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federica mogherini
Diario parlamentare

L'ESEMPIO

4 febbraio 2010 permalink 1commenti
1. Ieri la Camera ha approvato il legittimo impedimento. Come da copione, nessuna sbavatura nella maggioranza. E non mi pare se ne vergognino granchè, anzi. In fondo, la logica è semplice: tu mi hai nominato, da te dipendo, ti difendo. Mi chiedo solo quanti sono, tra loro, a crederci davvero, al complotto giudiziario, e quanti fanno solo finta. 

In aula eravamo tutti presenti. Bersani ha fatto un ottimo intervento, Franceschini ha condotto in modo esemplare il gruppo. Una bella prova del fatto che, sulle cose vere, si lavora insieme.

Ma l'intervento più bello, per me, l'ha fatto la mia collega Simonetta Rubinato. Voglio riportarlo, anche perchè credo che possa essere qualcosa di utile da ricordare a chi, lassù in Veneto, cita la serenissima solo quando gli fa comodo...

Da "L'oro di Venezia" di René Guerdan:
Quando un regime si occupa dell'interesse generale e ripudia qualsiasi arbitrio, ha forse bisogno d'invocare Dio per legittimare la propria esistenza e i suoi atti? A Venezia il potere non è di diritto divino, la classe dirigente non è di origine superiore, e la legge e i tribunali sono uguali per tutti. [...] In realtà, se esistono privilegi, questi hanni effetto contrario. Una legge del 1376 ha chiaramente espresso: qualsiasi delitto o scandalo commesso da un nobile sarà doppiamente punito. I dirigenti non dovevano dunque dare l'esempio?...

2. Da ieri il compito di guidare il PD a Roma, durante la campagna elettorale, è nelle mani di un bel gruppo di persone, tutte di una generazione (relativamente) nuova. A Marco Miccoli, in particolare, e a Pierluigi Regoli, faccio i migliori auguri di buon lavoro. A loro è consegnata una speranza: che da un errore, da una lunga serie di errori, nasca un'opportunità, un cambiamento. Possono fare di questo partito qualcosa nel quale vale la pena credere, e lavorare. Io ci sono. 
Democratica

LE PRIMARIE DEL 25 OTTOBRE

19 ottobre 2009 permalink 1commenti

Alle primarie del Partito Democratico del 25 ottobre sono candidata capolista a sostegno di Dario Franceschini nel Collegio n. 12 "Fiumicino - Civitavecchia".
I comuni della Provincia di Roma compresi nel collegio sono: Allumiere, Anguillara Sabazia, Bracciano, Campagnano di Roma, Canale Monterano, Castelnuovo di Porto, Cerveteri, Civitavecchia, Fiumicino, Formello, Ladispoli, Magliano Romano, Manziana, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano Romano.
Se voti in uno di questi comuni o conosci qualcuno che vi risiede, puoi invitarlo a mettersi in contatto con me e/o a votare così:



Agenda

MERCOLEDI' 16 SETTEMBRE

16 settembre 2009 permalink 0commenti


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Democratica

LA SCELTA

3 luglio 2009 permalink 27commenti
Io sono decisamente una che, al contrario di Debora, e’ cresciuta nelle sezioni. Mi sono iscritta ad un partito a 16 anni, ho fatto per 10 anni la funzionaria di partito. Vero, ho fatto anche altro nella vita – ma credo che anche il piu’ grigio e devoto dei burocrati coltivi una passione, un interesse, degli affetti, una vita. Quindi, credo di potermi definire una “donna di partito”. Ma proprio perche’ sono cresciuta dentro un partito, vedo che c’e’ una profonda differenza tra “militanza” ed “apparato”. Tra valorizzazione della vita dei circoli, del lavoro della “base” sui territori, dell’apertura e della partecipazione, ed invece quell’idea di “far politica” un po’ autoreferenziale che traccia una linea netta tra “addetti ai lavori” e “cittadini” – come se la politica fosse appannaggio di qualcuno, e non impegno libero di tanti, di tutti (magari in forme diverse, con tempi diversi). Da “donna di partito”, dico che il PD che ci serve e’ aperto e di tutti. E che, oggi, a lavorare per quel tipo di partito e’ Dario Franceschini.

