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Agenda

LUNEDI' 14 MAGGIO 2012

14 maggio 2012 permalink 0commenti

Incontro pubblico promosso dal PD e da AreaDem Caserta

“LA CIVILTA’ NON CONOSCE FRONTIERE”

confronto e proposte sull’integrazione socio-culturale degli extracomunitari

LUNEDI’ 14 MAGGIO ore 18

Casa delle Arti, Corso Sicilia – Succivo

introduce

Ludovico Di Lemma

membro del coordinamento provinciale di AreaDem Caserta

interverranno

Mimma D’Amico

responsabile problematiche degli immigrati e rifugiati ex canapificio Caserta

Gianluca Castaldi

responsabile immigrati CARITAS diocesana di Caserta

On. Federica Mogherini

responsabile nazionale PD per la globalizzazione

On. Pina Picierno

membro della commissione giustizia Camera dei Deputati


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Diario parlamentare

COOPERAZIONE E INTEGRAZIONE: CAMBIA FINALMENTE OTTICA, ORA UN NUOVO PATTO SOCIALE

16 novembre 2011 permalink 0commenti

“E’ davvero importante che la giornata internazionale per la tolleranza, istituita nel 1996 dalle Nazioni Unite e che si celebra oggi, possa essere accompagnata dalla scelta innovativa di inserire nel nuovo governo italiano una specifica delega alla cooperazione internazionale e all’integrazione.
Cambia finalmente l’ottica: si abbandona l’approccio securitario che collegava la sfida dell’accoglienza esclusivamente alla logica della repressione, dell’ordine pubblico, della chiusura identitaria e propagandistica. E si assume invece la giusta prospettiva, quella per cui all’impegno per costruire da noi una comunità sempre più plurale, ma non per questo meno coesa, si affianca l’azione per colmare gli squilibri mondiali, per redistribuire ricchezza, per assicurare lo sviluppo economico e sociale anche nei paesi più poveri.
Ora sarà importante e urgente passare ai fatti, per cambiare radicalmente la rotta seguita negli ultimi anni dall’Italia su questi temi.
Va messa in salvo la straordinaria esperienza della cooperazione italiana, perché può offrire per il futuro un grande patrimonio di competenze, di idee, di progetti su cui tornare ad investire. Così come vanno ripensate le politiche di accoglienza e di integrazione, come parte di un nuovo patto sociale di cittadinanza aperto ed inclusivo.
E’ il miglior contributo che l’Italia possa dare alla costruzione di una società coesa e plurale, capace di contrastare discriminazioni e intolleranze, tornando a coltivare il rispetto per la dignità di ogni persona, riconoscendo a ciascuno diritti e libertà fondamentali”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Responsabile Globalizzazione del PD.


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Democratica

FARE COMUNITA'

9 febbraio 2009 permalink 0commenti

Sono successe mille cose dall’ultima volta che ho scritto. Solo qualche giorno fa, in fondo. Eppure, faccio fatica a raccontare, come raramente mi è successo. Perché da una parte c’è la vita che scorre – la mia – con le cose belle e quelle brutte, il lavoro e le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni. Dall’altra, una cesura: prima le tre oscenità inserite nel provvedimento sulla “sicurezza” (sicurezza di chi…?!), poi l’uso cinico di un caso umanamente dolorosissimo per forzare lo scontro istituzionale e portarlo ad un punto di rottura. Di fronte a questo, raccontare del viaggio che ho fatto giovedì a Sarajevo o dell’incontro di oggi con il Dalai Lama mi riesce davvero difficile. Perché si ha l’impressione che fare le proprie piccole grandi cose, giuste o sbagliate che siano, sia del tutto fuori contesto, fuori dimensione. Come svuotare con un cucchiaino la nave che affonda.

