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federica mogherini
Democratica

UN CONSIGLIO PER I TORINESI

25 febbraio 2011 permalink 2commenti


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Democratica

TRE FALSI MITI E DUE RISCHI

27 ottobre 2009 permalink 7commenti
Credo che la giornata di domenica abbia sfatato tre falsi miti, ed aperto un paio di rischi piuttosto seri.

Innanzitutto, il PD non solo esiste, ma e’ organizzato, radicato, vivo come nessun altro partito della recente storia italiana e’ o e’ stato. I volontari, i militanti, gli iscritti, gli elettori, quelli che semplicemente hanno a cuore il progetto… un patrimonio immenso, unico, la nostra vera forza – forse l’unica.

Secondo: l’amalgama e’ riuscito eccome. Proprio guardando le persone che lavoravano ai seggi, quelle in fila per votare, te ne rendevi conto. Uno insieme all’altro, non solo accanto ma insieme, e la linea di distinzione – se c’era – non riguardava il passato, la “provenienza”, ma l’idea di futuro (ed a volte neanche quella).

Terzo: e’ stato un confronto aperto, senza rete. Nessuno, la sera di sabato, poteva dire chi avrebbe vinto. Ed il fatto che alla fine abbia vinto Bersani, il “favorito”, nulla toglie alla straordinaria prova di democrazia e trasparenza, contendibilita’, apertura, che siamo riusciti a dare. Le persone che hanno partecipato a questo (tortuoso e barocco, sono d’accordo) meccanismo di congressi e primarie lo hanno fatto con la loro liberta’, con le loro idee, con la passione e con le speranze che sentivano dentro di loro. Liberi. Probabilmente questo e’ successo il percentuali variabili in giro per l’Italia, ma neanche questo puo’ offuscare il dato di aver celebrato, per la prima volta, un congresso “aperto”, il cui esito non era predeterminato, scontato.

Ora, si potrebbe notare il paradosso: proprio chi ha negato in questi mesi che l’amalgama fosse riuscito, che il partito esistesse, e che la competizione fosse aperta, ha vinto in un percorso che ha visto protagonisti il mescolamento, la militanza e la libera scelta. Ma questo riguarda l’analisi delle nostre contraddizioni collettive, e mi interessa meno.

Quel che mi interessa di piu’, ora, e’ cosa viene dopo. Cosa dovremo affrontare, uniti – si e’ detto e si dice -, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. E qui vedo due grandi rischi, due sfide.

Il primo riguarda la vita interna del partito. L’amalgama e’ riuscito, bene. La “nostra gente” e’ mescolata gia’ da dieci anni, probabilmente. E’ la rappresentazione che di questo si da’, che spesso non rende onore e giustizia alla realta’. Se il “pluralismo” si traduce in coesistenza di correnti piu’ o meno organizzate, in un uso attento del bilancino, in una somma arida di “voi” piu’ “voi” piu’ “noi”, si distorce il valore grande di quel mescolarsi fino a confondersi, contaminarsi, che “alla base” e’ avvenuto. E, alla lunga, temo che lo faccia regredire fino ad irrigidirsi in recinti falsi, inutili, sterili. Qui c’e’ la piu’ grande sfida per Bersani. “Faro’ a modo mio” significa “a modo suo” o a modo di Tizio, Caio e Sempronio? Riuscira’ a dare il messaggio, alla “base”, che l’amalgama e’ un valore, o – volente o nolente – indurra’ a ripiegare sulle “identita” che si confrontano e, bene che vada, si accostano l’una all’altra con il minor grado di conflittualita’ possibile?

E’ una sfida che avrebbe riguardato chiunque, eletto a segretario. E che riguarda ancora sia Franceschini che Marino, seppure con un grado di responsabilita’ oggi di riflesso, non centrale. Ed e’, io credo, una sfida vitale per la salute del PD nei prossimi anni.

