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federica mogherini
Per la pace

APERTURA DEL CONSIGLIO D’EUROPA A PALESTINA, AIUTO CONCRETO A PACE IN MEDIO ORIENTE

4 ottobre 2011 permalink 0commenti

“La scelta dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa di conferire lo status di “Partner della democrazia” al Consiglio Nazionale Palestinese è un gesto importante, utile a riannodare il filo di un lavoro della comunità internazionale per la pace in Medio Oriente.
Una scelta che segue quella analoga compiuta a giugno nei confronti del Parlamento del Marocco e che rappresenta uno dei primi segnali di attenzione e di sostegno europeo alla stagione di cambiamenti che, con la Primavera araba, sta investendo il Nord Africa e il Medio Oriente.
Quella assunta oggi è una decisione davvero significativa, perché riconosce il pieno diritto all’esistenza di uno Stato palestinese, collegandolo al corrispondente diritto dello Stato di Israele di esistere in pace e sicurezza, principio che deve essere riconosciuto da tutte le componenti palestinesi, a cui si chiede di rinunciare ad ogni forma di violenza e di condannare il ricorso ad azioni terroristiche.
Il ruolo di stimolo e di controllo che il Consiglio d’Europa potrà esercitare nei prossimi mesi nei confronti del nuovo partner palestinese, dovrà contribuire anche alla ripresa di un dialogo con lo Stato di Israele, a cui va chiesta la sospensione del programma di nuovi insediamenti di coloni e la riapertura di negoziati diretti per il raggiungimento dell’obiettivo finale di avere due stati per i due popoli”.
E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD, Responsabile Globalizzazione del PD e componente italiana dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.


 


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Per la pace

IN LIBANO

28 dicembre 2009 permalink 0commenti

Oggi sono stata in visita ai militari italiani impegnati in Libano nella missione Unifil, al confine con Israele. Era la visita tradizionale di fine anno del Presidente della Camera ad una delle missioni internazionali cui l'Italia partecipa, durante la quale in genere lo accompagnano un paio di parlamentari di maggioranza e opposizione. Credo che la scelta del Libano per la visita di quest'anno sia dovuta al fatto che l'Italia lascia tra poco il Comando della missione Unifil per cederlo agli spagnoli - ma forse ha pesato anche la volontà di riaffermare l'importanza dell'impegno italiano in quella regione, dopo che nei mesi passati si era ventilata l'ipotesi di una diminuzione del nostro contingente. Ipotesi prima stoppata da Napolitano, poi smentita dal governo. Torneranno in Italia solo i 200 uomini (e donne, ne ho viste molte oggi alla base) che hanno funzioni strettamente legate al Comando della missione - e che quindi, non avendo più noi il Comando, e' normale rientrino.
Sveglia alle 6 quindi, volo fino a Beirut, incontro con il Presidente della Commissione esteri del Parlamento libanese, poi trasferimento in elicottero alla base (era la prima volta che salivo su un elicottero. Bellissimo: la sensazione di volare molto più viva che non su un aereo).
Ero già stata in Libano molti anni fa, per un "dialogo euro-arabo" (che si chiamava così e non "euro-mediterraneo" per escludere gli israeliani...) della Iusy, l'organizzazione giovanile dell'Internazionale socialista. Allora iniziammo a Beirut, poi ci spostammo in pulmino attraverso i bellissimi monti del Libano, in Siria. Dove, fin dalla frontiera fino a Damasco e ritorno, fummo letteralmente presi in consegna dai servizi siriani. Era una "presa in consegna" che non lasciava grandi margini di...autonomia.
Oggi il programma era decisamente diverso: saluto ai militari, incontro con il Comando, pranzo con le truppe e ripartenza. Ma quello che ho intravisto del Libano non mi è sembrato si sia mosso molto da lì. Da quella "presa in consegna" ingombrante e sottile che fa sì che per sapere come vanno le cose in Libano si deve chiedere, sapere, capire, cosa succede altrove. In Siria. In Iran. Certo, oggi si attraversa una fase insperata ed inimmaginabile anche solo pochi anni fa. I militari israeliani e libanesi si incontrano, grazie alla mediazione dell'Unifil, per discutere e definire insieme i confini lungo la famosa linea blu. Processo lungo e faticoso, complicato - ma già il fatto che si incontrino e si parlino non era affatto scontato.
E non è scontato continui ad essere così. C'è oggi un progressivo miglioramento delle relazioni (che pure si ferma ai rapporti tra militari, che i politici sostengono ma che si guardano bene dall'imitare). C'è un governo di unità nazionale in Libano che lascia prevedere una (rara) fase di stabilità istituzionale. C'è, forse, la possibilità di allentare le tensioni con la Siria (soprattutto se Obama riuscirà a passare dalle parole ai fatti). Ma è come se si trattasse di mantenere il più a lungo possibile aperta una finestra di opportunità. Come se da un momento all'altro il pendolo potesse tornare indietro, alla guerra.
Lì (e forse non solo lì, ma lì di certo) la storia è ciclica. Oggi si sta cercando di far durare il più a lungo possibile questa fase di calma apparente, di pace possibile. Una fase in cui comunque gli aerei israeliani violano lo spazio aereo (e quindi la risoluzione Onu), Hezbollah riceve armi (idem), e dal territorio libanese partono dei razzi dimostrativi, artigianali - non sono lanciati per colpire davvero, ma solo per segnalare la (r)esistenza in vita - ma pur sempre razzi.
La funzione dei nostri militari, come degli altri della missione Unifil, lì si ferma qui: rendere possibile una pace che non sarà se non regionale, politica. Tenere aperta la finestra di opportunità il più a lungo possibile, nelle condizioni migliori possibili. Ci vorrebbe un grande impegno diplomatico, politico, per far sì che le loro giornate lontani da casa, le ore passate a sminare un terreno o a disinnescare cluster bombs, non restino un pur fondamentale contributo alla vita di chi vive nel Libano del sud, ma diventino la preziosa precondizione per - sembra quasi nauseante ormai dirlo, tante sono le volte che lo si è detto e scritto - una pace duratura e stabile in Medio Oriente.