Mi è sempre riuscito difficile misurare l’impegno. Capirne il limite, accettarlo. Di fronte a qualcosa di sbagliato – di profondamente sbagliato, di culturalmente sbagliato – l’inadeguatezza dei mezzi che si hanno a disposizione per arginare la valanga rischia di far rinunciare. Si oscilla tra l’indignazione rabbiosa che resta testimonianza, e l’affannarsi a star dietro alle “piccole grandi cose” che ti illudi possano fare la differenza, se non subito a lungo termine, se non su tutti su qualcuno.

Credo che la differenza – tra l’arrendersi e l’affannarsi su ciò che si può, tenendo fuori il martirio che non mi pare un’opzione – possa essere nel “fare insieme”. Anthony Sistilli, che è un caro amico oltre ad essere il presidente dei Democrats americani in Italia, mi ha fatto notare una volta che lo slogan “yes we can” ha avuto la forza che ha avuto perché la sua traduzione più appropriata, in italiano, sarebbe stata “sì, insieme noi possiamo”. E che non tanto nel “possiamo”, ma nell’ “insieme” sta la sua portata rivoluzionaria, in un tempo in cui la politica rischia di ridursi a consenso mediatico, e la capacità di considerarsi comunità diminuisce fino a sparire. D’altra parte, Obama era un “community organizer” – una funzione che in italiano non è neanche traducibile…

Ed anche dalle mie piccole grandi cose di questa settimana non posso che trarre l’insegnamento (la “morale”) che è quando si riesce a fare comunità, quando si lavora insieme per un bene comune, un interesse collettivo – che non è necessariamente il mio personale ma è quello che mi può consentire di vivere meglio nel contesto in cui sono -, è allora che il buon senso tiene, l’odio evapora, la vita riprende colore.

A Sarajevo ho visto i palazzi ancora ricoperti dei segni degli spari dei cecchini, e le “manine” delle granate per terra. E ragazze e ragazzi bere caffè ai tavolini dei bar all’aperto in un’improbabile giornata di caldo e sole a febbraio. Qualche mio collega (ero in missione per la Commissione Difesa) si stupiva del fatto che le donne non avessero il velo, ed anzi fossero molto “occidentali” – sapevano che la Bosnia è musulmana… evidentemente abbiamo interiorizzato il conflitto di civiltà più di quanto non lo vivano, oggi, coloro che hanno combattuto o subito sulla propria pelle un conflitto etnico.

Oggi, il Dalai Lama si diceva “triste”, e non “arrabbiato”, per lo scivolare graduale ma costante del proprio popolo verso sentimenti di rabbia e frustrazione che lui teme possano far abbandonare la strada della nonviolenza che fino ad oggi hanno seguito. E ripeteva che non è “contro” i cinesi, ma al contrario anche per loro, che sarebbe bene arrivare all’autonomia del Tibet, alla libertà religiosa, al rispetto pieno dei diritti umani in Cina.

Qualche giorno fa, accanto alla notizia che al Senato si è introdotta la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati clandestini che vanno a farsi curare, c’era quella di un gruppo di genitori di una scuola di Roma che minaccia di spostare i propri figli in un altro istituto perché lì gli immigrati sono troppi, e “non si integrano”. Uno di loro, intervistato, si lamenta del fatto che il pomeriggio i bambini non si frequentino, che bimbi figli di immigrati restino tra di loro. Come possiamo pensare che si integrino, se li spingiamo a vivere nella paura? Come possiamo contrastare la clandestinità, se non offriamo strade per la legalità? Viene da pensare che si colpisce la vittima (vittima due volte: del racket dell’immigrazione clandestina, e della disperazione del luogo da cui proviene) e non il sistema che ne fa una vittima (la criminalità organizzata su piccola o larga scala) perché finchè ci saranno clandestini ci sarà negli italiani la paura e l’odio. Ed è più facile trarre consenso dall'odio che nel tentativo faticoso di costruire l'integrazione, la convivenza. 

La schedatura dei barboni segue di 24 ore o poco più l’episodio di Nettuno, in cui tre ragazzi annoiati hanno dato fuoco ad una persona - “non per razzismo”, ci si è affrettati a sottolineare. Come se non fosse la paura ed il disprezzo del “diverso”, la radice comune di una violenza che dilaga. Come se ci fosse bisogno di dire che bisogna "essere cattivi". 