Secondo rischio, piu’ serio perche’ riguarda non solo noi ma l’intero sistema politico. Le alleanze. Bersani dice – ha sempre detto: “torniamo all’Ulivo”. Ma sono passati piu’ di dieci anni, e la scena politica non e’ rimasta quella del ’96. Sono diversi i partiti in campo (non i protagonisti, ma questa e’ un’altra storia…), sono diversi gli orientamenti elettorali, soprattutto e’ diverso il grado di fiducia e di credibilita’ che in questi dieci anni quel progetto ha consumato. Tra l’Ulivo e il PD, c’e’ l’Unione. E dire oggi “torniamo all’Ulivo” senza intendere “torniamo all’Unione” e’ quanto mai difficile. Basta semplicemente dire che – ovvieta’ – non ci sarebbe Mastella e neanche Dini? E siamo convinti che sia quello il discrimine tra la credibilita’ che aveva il primo governo dell’Ulivo e l’assenza di fiducia in quello ultimo dell’Unione? O non era piuttosto un altro, il tarlo che ci ha consumati?

Nel 2006 si tenevano i tavoli per la stesura del programma di governo dell’Unione per le elezioni politiche. Erano, se non ricordo male, una decina di gruppi di lavoro tematici che raccoglievano ognuno una ventina di esponenti dei partiti (i responsabili tematici, in genere, anche se alcuni partiti erano talmente piccoli da avere dei jolly factotum) e qualche “esperto”, per un totale di almeno 200 persone impegnate in percorsi paralleli. C’era poi una cabina di regia con il compito (pressoche’ impossibile) di coordinare il tutto e assicurarsi che quello che si diceva da una parte non fosse in aperta contraddizione con quello che si diceva dall’altra.

Mi capito’ di partecipare ad una riunione di uno dei tavoli. Si parlava, quel pomeriggio, di spese militari. C’era chi sosteneva che il governo Berlusconi le avesse aumentate, e che noi dovessimo proporci di ridurle, e chi diceva che, al contrario, negli ultimi anni erano calate e che la nostra proposta non poteva che essere quella di aumentarle (la valutazione sul livello di spesa corrente variava a seconda che si includessero o no le spese per le missioni internazionali). Dopo qualche ora di vana discussione, si trovo’ la quadra, e nel programma si scrisse che avremmo “invertito la tendenza”. Tutti potevano tornare alla base dicendo che l’avevano spuntata. Il problema e’ che poi quelle elezioni le abbiamo vinte, e che una volta che sei al governo non basta trovare la combinazione giusta di parole per far contenti tutti: devi fare delle scelte (a volte anche difficili). Ed e’ ovvio che non si aveva nessun programma a cui richiamarsi, nessun comune denominatore su cui costruire una scelta condivisa, nessuna possibilita’ di evitare la litigiosita’, le manifestazioni dei ministri contro il loro stesso governo, la paralisi. E li’ fuori, la “nostra gente” voleva che cambiassimo l’Italia…

Bersani dice che non basta fare opposizione, bisogna essere alternativa. Sono d’accordo. Ma come una somma di opposizioni non fanno un’alternativa, una somma di alternative non fanno un cambiamento credibile. Credo che questo sia il nostro problema. Perche’ altrimenti possiamo tornare anche a vincere un’elezione e “mandarlo a casa”. Ma poi torna…

PS: consiglio la lettura di Salvati sul Corriere di oggi su bipolarismo e legge elettorale. Cosa penso del sistema tedesco credo di averlo scritto gia’, a piu’ riprese, su questo blog e altrove, tra il dicembre 2007 e il febbraio 2008. E siamo sempre li’.

