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federica mogherini
Diario parlamentare

AL BARCAMP DELLA LUISS

2 dicembre 2009 permalink 0commenti

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permalink | inviato da BlogMog il 2/12/2009 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Diario parlamentare

VELOCITA' E TRAGUARDI DELLE ISTITUZIONI, SECONDE GENERAZIONI, E CONGEDI DI PATERNITA'

19 novembre 2009 permalink 2commenti
1. Questa mattina, alle 8.30, sono andata in Commissione per iniziare la discussione sulla Finanziaria. Alle 8.35 abbiamo messo a verbale che non eravamo in condizione di iniziare i lavori, data l'assenza del Governo. Pare che un sottosegretario stia male, e l'altro sia fuori Roma. Del Ministro non s'è neanche osato chiedere. Eppure, da regolamento, non si può discutere di Finanziaria in assenza del Ministro. Quindi - senza di loro non possiamo iniziare, ma comunque dobbiamo finire entro mercoledì...
Ora, delle due l'una: o il potere di Brunetta il castiga-fannulloni è davvero minimo tra i suoi colleghi, o la strategia di svuotamento del ruolo del Parlamento viene perseguita con maggiore dedizione di quanto pensassi.

2. Ieri in aula l'ennesimo voto di fiducia su un decreto, in cui è stata inserita una norma  del tutto fuori tema - la privatizzazione dell'acqua. Prassi ordinaria. Ma durante la discussione degli ordini del giorno (unico strumento rimasto), ne sono stati approvati 6 su cui il governo aveva dato parere contrario e sui quali la "maggioranza" (in quel momento evidentemente non numerica) aveva votato contro. Agitazione generale. Arriva La Russa trafelato, anche un voto in più è utile (ma in Commissione a discutere di Finanziaria non sia mai...). Cirielli fa dichiarazione di voto favorevole, così almeno non si nota che sono in minoranza. Alla fine Ronchi prende la parola e cambia il parere del governo, accogliendo come raccomandazioni tutti gli ordini del giorno, anche quelli su cui aveva dato parere negativo. Che dire, la coerenza...

3. Sabato parteciperò al Luiss Barcamp, una bella iniziativa durante la quale, tra le altre cose, si parlerà di efficienza e velocità delle istituzioni. La domanda della mia sessione di lavoro è: se le istituzioni corrono, qual'è il traguardo? Porterò un tapis roulant, o una ruota di quelle su cui girano i criceti...

4. Ieri mattina sono stata al Centro Studi Americani per una sessione di "valutazione" della presidenza Obama un anno dopo l'elezione. Un'interessante relazione di Larry Sabato  indicava con tristezza la fine dello spirito bipartisan nella politica americana: solo una manciata di repubblicani, al Congresso, sono pronti a votare insieme ai Democratici, quando nel passato le principali riforme sono passate a larghissima maggioranza, indipendentemente da chi le avesse promosse (invidia).

5. La rete dei ragazzi e delle ragazze di seconda generazione è venuta ieri alla Camera per raccontarci com'è, che effetti ha sulla loro vita, e come andrebbe cambiata, la legge sulla cittadinanza. Noi ci stiamo provando. Perchè non ha senso che delle persone nate e cresciute in Italia non siano cittadini del loro stesso Paese.

6. Una buona notizia: il Tribunale di Firenze ha riconosciuto il diritto al congedo di paternità per 5 mesi, inclusi i due precedenti al parto (esattamente come il congedo di maternità). Forse prima o poi capiremo che un bambino è figlio di due genitori - indipendentemente da chi lo porta in pancia.
Democratica

FARE COMUNITA'

9 febbraio 2009 permalink 0commenti

Sono successe mille cose dall’ultima volta che ho scritto. Solo qualche giorno fa, in fondo. Eppure, faccio fatica a raccontare, come raramente mi è successo. Perché da una parte c’è la vita che scorre – la mia – con le cose belle e quelle brutte, il lavoro e le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni. Dall’altra, una cesura: prima le tre oscenità inserite nel provvedimento sulla “sicurezza” (sicurezza di chi…?!), poi l’uso cinico di un caso umanamente dolorosissimo per forzare lo scontro istituzionale e portarlo ad un punto di rottura. Di fronte a questo, raccontare del viaggio che ho fatto giovedì a Sarajevo o dell’incontro di oggi con il Dalai Lama mi riesce davvero difficile. Perché si ha l’impressione che fare le proprie piccole grandi cose, giuste o sbagliate che siano, sia del tutto fuori contesto, fuori dimensione. Come svuotare con un cucchiaino la nave che affonda.

Mi è sempre riuscito difficile misurare l’impegno. Capirne il limite, accettarlo. Di fronte a qualcosa di sbagliato – di profondamente sbagliato, di culturalmente sbagliato – l’inadeguatezza dei mezzi che si hanno a disposizione per arginare la valanga rischia di far rinunciare. Si oscilla tra l’indignazione rabbiosa che resta testimonianza, e l’affannarsi a star dietro alle “piccole grandi cose” che ti illudi possano fare la differenza, se non subito a lungo termine, se non su tutti su qualcuno.