E di fronte agli stupri che avvengono quotidianamente, la soluzione sarebbero le ronde – ma non armate… - ?

Non si vede che siamo infilati in un circolo vizioso, che alimenta l’odio ed uccide il rispetto. Una volta morto il rispetto, uccidere la persona è semplice, facile, quasi banale. Certo, condannabile – ma come si condanna chi brucia un cassonetto, chi scuoia un gatto. Non si fa, non è bene. Ma già non siamo più nell’ambito dei tabù – già non parliamo più di sacralità della vita umana (che sia della ragazza stuprata, del barbone schedato e bruciato, del clandestino che pur di non farsi rimandare indietro rinuncerà alla propria salute).

Si condanna a morire chi vuole vivere – e si condanna a vivere chi con ogni probabilità vorrebbe morire.

Sono tra chi pensa che dovremo fare una legge che preveda il testamento biologico. Personalmente, da agnostica, resterei attaccata all’ultima macchina utile a farmi respirare anche se fossi in condizioni vegetative. Mi farei pure ibernare. Perché, da non credente, ho un attaccamento alla vita terrena quasi disperato, ed alla morte preferirei qualsiasi tipo di vita. Mi stupisce che chi crede che dopo la morte ci sia una vita migliore di quella terrena non accetti il momento del trapasso naturale – lo trovo contraddittorio, e per come mi ricordo il mio catechismo, direi che fino a qualche anno fa la chiesa avrebbe assunto un atteggiamento molto diverso, ma forse sbaglio.

Comunque, credo che debba esserci una legge che consenta ad ognuno di scegliere. Nel frattempo, il “caso Eluana” è stato oggetto di una sentenza, definitiva. La libertà e la responsabilità della scelta sta sulle spalle e nelle mani della famiglia. Non cerdo sia una libertà ed una responsabilità facile da esercitare. Trovo di una violenza inaudita l’idea che sia il governo con decreto, o il parlamento con un disegno di legge ad personam, ad espropriare la famiglia di questa libertà e di questa responsabilità. E credo, sinceramente, che sia strumentale: non tanto alla volontà della Chiesa, ma a quella di cambiare la Costituzione. Cosa che rende ancora più dolorosa e meschina questa finta corsa contro il tempo. Cosa dovremmo fare, dividerci tra chi la vuole morta e chi la vuole tecnicamente viva…?! Gioire, in un caso o nell’altro..?! E’ un gioco cinico, disumano, fatto sulla pelle di persone che soffrono.

E' un gioco che punta a rompere tutti gli assetti istituzionali, ed a dividere gli italiani in tifoserie disumane. Pericoloso dal punto di vista politico, raccapricciante sotto il profilo umano.

Credo che l'unico argine sia non farci dividere, non diventare partigiani. Fare comunità. Sarà difficile, sarà lungo, sarà doloroso. Ma credo che sia l'unica strada possibile.

Sull' Europa

QUALE EUROPA

7 ottobre 2008 permalink 1commenti
24 ore a Parigi, per una riunione del gruppo del PSE al Parlamento Europeo con i rappresentanti dei gruppi parlamentari nazionali. Di per se’, l’idea di provare a coordinare almeno le informazioni ed un po’ di analisi tra i due livelli mi pare eccellente. Uno dei principali problemi che abbiamo (come europei e soprattutto come “pro-europei”) e’ la mancanza di sinergia quando non addirittura l’aperta contraddizione tra le scelte che si compiono a livello nazionale ed in Europa. Nel concreto, la cosa e’ stata anche piu’ interessante del previsto. Qualche pensiero sparso:

