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federica mogherini
Sull' Europa

NEVER WASTE A CRISIS (MAI SPRECARE UNA CRISI) - OVVERO IL CORAGGIO DI CAMBIARE

9 giugno 2009 permalink 29commenti
La parola "crisi" viene dal greco, e significa "punto di rottura", "cambiamento". Non ha una connotazione negativa, all'origine, ma segna il punto di svolta.

Mesi fa scrivevo che in America chi circonda il Presidente Obama aveva affrontato con questo monito la crisi economica che li (ci) ha travolti: "never waste a crisis", mai sprecare una crisi. Perchè vedevano in quel punto di svolta (negativo) l'occasione per introdurre forti e radicali cambiamenti strutturali nel loro paese (cosa che forse dovrebbe fare anche l'Italia, ma questo è un altro post). Perchè erano consapevoli che è nei momenti di svolta, di rottura, di crisi appunto, che si apre la possibilità reale di innovare in profondità, di proporre rivoluzioni e raccogliere intorno ad esse il consenso necessario per renderle durature e condivise.


Credo che questo monito dovremo averlo bene in mente nelle prossime settimane, nei prossimi mesi. Vedo due "crisi" davanti a noi di cui occuparci, il più seriamente e coerentemente possibile.

Una è quella dell'Europa. Astensionismo record in tutto il continente; forze populiste, nazionaliste o localiste, e di estrema destra in crescita ovunque; le forze del PPE che crescono non lo fanno con un progetto chiaro, definito e riconoscibile di sviluppo del progetto europeo (le forze del campo progressista crollano, sia quelle più sinceramente europeiste sia quelle meno convinte, ma a questo vengo dopo). Assistiamo quasi rassegnati alla deriva di un grande progetto che appare assente a se stesso, proprio nel momento in cui dovrebbe più essere percepita la necessità di rinnovarlo con vigore e lungimiranza. Di fronte alla crisi economica (qui sì nell'accezione negativa del termine), l'Europa non reagisce guardando al futuro in cerca di slancio, ma si chiude nella paura e nella protesta. La rassegnazione dell'impotenza colora di rabbia sterile o di indifferenza questo voto. 

Qui c'è la "crisi", il punto di svolta, di un progetto europeo che trova la sua ragion d'essere o svanisce. Dopo aver raggiunto gli ambiziosi obiettivi della pace interna, dello sviluppo economico, del mercato e della moneta unica, della libera circolazione dei cittadini europei nel continente, qui sembriamo fermarci. Qual'è la missione dell'Europa, oggi e per domani? C'è una missione ed una visione comune - è utile che ci sia? Non credo che la domanda sia rinviabile. Dopo anni di "pausa di riflessione", è il momento di trarre qualche conclusione, e cercare di proporre a dei cittadini europei sempre più confusi e lontani dalle proprie istituzioni una via da seguire, un senso di marcia. E credo sia un compito che spetta a tutti, conservatori e progressisti, perchè il lento ma costante scivolamento del senso comune lungo il piano inclinato del populismo è un dato che fa male alle nostre società, ai nostri paesi, al nostro continente: ci toglie futuro, speranza, capacità di reazione. Ci toglie il coraggio di credere possibile il cambiamento, e il potere di pensarlo e realizzarlo. Ci rende vecchi, stanchi e rassegnati. Marginali, inutili, in un mondo complicato ma dinamico.