Tanti, dei miei amici con i quali ho fatto politica in questi anni, hanno deciso di sostenere la candidatura di Bersani. E tanti hanno motivato questa scelta con una sorta di “orgoglio d’apparato”: la storia, la militanza, l’identita’. Tanti di loro, dopo le parole di Debora, si sono sentiti offesi. Alcuni, tra loro, hanno reagito offendendola a loro volta. Con una tale violenza da far riflettere - tanto nervosismo non si addice a chi ha alle spalle anni di esperienza politica: si possono condividere o meno i suoi pensieri e le parole che ha usato per esprimerli, ma la fretta con la quale ci si e’ sperticati a dire “l’avevo detto! E’ inconsistente! E’ solo una ragazzina stupida!” fa pensare che le dichiarazioni fossero gia’ pronte, in attesa solo del primo titolo di giornale discutibile.

Io probabilmente non avrei usato le stesse parole che Debora ha usato. Non credo che mi sarebbe venuto in mente di dire “sostengo Dario perche’ e’ piu’ simpatico” – ma quante volte ho pensato che i nostri leader avrebbero tratto solo beneficio (e noi con loro) a mostrarsi (ad essere?) piu’ “umani”, “normali”, “simpatici” anche? Chiaro, e’ una categoria pre-politica. Soggettiva. Ed ovviamente non dice niente di dove vuoi portare il partito e come intendi farlo. Ma dice una cosa banale, o meglio che dovrebbe essere banale (e purtroppo non lo e’): che la politica, anche la politica, e’ fatta da persone in carne ed ossa, con i loro caratteri e le loro personalita’, le loro alchimie e le loro storie. Che forse non c’e’ bisogno di iscriversi al “club del dirigente di partito” per avere credibilita’ e consenso – anzi, forse e’ sempre piu’ vero il contrario. Che ci si puo’ mostrare per quel che si e’, che il conformismo del secolo scorso forse e’ alle nostre spalle.

Non avrei detto “di qua c’e’ il PD, di la’ D’Alema”. Perche’ pur pensandola spesso in modo diverso da lui, sono convinta che il PD sia anche suo. Purche’ smetta di giocare a fare quello che passa di la’ per caso, e soprattutto purche’ non pensi che sia o debba essere solo suo.

Qualche giorno fa, un settimanale riportava una frase, attribuita a Reichlin (in una presunta conversazione con D’Alema) che diceva: “Dovremmo lasciare il partito alle Serracchiani e alle Mogherini?”. Non so se l’abbia mai detta, ma non faccio fatica a immaginare che il senso di quella frase possa appartenergli: “Dovremmo lasciare il partito a chi non e’ come noi?”. Dove il “noi” rischia di essere una categoria dello spirito – perche’ nessuna di noi due e’ una velina (purtroppo?), nessuna di noi due e’ una ex democristiana (ma sono certa che la “provenienza” non sarebbe percepita come un problema – piuttosto, forse, la non “appartenenza”). Una valutazione “pre-politica”, antropologica. Ragazzine.

Ora, se un illustre ottantenne dice che non si puo’ lasciare il partito a due “ragazzine” (che viene da piangere, perche’ fra un po’ siamo in menopausa) va bene, e se una delle “ragazzine” dice che non si puo’ lasciare il partito agli ottantenni e’ un attentato alla democrazia? Mi sfugge la logica dei due pesi, delle due misure.