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LE PRIMARIE DEL 25 OTTOBRE

19 ottobre 2009 permalink 1commenti

Alle primarie del Partito Democratico del 25 ottobre sono candidata capolista a sostegno di Dario Franceschini nel Collegio n. 12 "Fiumicino - Civitavecchia".
I comuni della Provincia di Roma compresi nel collegio sono: Allumiere, Anguillara Sabazia, Bracciano, Campagnano di Roma, Canale Monterano, Castelnuovo di Porto, Cerveteri, Civitavecchia, Fiumicino, Formello, Ladispoli, Magliano Romano, Manziana, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano, Santa Marinella, Tolfa, Trevignano Romano.
Se voti in uno di questi comuni o conosci qualcuno che vi risiede, puoi invitarlo a mettersi in contatto con me e/o a votare così:



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DIPENDE DA NOI

23 febbraio 2009 permalink 15commenti
Dunque, sabato abbiamo buttato un salvagente alla “nomenclatura” e chiuso per sempre la possibilita’ del PD di sopravvivere al proprio passato, o al contrario abbiamo compiuto l’unico gesto di responsabilita’ possibile evitando di dissolvere quel che resta del progetto in pochi mesi? Unica possibilita’ o conservazione?

Io credo che la risposta non la si sia data sabato, ma la si cominci a dare da oggi. Provo a spiegarmi.

Veltroni ha lasciato dicendo “non ce l’ho fatta, a realizzare il PD che sognavo”. Perche’? Qualcuno dice che quel sogno era falso, un’illusione, una fuga in avanti: l’Italia non e’ cosi’ e non lo sara’ mai, tanto vale capirlo e fare i conti con cio’ che abbiamo di fronte. Ovvero interessi materiali, blocchi sociali da conquistare o accarezzare, alleanze da comporre. Il discorso del Lingotto? Impianto valoriale inadeguato, mission impossible. Il sogno non si e’ realizzato perche’ era appunto un sogno – ed i sogni non si realizzano, si sa. Non e’ stato Veltroni a fallire, ma la sua idea di Partito Democratico e d’Italia.

Io penso esattamente il contrario. Ovvero, che il sogno fosse un progetto – molto visionario, ma non irrealizzabile (anzi: la campagna elettorale ha dimostrato che quella visione era la nostra salvezza, altrimenti altro che 34%...). Dopo anni se non decenni di navigazione a vista, il Lingotto aveva per la prima volta messo sul tappeto un’idea di societa’, un progetto di lungo periodo cui lavorare. Una narrazione, e non solo un elenco di cose da fare. Ed anche un’idea di partecipazione politica certo non perfetta – ovvero perfezionabile – ma tesa a fare i conti con una societa’ profondamente mutata rispetto a quella in cui avevano con successo operato i grandi partiti di massa del ‘900. Io credo che entrambe le “visioni” (la societa’ ed il partito) fossero valide.

Credo, l’ho scritto piu’ volte nel corso dei mesi, che non fosse l’impianto ad essere difettoso, ma la sua coerente realizzazione. La distanza tra l’evocazione e la realta’, tra l’idea e il fatto. E credo che quella distanza abbia prodotto un deficit di credibilita’ che e’ alla base delle nostre sconfitte elettorali.

Io penso che a questa distanza vada ricondotto il “non ce l’ho fatta” di Veltroni. E’ possibile che abbiano pesato limiti personali, caratteriali. Il ritenersi poco adatto alla “vita di partito”, come lui stesso ha detto, l’essere insofferente a certe dinamiche. E’ possibile che questo abbia portato – come scrive Scalfari – ad un eccesso di mediazione, e contemporaneamente – come accusano alcuni – ad un difetto di “coinvolgimento”, di direzione politica. Quel faticosissimo lavoro di ascolto, composizione delle ragioni, assunzione di responsabilita’, e decisione che fa della politica un esercizio estenuante ma utile. E’ possibile, ancora, che intorno a lui si sia fatta debole la voce di chi credeva fortemente nel progetto, e nella necessita’ di svilupparlo coerentemente. E che ben piu’ forti siano state, al contrario, le voci che invitavano (intimavano, a volte) a frenare, aggiustare il tiro, conservare. Certo, sta alla responsabilita’ di ognuno dare ascolto alla voce che ritiene piu’ corretta. Ma ricordero’ sempre quando un ex primo ministro DS (ce n’e’ stato solo uno) rimprovero’ l’allora Sinistra giovanile di non aver “fatto le barricate” per la riforma degli ordini professionali: cedere alle pressioni organizzate era inevitabile – questo piu’ o meno il ragionamento – in mancanza di pressioni di segno diverso. E’ un argomento che non mi ha mai convinto del tutto (credo che la politica, nella sua autonomia, abbia il compito di indicare una strada anche indipendentemente dalle pressioni esterne), ma di cui vedo il fondamento: la politica e’ non solo “guida” ma anche “rappresentanza”, e se il corpo di valori ed interessi che ti proponi di rappresentare perde forza e visibilita’, consistenza, riesce decisamente piu’ complicato farlo coerentemente.