Credo che la differenza – tra l’arrendersi e l’affannarsi su ciò che si può, tenendo fuori il martirio che non mi pare un’opzione – possa essere nel “fare insieme”. Anthony Sistilli, che è un caro amico oltre ad essere il presidente dei Democrats americani in Italia, mi ha fatto notare una volta che lo slogan “yes we can” ha avuto la forza che ha avuto perché la sua traduzione più appropriata, in italiano, sarebbe stata “sì, insieme noi possiamo”. E che non tanto nel “possiamo”, ma nell’ “insieme” sta la sua portata rivoluzionaria, in un tempo in cui la politica rischia di ridursi a consenso mediatico, e la capacità di considerarsi comunità diminuisce fino a sparire. D’altra parte, Obama era un “community organizer” – una funzione che in italiano non è neanche traducibile…

Ed anche dalle mie piccole grandi cose di questa settimana non posso che trarre l’insegnamento (la “morale”) che è quando si riesce a fare comunità, quando si lavora insieme per un bene comune, un interesse collettivo – che non è necessariamente il mio personale ma è quello che mi può consentire di vivere meglio nel contesto in cui sono -, è allora che il buon senso tiene, l’odio evapora, la vita riprende colore.

A Sarajevo ho visto i palazzi ancora ricoperti dei segni degli spari dei cecchini, e le “manine” delle granate per terra. E ragazze e ragazzi bere caffè ai tavolini dei bar all’aperto in un’improbabile giornata di caldo e sole a febbraio. Qualche mio collega (ero in missione per la Commissione Difesa) si stupiva del fatto che le donne non avessero il velo, ed anzi fossero molto “occidentali” – sapevano che la Bosnia è musulmana… evidentemente abbiamo interiorizzato il conflitto di civiltà più di quanto non lo vivano, oggi, coloro che hanno combattuto o subito sulla propria pelle un conflitto etnico.

Oggi, il Dalai Lama si diceva “triste”, e non “arrabbiato”, per lo scivolare graduale ma costante del proprio popolo verso sentimenti di rabbia e frustrazione che lui teme possano far abbandonare la strada della nonviolenza che fino ad oggi hanno seguito. E ripeteva che non è “contro” i cinesi, ma al contrario anche per loro, che sarebbe bene arrivare all’autonomia del Tibet, alla libertà religiosa, al rispetto pieno dei diritti umani in Cina.

Qualche giorno fa, accanto alla notizia che al Senato si è introdotta la possibilità per i medici di denunciare gli immigrati clandestini che vanno a farsi curare, c’era quella di un gruppo di genitori di una scuola di Roma che minaccia di spostare i propri figli in un altro istituto perché lì gli immigrati sono troppi, e “non si integrano”. Uno di loro, intervistato, si lamenta del fatto che il pomeriggio i bambini non si frequentino, che bimbi figli di immigrati restino tra di loro. Come possiamo pensare che si integrino, se li spingiamo a vivere nella paura? Come possiamo contrastare la clandestinità, se non offriamo strade per la legalità? Viene da pensare che si colpisce la vittima (vittima due volte: del racket dell’immigrazione clandestina, e della disperazione del luogo da cui proviene) e non il sistema che ne fa una vittima (la criminalità organizzata su piccola o larga scala) perché finchè ci saranno clandestini ci sarà negli italiani la paura e l’odio. Ed è più facile trarre consenso dall'odio che nel tentativo faticoso di costruire l'integrazione, la convivenza. 

La schedatura dei barboni segue di 24 ore o poco più l’episodio di Nettuno, in cui tre ragazzi annoiati hanno dato fuoco ad una persona - “non per razzismo”, ci si è affrettati a sottolineare. Come se non fosse la paura ed il disprezzo del “diverso”, la radice comune di una violenza che dilaga. Come se ci fosse bisogno di dire che bisogna "essere cattivi". 

E di fronte agli stupri che avvengono quotidianamente, la soluzione sarebbero le ronde – ma non armate… - ?

Non si vede che siamo infilati in un circolo vizioso, che alimenta l’odio ed uccide il rispetto. Una volta morto il rispetto, uccidere la persona è semplice, facile, quasi banale. Certo, condannabile – ma come si condanna chi brucia un cassonetto, chi scuoia un gatto. Non si fa, non è bene. Ma già non siamo più nell’ambito dei tabù – già non parliamo più di sacralità della vita umana (che sia della ragazza stuprata, del barbone schedato e bruciato, del clandestino che pur di non farsi rimandare indietro rinuncerà alla propria salute).

Si condanna a morire chi vuole vivere – e si condanna a vivere chi con ogni probabilità vorrebbe morire.