Io e Debora a quella frase non reagimmo. Sarebbe stato bello se chi si e’ sentito offeso dalle parole di Debora lo avesse fatto sapere con un po’ di discrezione. Perche’ siamo tutti nello stesso partito. Condividiamo dei valori, degli obiettivi, un cammino futuro. Io ho, e continuo ad avere, tantissime cose in comune con gli amici che stanno in questi giorni scegliendo di sostenere Bersani. Non e’ una guerra di religione, non c’e’ nessun nemico da abbattere e nessun clandestino da espellere. E’ un congresso – un confronto democratico tra idee. Alcune di queste idee sono diverse, altre no. Restiamo una comunita’ di persone, un partito. Restiamo, innanzitutto, amici, compagni di strada. Non c’e’ niente di apocalittico, niente di drammatico, e soprattutto niente di personale. C’e’, invece, un confronto tra progetti che inizia a farsi chiaro.

Il giorno che e’ uscita l’intervista di Debora ero alla Camera, in Aula. Le reazioni di chi mi circondava erano a dir poco critiche, le eccezioni si contavano sulle dita di mezza mano. La sera, ho parlato con amici che non fanno politica. Elettori del PD, o meglio persone che sono alla costante ricerca di validi motivi per votare PD – e non sempre ne trovano, cosa che li fa arrabbiare non poco. Mi dicevano che forse la frase sulla simpatia di Dario non era granche’, ma che si capiva che era una battuta. E che, per il resto, si ritrovavano pienamente in quelle parole. Che trovavano vergognoso il fuoco di fila che si e’ scatenato contro la poveretta. E mi hanno chiesto come si fa, a partecipare al congresso. Oggi vanno a fare la tessera.

Racconto questo per due motivi.

Innanzitutto, perche’ dice di quanto sia labile e teorica la distinzione – che invece alcuni vorrebbero netta – tra iscritti ed elettori. Il PD e’ partito aperto, con una “base” permeabile, o di proprieta’ esclusiva degli iscritti (poi, oggi significherebbe di Bassolino…)? I circoli servono a fare tessere o ad interagire con la vita delle persone (penso ad un circolo vicino casa mia, che organizza i gruppi di acquisto solidale ed ospita un Caf)? Chi sono gli “azionisti” del PD: i cittadini che lo votano (o vorrebbero votarlo, se ne trovassero ragioni), o gli eletti locali? Il PD e’ partito di eletti, o sono piuttosto gli eletti “del partito” - ovvero attraverso il partito chiamati a rendere conto ai cittadini che li hanno votati?

Poi, ho raccontato questa storia perche’ la distanza tra la reazione che ho visto “dentro” e quella che ho visto “fuori” mi ha impressionato. E temo dia il senso della distanza tra la nostra classe dirigente ed il nostro (a volte solo potenziale) elettorato. Tanto e’ ampia quella distanza, tanta e’ la strada da fare per colmarla. Ma si deve cominciare a camminare nella direzione giusta.

E secondo me la direzione giusta non e’ la retromarcia. Ho ascoltato con attenzione le parole di Bersani. Il partito che descrive, lo conosco gia’. Ci ho vissuto per diversi anni. Era un grande partito, con grandi limiti. Capisco che se ne possa avere nostalgia. E’ legittimo. E’ altrettanto legittimo provare a costruire quel partito diverso che abbiamo pensato e non abbiamo realizzato. Per me, piu’ che legittimo e’ doveroso – se non altro per tutti quegli italiani a cui l’abbiamo raccontato, che lo hanno voluto insieme a noi, che lo hanno votato.

Chi teme che la scelta sia tra due persone, e non tra due idee, sbaglia: c’e’ chi pensa che il progetto debba essere cambiato, e chi pensa che vada realizzato.