Ora, nei mesi che verranno – nella campagna elettorale ed in quella congressuale – credo che in gioco ci sara’ questo: la capacita’ e la volonta’ di riprendere lo slancio del progetto originario del PD e provare a realizzarlo compiutamente.

Sarebbe stato piu’ coerente farlo attraverso delle primarie immediate? In linea di principio, non c’e’ dubbio. Sul piano concreto, con ogni probabilita’ avremmo passato i prossimi due mesi a dividerci su dei nomi (non necessariamente su delle idee chiaramente contrapposte), negli stessi luoghi e tempi in cui avremmo tentato (invano, temo) di trovare candidature e proposte politiche piu’ forti e credibili possibili per vincere le elezioni locali, e le europee. Ed alla fine di questa corsa contro il tempo ed il calendario, con l’Italia intanto devastata da una crisi economica cui il governo non sta dando alcuna risposta, avremmo rischiato anche di tornare da capo a dodici: con un segretario legittimato da milioni (quanti…?) di elettori ma privo della possibilita’ di far valere quella legittimita’, quella forza. Perche’ mi sono convinta che la forza di attuare il progetto non derivi dal numero di voti che prendi alle primarie, ma dal grado di coinvolgimento e partecipazione diffusa che si mette in campo a sostegno reale di un’idea, di una pratica politica – un’assunzione di responsabilita’ condivisa, collettiva. Altrimenti, qualunque uomo solo al comando non puo’ che fallire. Bisogna dare, a chiunque provi a realizzare il progetto, gli strumenti per farlo. Altrimenti il rischio e’ che insieme all’uomo si dichiari sconfitto il progetto. (E’ il rischio che corriamo oggi – eppure Veltroni fu eletto da primarie plebiscitarie.)

Per costruire gli strumenti, forse ci vuole un po’ piu’ di tempo, e lavoro comune, quotidiano. Obama ha vinto le primarie, ok. Ma la sua forza non sono stati i voti: sono, ancora oggi, quei milioni di cittadini che si sentono e sono pienamente responsabili, insieme a lui, della realizzazione del progetto. Non e’ un semplice meccanismo di delega, di “scelta del capo”: e’ un processo di partecipazione che consente di dire “questa non e’ la mia vittoria, e’ la vostra vittoria”. Per arrivare a questo serve una premessa: la costruzione di una comunita’. Come scrive bene Cerami sull’Unita’ di ieri, dobbiamo far si’ che ogni democratico abbia in mano una meta’ della medaglia, e possa farla combaciare con la meta’ che ha in mano ogni altro democratico, per sapere che si ha un linguaggio comune, una comune appartenenza – che si da’ lo stesso significato alle parole.

Per questo penso che potremo dire se sabato abbiamo vissuto un atto di autoconservazione o di rilancio del progetto solo guardando a quello che (tutti) faremo da oggi in poi. Certo, dipendera’ molto da Dario. Dalla sua capacita’ e volonta’ di chiarezza, sincerita’. Dal suo coraggio e dalla sua coerenza. Ma non dipendera’ solo da lui. Dipendera’ anche, ed io credo soprattutto, da quanto ognuno di noi sara’ in grado di fare, nel proprio piccolo, esattamente quello che chiede a lui di fare.

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COSA PENSO DI NOI (non eccesso di innovazione ma difetto di credibilità)

22 luglio 2008 permalink 5commenti
 
 

(Il mio intervento alla Direzione nazionale del PD)

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permalink | inviato da BlogMog il 22/7/2008 alle 17:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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