beffa a chi ha perso tutto, anche la casa su cui aveva già un mutuo, anche il lavoro, la fonte di reddito, ed al pensiero di fare un nuovo mutuo per pagarsi la ricostruzione si mette a ridere, amaro. Soprattutto, se si pensa che per l’Umbria gli aiuti alla ricostruzione coprivano il 100% dei lavori strutturali.

Ho trovato un terremoto arrivato nel pieno di una crisi economica.

Un terremoto che ha distrutto non solo vite e case e negozi, ma anche tutti i luoghi delle istituzioni, decapitando in una notte sola tutte le funzioni proprie di un capoluogo di regione.

Una situazione straordinaria, in cui operano volontari instancabili, con una forza d’animo, un’umanità ed un’ingegnosità davvero eccezionali. Una popolazione colpita ma forte, dura nello sguardo come nella volontà di farcela. Amministratori che lavorano giorno e notte per le proprie comunità senza trarne visibilità, senza telecamere al seguito, senza farsi campagna elettorale sulle macerie.

Di fronte a questo, la politica c’entra poco.

C’entra però quando si parla di ricostruzione, di fondi destinati (o non destinati, come quei 400 milioni che si sarebbero potuti usare se si fosse fatto l’election day), di lasciare o meno il potere di decidere come e dove ricostruire a chi vive lì (tra new town e old town, sono gli aquilani, gli abruzzesi a dover scegliere: non Roma). C’entra nell’incoraggiare, o piuttosto frenare, la ricerca della verità, delle eventuali responsabilità. C’entra quando passa un messaggio culturale piuttosto che un altro: il rispetto delle regole, o l’aggirarle; la cura per la comunità ed il territorio o l’egoismo del “si salvi chi può”.

Serve far questo, oggi: aiutare l'assistenza e la ricostruzione. Tenere accesi i riflettori su ciò che va, e su ciò che può e deve essere migliorato. Trarre da quelle macerie un insegnamento da tenere sempre a mente.


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permalink | inviato da BlogMog il 20/4/2009 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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