Democratica

OGGI E DOMANI

4 giugno 2009 permalink 0commenti
Stasera a Udine per la chiusura della campagna elettorale di Debora Serracchiani, domattina a Trieste con Franceschini, alle 17 alla tribuna politica (sul referendum...) su Rai2.  
Democratica

PRESENTAZIONE DI ITALIA NASCOSTA

15 aprile 2009 permalink 0commenti


www.italianascosta.eu

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permalink | inviato da BlogMog il 15/4/2009 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Democratica

DIPENDE DA NOI

23 febbraio 2009 permalink 15commenti
Dunque, sabato abbiamo buttato un salvagente alla “nomenclatura” e chiuso per sempre la possibilita’ del PD di sopravvivere al proprio passato, o al contrario abbiamo compiuto l’unico gesto di responsabilita’ possibile evitando di dissolvere quel che resta del progetto in pochi mesi? Unica possibilita’ o conservazione?

Io credo che la risposta non la si sia data sabato, ma la si cominci a dare da oggi. Provo a spiegarmi.

Veltroni ha lasciato dicendo “non ce l’ho fatta, a realizzare il PD che sognavo”. Perche’? Qualcuno dice che quel sogno era falso, un’illusione, una fuga in avanti: l’Italia non e’ cosi’ e non lo sara’ mai, tanto vale capirlo e fare i conti con cio’ che abbiamo di fronte. Ovvero interessi materiali, blocchi sociali da conquistare o accarezzare, alleanze da comporre. Il discorso del Lingotto? Impianto valoriale inadeguato, mission impossible. Il sogno non si e’ realizzato perche’ era appunto un sogno – ed i sogni non si realizzano, si sa. Non e’ stato Veltroni a fallire, ma la sua idea di Partito Democratico e d’Italia.

Io penso esattamente il contrario. Ovvero, che il sogno fosse un progetto – molto visionario, ma non irrealizzabile (anzi: la campagna elettorale ha dimostrato che quella visione era la nostra salvezza, altrimenti altro che 34%...). Dopo anni se non decenni di navigazione a vista, il Lingotto aveva per la prima volta messo sul tappeto un’idea di societa’, un progetto di lungo periodo cui lavorare. Una narrazione, e non solo un elenco di cose da fare. Ed anche un’idea di partecipazione politica certo non perfetta – ovvero perfezionabile – ma tesa a fare i conti con una societa’ profondamente mutata rispetto a quella in cui avevano con successo operato i grandi partiti di massa del ‘900. Io credo che entrambe le “visioni” (la societa’ ed il partito) fossero valide.

Credo, l’ho scritto piu’ volte nel corso dei mesi, che non fosse l’impianto ad essere difettoso, ma la sua coerente realizzazione. La distanza tra l’evocazione e la realta’, tra l’idea e il fatto. E credo che quella distanza abbia prodotto un deficit di credibilita’ che e’ alla base delle nostre sconfitte elettorali.

Io penso che a questa distanza vada ricondotto il “non ce l’ho fatta” di Veltroni. E’ possibile che abbiano pesato limiti personali, caratteriali. Il ritenersi poco adatto alla “vita di partito”, come lui stesso ha detto, l’essere insofferente a certe dinamiche. E’ possibile che questo abbia portato – come scrive Scalfari – ad un eccesso di mediazione, e contemporaneamente – come accusano alcuni – ad un difetto di “coinvolgimento”, di direzione politica. Quel faticosissimo lavoro di ascolto, composizione delle ragioni, assunzione di responsabilita’, e decisione che fa della politica un esercizio estenuante ma utile. E’ possibile, ancora, che intorno a lui si sia fatta debole la voce di chi credeva fortemente nel progetto, e nella necessita’ di svilupparlo coerentemente. E che ben piu’ forti siano state, al contrario, le voci che invitavano (intimavano, a volte) a frenare, aggiustare il tiro, conservare. Certo, sta alla responsabilita’ di ognuno dare ascolto alla voce che ritiene piu’ corretta. Ma ricordero’ sempre quando un ex primo ministro DS (ce n’e’ stato solo uno) rimprovero’ l’allora Sinistra giovanile di non aver “fatto le barricate” per la riforma degli ordini professionali: cedere alle pressioni organizzate era inevitabile – questo piu’ o meno il ragionamento – in mancanza di pressioni di segno diverso. E’ un argomento che non mi ha mai convinto del tutto (credo che la politica, nella sua autonomia, abbia il compito di indicare una strada anche indipendentemente dalle pressioni esterne), ma di cui vedo il fondamento: la politica e’ non solo “guida” ma anche “rappresentanza”, e se il corpo di valori ed interessi che ti proponi di rappresentare perde forza e visibilita’, consistenza, riesce decisamente piu’ complicato farlo coerentemente.