1. La preoccupazione comune riguarda il sentimento di paura ed ansia che spinge tutte le societa’ europee alla chiusura e le espone al fascino dei populismi – di destra, ma anche di sinistra (anche se da noi questo si vede meno). Il rischio che vedo, e’ che si guardi il dito e non la luna, ci si preoccupi dell’ascesa dei partiti e politiche di estrema destra piuttosto che del consenso popolare che li sostiene. Non sara’ dicendo “fascisti” e “razzisti” che convinceremo qualcuno dei nostri argomenti. Credo che ci voglia costanza e coerenza, credibilita’ e serieta’, nel dire le cose che pensiamo senza censurarne alcuna: che l’immigrazione clandestina va fermata, che vanno attaccate le mafie che la gestiscono, che il controllo delle frontiere va fatto con rispetto dei basilari principi di rispetto della dignita’ umana, che va sviluppata una politica seria di integrazione a cominciare dal mondo del lavoro, che va contrastato il lavoro nero a cominciare da chi lo sfrutta, che sono necessarie politiche serie di cooperazione allo sviluppo per risolvere le cause che spingono alla disperazione che sceglie di emigrare, e serie politiche di dialogo interculturale ed educazione alla convivenza.

2.Il paradosso e’ ovunque quello di vedere opinioni pubbliche sempre piu’ convinte della necessita’ di politiche contrarie a quelle che la destra ha proposto in questi anni – soprattutto in campo di deregulation economica, in questa fase di crisi -, e tuttavia i voti vanno a destra. La sensazione che a noi manchi la credibilita’, a volte lo spirito d’iniziativa, spesso una “narrazione” che consenta di identificarsi, di sentirsi parte di un progetto a lungo termine, di una comunita’. Il senso di “perdita di se’” che colpisce l’identita’ culturale trova risposte ovunque nella ricerca di radici – mi raccontava il Presidente dei parlamentari socialisti belgi valloni che nel suo paese i ragazzi italiani di 3 o 4 generazione hanno ripreso a studiare l’italiano e vanno in giro con magliette con su scritto “Italia”. Si cerca disperatamente o allegramente una definizione di se’ – il problema e’ dove la si trova.

3. Il tema di cui tutta Europa parla e’ la crisi, e le sue ripercussioni sull’Europa. Non si discute SE arrivera’ – ma COME fronteggiarla. Rasmussen, presidente del PSE, ha presentato su questo una proposta articolata che il Parlamento Europeo ha votato a maggioranza qualificata – il che significa che dovrebbe diventare oggetto di un’iniziativa da parte della Commissione. Di fronte al livello del dibattito europeo, fanno pena le rassicurazioni del nostro governo sulla presunta immunita’ dell’Italia dalla crisi. Come se la cosa non ci riguardasse.

4. Continuo a vedere una seria difficolta’ per l’Europa. In parte e’ paralizzata dalla mancata ratifica dei nuovi trattati. In piu’ – saro’ brutale - non e’ chiaro a cosa serva. Ok, a stare meglio di come stavamo quando non c’era: niente piu’ guerra, grande mobilita’, moneta unica solida senza la quale saremmo seriamente nei guai. Questo serve a dire “a cosa e’ servita” – non “a cosa servira’”. Manca una missione, una visione. L’unica che si intravede e’ quella protezionista, di tutela nella competizione contro il resto del mondo. Anche chi parla di “Europa sociale” – saro’ sempre brutale – rischia di cadere nel campo della conservazione di un passato che non c’e’ piu’, in una nostalgia protezionista che non credo ci appartenga, culturalmente. O ci si inventa qualcosa di serio e di nuovo in tempi molto rapidi, o sara’ bene che iniziamo ad accettare il fatto che l’integrazione e’ fatta (piu’ o meno) e non si parla piu’ di “piu’ Europa o meno Europa”, ma di quali politiche si fanno in Europa. E del fatto che questa Europa e’ governata, a livello comunitario ed ai livelli nazionali, dalla destra. Io credo sia utile mettercelo bene in testa, da qui all’inizio della campagna per le elezioni europee.

Una piccola tristezza: Alitalia. Vista dal resto d'Europa, e' diventata una barzelletta. Pensano che non voli, o voli poco e male. Non si fiderebbero, a prenderla. Il danno d'immagine e quindi economico temo sara' irreparabile.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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