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federica mogherini
Democratica

TRE FALSI MITI E DUE RISCHI

27 ottobre 2009 permalink 7commenti
Credo che la giornata di domenica abbia sfatato tre falsi miti, ed aperto un paio di rischi piuttosto seri.

Innanzitutto, il PD non solo esiste, ma e’ organizzato, radicato, vivo come nessun altro partito della recente storia italiana e’ o e’ stato. I volontari, i militanti, gli iscritti, gli elettori, quelli che semplicemente hanno a cuore il progetto… un patrimonio immenso, unico, la nostra vera forza – forse l’unica.

Secondo: l’amalgama e’ riuscito eccome. Proprio guardando le persone che lavoravano ai seggi, quelle in fila per votare, te ne rendevi conto. Uno insieme all’altro, non solo accanto ma insieme, e la linea di distinzione – se c’era – non riguardava il passato, la “provenienza”, ma l’idea di futuro (ed a volte neanche quella).

Terzo: e’ stato un confronto aperto, senza rete. Nessuno, la sera di sabato, poteva dire chi avrebbe vinto. Ed il fatto che alla fine abbia vinto Bersani, il “favorito”, nulla toglie alla straordinaria prova di democrazia e trasparenza, contendibilita’, apertura, che siamo riusciti a dare. Le persone che hanno partecipato a questo (tortuoso e barocco, sono d’accordo) meccanismo di congressi e primarie lo hanno fatto con la loro liberta’, con le loro idee, con la passione e con le speranze che sentivano dentro di loro. Liberi. Probabilmente questo e’ successo il percentuali variabili in giro per l’Italia, ma neanche questo puo’ offuscare il dato di aver celebrato, per la prima volta, un congresso “aperto”, il cui esito non era predeterminato, scontato.

Ora, si potrebbe notare il paradosso: proprio chi ha negato in questi mesi che l’amalgama fosse riuscito, che il partito esistesse, e che la competizione fosse aperta, ha vinto in un percorso che ha visto protagonisti il mescolamento, la militanza e la libera scelta. Ma questo riguarda l’analisi delle nostre contraddizioni collettive, e mi interessa meno.

Quel che mi interessa di piu’, ora, e’ cosa viene dopo. Cosa dovremo affrontare, uniti – si e’ detto e si dice -, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. E qui vedo due grandi rischi, due sfide.

Il primo riguarda la vita interna del partito. L’amalgama e’ riuscito, bene. La “nostra gente” e’ mescolata gia’ da dieci anni, probabilmente. E’ la rappresentazione che di questo si da’, che spesso non rende onore e giustizia alla realta’. Se il “pluralismo” si traduce in coesistenza di correnti piu’ o meno organizzate, in un uso attento del bilancino, in una somma arida di “voi” piu’ “voi” piu’ “noi”, si distorce il valore grande di quel mescolarsi fino a confondersi, contaminarsi, che “alla base” e’ avvenuto. E, alla lunga, temo che lo faccia regredire fino ad irrigidirsi in recinti falsi, inutili, sterili. Qui c’e’ la piu’ grande sfida per Bersani. “Faro’ a modo mio” significa “a modo suo” o a modo di Tizio, Caio e Sempronio? Riuscira’ a dare il messaggio, alla “base”, che l’amalgama e’ un valore, o – volente o nolente – indurra’ a ripiegare sulle “identita” che si confrontano e, bene che vada, si accostano l’una all’altra con il minor grado di conflittualita’ possibile?

E’ una sfida che avrebbe riguardato chiunque, eletto a segretario. E che riguarda ancora sia Franceschini che Marino, seppure con un grado di responsabilita’ oggi di riflesso, non centrale. Ed e’, io credo, una sfida vitale per la salute del PD nei prossimi anni.

Secondo rischio, piu’ serio perche’ riguarda non solo noi ma l’intero sistema politico. Le alleanze. Bersani dice – ha sempre detto: “torniamo all’Ulivo”. Ma sono passati piu’ di dieci anni, e la scena politica non e’ rimasta quella del ’96. Sono diversi i partiti in campo (non i protagonisti, ma questa e’ un’altra storia…), sono diversi gli orientamenti elettorali, soprattutto e’ diverso il grado di fiducia e di credibilita’ che in questi dieci anni quel progetto ha consumato. Tra l’Ulivo e il PD, c’e’ l’Unione. E dire oggi “torniamo all’Ulivo” senza intendere “torniamo all’Unione” e’ quanto mai difficile. Basta semplicemente dire che – ovvieta’ – non ci sarebbe Mastella e neanche Dini? E siamo convinti che sia quello il discrimine tra la credibilita’ che aveva il primo governo dell’Ulivo e l’assenza di fiducia in quello ultimo dell’Unione? O non era piuttosto un altro, il tarlo che ci ha consumati?

Nel 2006 si tenevano i tavoli per la stesura del programma di governo dell’Unione per le elezioni politiche. Erano, se non ricordo male, una decina di gruppi di lavoro tematici che raccoglievano ognuno una ventina di esponenti dei partiti (i responsabili tematici, in genere, anche se alcuni partiti erano talmente piccoli da avere dei jolly factotum) e qualche “esperto”, per un totale di almeno 200 persone impegnate in percorsi paralleli. C’era poi una cabina di regia con il compito (pressoche’ impossibile) di coordinare il tutto e assicurarsi che quello che si diceva da una parte non fosse in aperta contraddizione con quello che si diceva dall’altra.

Mi capito’ di partecipare ad una riunione di uno dei tavoli. Si parlava, quel pomeriggio, di spese militari. C’era chi sosteneva che il governo Berlusconi le avesse aumentate, e che noi dovessimo proporci di ridurle, e chi diceva che, al contrario, negli ultimi anni erano calate e che la nostra proposta non poteva che essere quella di aumentarle (la valutazione sul livello di spesa corrente variava a seconda che si includessero o no le spese per le missioni internazionali). Dopo qualche ora di vana discussione, si trovo’ la quadra, e nel programma si scrisse che avremmo “invertito la tendenza”. Tutti potevano tornare alla base dicendo che l’avevano spuntata. Il problema e’ che poi quelle elezioni le abbiamo vinte, e che una volta che sei al governo non basta trovare la combinazione giusta di parole per far contenti tutti: devi fare delle scelte (a volte anche difficili). Ed e’ ovvio che non si aveva nessun programma a cui richiamarsi, nessun comune denominatore su cui costruire una scelta condivisa, nessuna possibilita’ di evitare la litigiosita’, le manifestazioni dei ministri contro il loro stesso governo, la paralisi. E li’ fuori, la “nostra gente” voleva che cambiassimo l’Italia…

Bersani dice che non basta fare opposizione, bisogna essere alternativa. Sono d’accordo. Ma come una somma di opposizioni non fanno un’alternativa, una somma di alternative non fanno un cambiamento credibile. Credo che questo sia il nostro problema. Perche’ altrimenti possiamo tornare anche a vincere un’elezione e “mandarlo a casa”. Ma poi torna…

PS: consiglio la lettura di Salvati sul Corriere di oggi su bipolarismo e legge elettorale. Cosa penso del sistema tedesco credo di averlo scritto gia’, a piu’ riprese, su questo blog e altrove, tra il dicembre 2007 e il febbraio 2008. E siamo sempre li’.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
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Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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