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permalink | inviato da BlogMog il 28/12/2009 alle 19:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Diario parlamentare

I FANNULLONI, LA PROF ED ISRAELE

12 febbraio 2009 permalink 4commenti
In aula, si vota il decreto cosiddetto “antifannulloni”. Con una gran fretta, perche’ sono le 5 di giovedi’ pomeriggio ed i parlamentari della maggioranza, e della Lega in particolare, trovano scandaloso votare fino a questa ora tarda e vogliono essere “liberati” dalle loro incombenze istituzionali e tornare “sui loro territori”, ovvero a casa. Nessuno sembra notare la contraddizione.

Cosi’ come non ha fatto una piega una professoressa che stamattina spiegava alla classe portata in gita a Roma che “questo e’ il Parlamento”. Peccato che fossero davanti a Palazzo Chigi. Ora, sulle prime ho pensato che fosse poco chiaro alla stessa professoressa quale fosse il palazzo del Governo e quale quello della Camera. Poi mi e’ venuto in mente che chissa’, forse lo sapeva benissimo – ma giustamente indicava il luogo dell’attivita’ legislativa reale, sostanziale, e non quello formale. Visto che fin’ora abbiamo “licenziato” una sola legge di iniziativa parlamentare, e convertito una gran quantita’ di Decreti, molti blindati dal voto di fiducia.

Questo pare non bastare, a questo governo. L’uso cinico del “caso Eluana” si e’ dimostrato, come previsto, tristemente strumentale. Non si potrebbe spiegare altrimenti la volonta’ espressa da Berlusconi di “non parlarne piu’”, ma di “andare avanti” sulla strada del “confronto” (scontro) con il Presidente della Repubblica sui relativi ambiti di potere. Chi decide – questo sembra essere il punto, l’unico rilevante. Chi decide tutto, su tutto.
Io non trovo scandaloso che si affronti il tema di una riforma costituzionale. Sono molte le cose su cui, per nostra iniziativa, sono state formulate proposte di riforma – a partire dal cosiddetto “pacchetto Violante” (superamento del bicameralismo perfetto, diminuzione del numero dei parlamentari,…). Non e’ questo, che mi scandalizza.
Trovo pero’ spaventose due cose. Innanzitutto, la strumentalizzazione a fini politici di un caso di dolore privato, personale, umano. Che lo si usi per produrre argomenti a favore (o contro) un diverso equilibrio dei poteri dello Stato, o per spingere una legge (piuttosto che un’altra) sul testamento biologico. Credo che quando si chiede silenzio, si chieda innanzitutto questo: rispetto. Da un “caso”, per quanto drammatico, si puo’ trarre insegnamento. Non lo si puo’ usare come una clava per i propri fini politici. Almeno, io credo non sia bene farlo.
La seconda cosa che trovo grave e’ che – a regole del gioco immutate – il compito del Presidente del Consiglio e’ scritto in quella Costituzione su cui il Governo intero ha giurato. Ci sono scritti i limiti di competenza, ed i criteri di rispetto delle prerogative di ognuno dei poteri dello Stato. Disattenderli e’ controproducente proprio per chi ha l’ambizione di cambiarli. Forse e’ realismo, e non saggezza, la premura di Bossi verso il Capo dello Stato. E forse e’ il timore di ripercussioni sul “federalismo fiscale” – che poi, sembra essere ridotto ad un paravento che nasconde il nulla (ma questo e’ un altro post…)