Ora, nei mesi che verranno – nella campagna elettorale ed in quella congressuale – credo che in gioco ci sara’ questo: la capacita’ e la volonta’ di riprendere lo slancio del progetto originario del PD e provare a realizzarlo compiutamente.

Sarebbe stato piu’ coerente farlo attraverso delle primarie immediate? In linea di principio, non c’e’ dubbio. Sul piano concreto, con ogni probabilita’ avremmo passato i prossimi due mesi a dividerci su dei nomi (non necessariamente su delle idee chiaramente contrapposte), negli stessi luoghi e tempi in cui avremmo tentato (invano, temo) di trovare candidature e proposte politiche piu’ forti e credibili possibili per vincere le elezioni locali, e le europee. Ed alla fine di questa corsa contro il tempo ed il calendario, con l’Italia intanto devastata da una crisi economica cui il governo non sta dando alcuna risposta, avremmo rischiato anche di tornare da capo a dodici: con un segretario legittimato da milioni (quanti…?) di elettori ma privo della possibilita’ di far valere quella legittimita’, quella forza. Perche’ mi sono convinta che la forza di attuare il progetto non derivi dal numero di voti che prendi alle primarie, ma dal grado di coinvolgimento e partecipazione diffusa che si mette in campo a sostegno reale di un’idea, di una pratica politica – un’assunzione di responsabilita’ condivisa, collettiva. Altrimenti, qualunque uomo solo al comando non puo’ che fallire. Bisogna dare, a chiunque provi a realizzare il progetto, gli strumenti per farlo. Altrimenti il rischio e’ che insieme all’uomo si dichiari sconfitto il progetto. (E’ il rischio che corriamo oggi – eppure Veltroni fu eletto da primarie plebiscitarie.)

Per costruire gli strumenti, forse ci vuole un po’ piu’ di tempo, e lavoro comune, quotidiano. Obama ha vinto le primarie, ok. Ma la sua forza non sono stati i voti: sono, ancora oggi, quei milioni di cittadini che si sentono e sono pienamente responsabili, insieme a lui, della realizzazione del progetto. Non e’ un semplice meccanismo di delega, di “scelta del capo”: e’ un processo di partecipazione che consente di dire “questa non e’ la mia vittoria, e’ la vostra vittoria”. Per arrivare a questo serve una premessa: la costruzione di una comunita’. Come scrive bene Cerami sull’Unita’ di ieri, dobbiamo far si’ che ogni democratico abbia in mano una meta’ della medaglia, e possa farla combaciare con la meta’ che ha in mano ogni altro democratico, per sapere che si ha un linguaggio comune, una comune appartenenza – che si da’ lo stesso significato alle parole.

Per questo penso che potremo dire se sabato abbiamo vissuto un atto di autoconservazione o di rilancio del progetto solo guardando a quello che (tutti) faremo da oggi in poi. Certo, dipendera’ molto da Dario. Dalla sua capacita’ e volonta’ di chiarezza, sincerita’. Dal suo coraggio e dalla sua coerenza. Ma non dipendera’ solo da lui. Dipendera’ anche, ed io credo soprattutto, da quanto ognuno di noi sara’ in grado di fare, nel proprio piccolo, esattamente quello che chiede a lui di fare.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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