Sono tra chi pensa che dovremo fare una legge che preveda il testamento biologico. Personalmente, da agnostica, resterei attaccata all’ultima macchina utile a farmi respirare anche se fossi in condizioni vegetative. Mi farei pure ibernare. Perché, da non credente, ho un attaccamento alla vita terrena quasi disperato, ed alla morte preferirei qualsiasi tipo di vita. Mi stupisce che chi crede che dopo la morte ci sia una vita migliore di quella terrena non accetti il momento del trapasso naturale – lo trovo contraddittorio, e per come mi ricordo il mio catechismo, direi che fino a qualche anno fa la chiesa avrebbe assunto un atteggiamento molto diverso, ma forse sbaglio.

Comunque, credo che debba esserci una legge che consenta ad ognuno di scegliere. Nel frattempo, il “caso Eluana” è stato oggetto di una sentenza, definitiva. La libertà e la responsabilità della scelta sta sulle spalle e nelle mani della famiglia. Non cerdo sia una libertà ed una responsabilità facile da esercitare. Trovo di una violenza inaudita l’idea che sia il governo con decreto, o il parlamento con un disegno di legge ad personam, ad espropriare la famiglia di questa libertà e di questa responsabilità. E credo, sinceramente, che sia strumentale: non tanto alla volontà della Chiesa, ma a quella di cambiare la Costituzione. Cosa che rende ancora più dolorosa e meschina questa finta corsa contro il tempo. Cosa dovremmo fare, dividerci tra chi la vuole morta e chi la vuole tecnicamente viva…?! Gioire, in un caso o nell’altro..?! E’ un gioco cinico, disumano, fatto sulla pelle di persone che soffrono.

E' un gioco che punta a rompere tutti gli assetti istituzionali, ed a dividere gli italiani in tifoserie disumane. Pericoloso dal punto di vista politico, raccapricciante sotto il profilo umano.

Credo che l'unico argine sia non farci dividere, non diventare partigiani. Fare comunità. Sarà difficile, sarà lungo, sarà doloroso. Ma credo che sia l'unica strada possibile.

Per la pace

DOPO QUELLA NOTTE

14 novembre 2008 permalink 7commenti
Io sono tra chi ritiene che il lavoro della magistratura vada rispettato, e non commentato. E che questo debba valere sempre, sia per le sentenze che ci piacciono e ci convincono, sia per quelle che ci indignano.
Trovo pero' sano, e positivo, che si sia in grado di idignarsi per quelle che ci paiono ingiustizie - e che a volte condividere questa indignazione possa aiutare a sentirsi meno soli, meno marginali, meno abbandonati. Piu' "normali", in un paese che a volte e' davvero strano. E credo che ritrovarsi simili, insieme, in una indignazione civile, sia il miglior antidoto a comportamenti irrazionali, di rabbia e disperazione, di distruzione.
Lo dico perche' immagino che chi quella notte ha dormito alla Diaz, i loro parenti, i loro amici, i loro amori, oggi abbiano voglia di distruggere il mondo, di far uscire la delusione e l'odio, e di dire che no - questo stato non li rappresenta, questa giustizia non da loro giustizia. Di uscire fuori dal sistema, dal corpo della comunita', di fare e farsi male. Ho letto che qualcuno ha dichiarato che questa sentenza garantisce che il prossimo G8 della Maddalena sara' tutto fuorche' tranquillo. Una cretinata. Perche' Il migliore antidoto e' invece continuare a pretendere di essere rappresentati da qualcuno o qualcosa, non rassegnarsi a sentirsi soli, fuori dal mondo. In fondo, se c'e' amarezza e rabbia e delusione, e' perche' c'e' fiducia in quelle istituzioni da cui oggi ci si sente traditi, e che ieri ci hanno invece garantiti e protetti, serviti - e puo' tornare ad essere cosi' domani.
Ho sempre pensato che il danno piu' serio fatto da quelle giornate a Genova, sia stato nell'insinuare il dubbio - in qualcuno la certezza - che le forze dell'ordine del nostro paese, per alcuni cittadini onesti e che nulla avevano mai pensato di poter temere dalla giustizia, si trasformassero da alleati a minaccia. Da amici in nemici. Questo era un sentimento sconosciuto alla mia generazione, a chi ha meno di 40 anni. Dopo Genova, dopo quello che e' successo a Piazza Navona qualche settimana fa (seppure non paragonabile), il rischio peggiore e' il dubbio, la sfiducia. Il non indignarsi perche' non si hanno aspettative di rispetto e di giustizia. Questo sarebbe il danno piu' grave, perche' piu' profondo. E i primi a perderci, a rimetterci, saremmo noi. 
Io credo che, se e' vero che la "base della piramide" quella notte ha agito di propria iniziativa, all'insaputa ed anzi contro gli ordini dei livelli superiori della gerarchia, a quegli stessi vertici si dovrebbe chiedere quale autorevolezza siano capaci di esercitare, quanto controllo riescano ad avere su cio' che succede sotto di loro, e quale grado di efficacia ha il loro comando sui propri sottoposti. Puo' non avere implicazioni giuridiche. Ma professionali, ed etiche, certamente si.  

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permalink | inviato da BlogMog il 14/11/2008 alle 12:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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