Cambiando argomento, ieri ho avuto insieme ad altri parlamentari del PD un incontro con una cinquantina di presidenti di organizzazioni ebree americane, in visita in Italia prima di andare in Israele. Interessante, anche perche’ avevamo appena avuto i risultati delle elezioni in Israele. Un risultato politico netto, al di la’ dell’incertezza che si apre sulla formazione del governo (ci sono due paesi la cui politica e’ piu’ complessa di quella italiana: il Libano, ed Israele): la perdita di consenso di tutte le forze “progressiste”, il trionfo delle destre. Come in una scala cromatica, con sfumature piu’ accentuate agli estremi. Qualcuno ha detto che Israele non ha votato pensando alla pace con i palestinesi, ma alla guerra con l’Iran. Bene, per quel poco che puo’ contare, l’incontro di ieri mi ha dato esattamente questa impressione. Una sfasatura fin troppo eccessiva rispetto al “nuovo corso” obamiano del dialogo con il mondo arabo e musulmano. L’idea che il dialogo e’ tempo perso (quindi, tempo guadagnato per il regime), le sanzioni non funzionano, e l’unica opzione resta il bombardamento. L’idea che anche le elezioni non contino, perche’ tra riformisti e conservatori non c’e’ alcuna differenza – anzi, i dittatori sono meglio, perche’ “sinceri” e non “ipocriti”, e di fronte a loro il mondo ha piu’ difficolta’ a trovare alibi. Disarmante, desolante, disperante.

Per la pace

UN PESSIMO INIZIO

13 gennaio 2009 permalink 8commenti
Un inizio d’anno non tra i più felici, non c’è che dire.

Da Gaza arrivano notizie di una guerra nuova, diversa da quelle a cui sembriamo essere ormai assuefatti, rassegnati. Un numero enorme di vittime, per lo più “civili”, in un luogo che è un non-Stato, privo di quella per noi naturale separazione tra istituzioni, politica, società. Privo di luoghi riparati, privo di diritti. Dove è difficile dire chi è soldato e chi è bambino. Dove è difficile capire chi vince e chi perde, l’unica linea che marca la vittoria pare essere la fortuna di sopravvivere. Al momento, mi pare che una vittima certa ci sia già: l’ANP, Fatah. Privata della rappresentanza politica e mediatica del popolo palestinese, e della possibilità di negoziare alcunché, non ha più quasi ragion d’essere, se non il premio di consolazione di poter dire ai palestinesi di Cisgiordania che ha evitato loro il tormento che i parenti di Gaza stanno vivendo. Come sempre, quando parlano le armi e la gente muore, si rafforzano le fazioni armate, i discorsi di guerra, di odio. Per la prima volta da decenni il conflitto non ha più al centro il territorio, la creazione di uno Stato palestinese, i confini o l’acqua, ma il riconoscimento reciproco, il diritto all’esistenza. E per la prima volta è esplicita la frammentazione del quadro: le parti non sono due, tutto è evidentemente più complesso.

Le responsabilità, ad oggi, sono ovunque, e trovo sterile litigare su chi ne abbia di più (Hamas, Israele, Fatah, la comunità internazionale, i paesi arabi, l’Iran e la Siria, gli Stati Uniti, l’Europa, l’ONU, l’opinione pubblica…). Questa è la cosa che mi mette più tristezza: vedere gli scontri estendersi all’Europa, le tifoserie accendersi - noi che siamo qui, lontani dalla morte, lontani dalla paura, al sicuro. E’ il virus dello scontro di civiltà che si diffonde, che confonde. In cambio di una parte con cui stare, di un’identità certa, sembriamo essere pronti a dar via quel poco di razionalità che era (forse) rimasta. Mi auguro che da martedì prossimo gli Stati Uniti giochino un ruolo positivo nel conflitto, perché non vedo come lo si possa risolvere altrimenti. Nel nostro piccolo, possiamo coltivare la razionalità, sfuggire alla tentazione della tifoseria, sostenere le ragioni e le vie della pace. Io sarò ad Assisi, sabato, alla manifestazione della Tavola della Pace.

Rientrata da 15 giorni di Messico (Chiapas, siti Maya ed un po’ di mare) la lettura delle pagine politiche dei quotidiani italiani mi ha fatto venire una gran voglia di ripartire all’istante. Ristiamo alla costituente di centro…?! Che poi si allea con la sinistra riformista…?! E al mantra sul “rifondare il PD”, “rilanciare il progetto”, “coinvolgere le personalità”…?! Inizio ad avere seri dubbi sull’adeguatezza di un’intera generazione di “personalità” ad incarnare e realizzare un progetto politico che evidentemente non sta nelle sue corde. E temo che l’inadeguatezza delle persone faccia naufragare un grande progetto politico, trascinandolo a fondo. Qui non stiamo parlando dell’ennesima forma della infinita transizione del sistema politico e partitico italiano. E neanche della scialuppa di salvataggio di qualcuno. Ma dello strumento nato (e generato mi auguro consapevolmente) per far vivere la partecipazione politica progressista in questo secolo, dopo che quello passato è finito. FINITO.

Nel frattempo, il governo si accinge a mettere l’ennesima fiducia su un Decreto anti-crisi che non inciderà in alcun modo sulla crisi, con risorse ridicole (2,5 miliardi) e misure inadeguate. Rifondazione smette di rifondarsi e si sfonda, tra una settimana si insedia Obama, ed io lavoro sul Decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali…

Buon anno.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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