La seconda "crisi" che vedo è quella dei socialisti in Europa. La difficoltà non è nuova, viene da lontano. Ha elementi comuni, europei, e senza alcun dubbio elementi nazionali (così si spiega il successo dei greci ed il disastro inglese). Ma credo ci sia un tratto dominante, un filo rosso, una radice condivisa. Alle paure ed alle proteste (di cui sopra) la sinistra europea ha finora risposto con quel che aveva in repertorio. Non ha saputo leggere la società per quella che è - non ha dato le risposte giuste perchè non ha voluto o saputo capire le domande. Anche l'esperienza più "innovativa", la meno "ideologica", quella del New Labour, ormai non ha niente di "new", ed è vecchia di 15 anni. Se si predica l'avvento dell'era post-ideologica, poi si deve anche cercare di avere una propria utilità, in quel contesto nuovo (altrimenti ci si limita a scrivere il proprio necrologio). Il socialismo europeo sta lì: a cavallo tra la voglia di cambiare tutto (la società, la politica, il futuro che sembra segnato, e se stesso) e la nostalgia di quel che fu (la società, la politica, il passato di cui ci si ricorda, e se stesso qualche anno o decennio fa). Il dibattito è aperto, da anni. E non è per caso che il PD ha affascinato dall'inizio molti dei partiti del socialismo europeo, ed è stato visto con sospetto da altri. In alcuni partiti (penso al PS francese), la battaglia congressuale interna ha avuto tra i suoi elementi una valutazione (positiva o meno) del PD italiano. Ed il fatto che proprio lì i socialisti (dove è maggioranza la parte del partito che più era scettica rispetto all'esperienza italiana) vadano peggio, ed il fatto che il PD sia il primo dei partiti europei del campo progressista per numero di voti (ed il secondo per seggi, considerando però che il primo è l'SPD ed in Germania si eleggono 27 europarlamentari più che in Italia), tutto questo può darci qualche indicazione sul tipo di dibattito che si aprirà nel PSE. Forse. Come sempre, come davanti ai momenti di rottura, di passaggio, di "crisi": anche per i socialisti in Europa, si potrà fare finta di niente, aprire una fase di riflessione per tornare al punto di partenza senza passare dal via, o piuttosto si potrà sfruttare questo passaggio per darsi il coraggio di cambiare, di innovare, di guardare alla società e al mondo per com'è (e non per come si vorrebbe che fosse, o per come lo si ricorda), di avere la determinazione e la fantasia di proporre le cose che si sa sono necessarie, utili, giuste (ma non necessariamente quelle che ci si aspetta i socialisti propongano). Ribaltare il tavolo, la scala di valori, la lista di priorità, l'agenda politica. Come Obama e i Democratici hanno saputo fare in America, dopo 8 interminabili anni di Bush e del suo abile uso della paura. 

C'è una terza sfida che vedo. Anche questa riguarda la capacità di usare un momento di passaggio per darsi il coraggio di cambiare. Riguarda il PD. E' un anno che siamo in mezzo al guado. Dopo la sconfitta alle politiche del 2008, siamo rimasti sospesi, a cavallo tra la voglia di cambiare tutto e la nostalgia per quello che non c'era più. Nell'incertezza, siamo rimasti fermi, paralizzati. In questi ultimi mesi, dopo il salvifico shock delle dimissioni-sos di Veltroni, ci siamo mossi. E' stata una campagna elettorale in movimento, in cui l'obiettivo (dichiarato) era mettere un argine allo sfondamento della destra e riconfermare la validità del progetto democratico. Avere un corpo vivo, in grado di camminare con le sue gambe nella direzione che deciderà di prendere. Bene, lo abbiamo. Non era un risultato scontato: solo un paio di mesi fa ero a RedTV a commentare un sondaggio che dava il PD al 22% ed il PdL sopra il 40%. Dicevo che quel sondaggio non teneva conto dell'"effetto Franceschini". Oggi posso dire che non mi sbagliavo... 
Democratica

IMPARARE A DECIDERE

2 dicembre 2008 permalink 9commenti
Io ho passato gli ultimi 12 o 13 anni della mia pur non lunghissima vita dentro il PSE e l'Internazionale Socialista. Quindi e' possibile che io non sia obiettiva - ma di certo sono piuttosto ben informata. Quella che si chiama "famiglia socialista" e' un gran casino, per dirla senza giri di parole. Convivono linee politiche diverse, a volte conflittuali, su molti temi (se a qualcuno interessa posso dilungarmi in elenchi di esempi quasi infiniti). In sostanza, non e' un partito, ma una rete di partiti - com'e' per tutti i "partiti europei", purtroppo, e finche' l'Unione Europea non conoscera' una vera e profonda riforma istituzionale continuera' ad essere cosi'.

Ma il PD no, il PD e' un partito - e non vedo motivo per cui non lo sia, o per cui si possa giustificare il fatto che non si comporti come tale. Ora, un partito che firma due manifesti differenti per una campagna elettorale, a me pare che piu' che esprimere "pluralismo culturale" soffra di schizofrenia politica.

Se c'e' una funzione che e' propria dei partiti (per quanto ricordo dei miei studi universitari) e' quella di comporre idee ed interessi e dar loro rappresentanza. Un partito dove convivano diverse linee politiche (seppure compatibili tra loro, cosa che non sempre e' nel nostro caso) non e' un partito, ma una coalizione. Ma io avevo capito che essere un partito a vocazione maggioritaria non significasse introiettare le contraddizioni di una coalizione, bensi' provare ad esercitarsi in quel difficile compito di sintesi politica che ti porta a scegliere, tra diverse opzioni, quella che piu' risponde alle esigenze del paese che indichi come prioritarie (nel nostro caso, di modernizzazione).
 
Ma se non scegliamo, se non decidiamo, se non abbiamo una identita' (e dovrebbe pure essere facilmente comprensibile ed identificabile) ma due o centomila, non siamo un partito, non svolgiamo la funzione che ci e' stata assegnata (non dallo Spirito Santo o da Vespa ma da quelli che il 14 ottobre del 2007 ci hanno creduto, e magari ci credono ancora).

Io trovo che lo spazio naturale per il PD in Europa sia il PSE, rete di partiti di centrosinistra che puo' essere utilmente allargata e riformata, a partire da una piu' stretta connessione con i Democratici americani. Ma non e' questo il punto. Possiamo andare anche a finire altrove, o starcene da soli all'ultimo banco. Argomentero' la mia posizione, accettero' l'orientamento della maggioranza, e sara' quella la mia casa.

Sul PSE come su tutto il resto, dovremmo imparare a decidere. In modo normale, ordinario, sereno e per nulla drammatico. Un partito normale, fuori da questo strano paese, non ha bisogno ne' di congressi per decidere la propria linea su tutto, ne' di segretari chiamati a dire si' o no in splendida solitudine sull'universo mondo. Di solito, altrove, si istruisce la pratica, si discute, si decide - si vota negli organismi dirigenti, ed il risultato e' vincolante per tutto il partito, e chi lo rappresenta. E' un meccanismo che funziona meglio se esiste una pratica consolidata e trasparente, ovvero strutture di elaborazione politica stabili ed in stretto contatto con la complessita' del mondo la' fuori, ovviamente. Ma funziona anche altrove, dove i partiti non sono quelli tradizionali del '900 europeo.

Addirittura in America, quando si parla, non si esprimono posizioni personali (che non gliene frega niente a nessuno), ma quelle di un corpo collettivo che rappresenta milioni di cittadini.

Sarebbe sano, e intelligente, non fare drammi, congiure, faide o ripicche personali: le maggioranze sono o possono essere variabili, su una cosa la penso come la maggioranza del partito, su un'altra sono in minoranza - senza bisogno di armare eserciti contrapposti con divise di diversi colori.

Perche' alla gente, degli eserciti e delle opinioni personali, non gliene frega niente - ma saremmo noi a doverci interessare un po' di piu' di quello che interessa alla gente...

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permalink | inviato da BlogMog il 2/12/2008 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
Sull' Europa

QUALE EUROPA

7 ottobre 2008 permalink 1commenti
24 ore a Parigi, per una riunione del gruppo del PSE al Parlamento Europeo con i rappresentanti dei gruppi parlamentari nazionali. Di per se’, l’idea di provare a coordinare almeno le informazioni ed un po’ di analisi tra i due livelli mi pare eccellente. Uno dei principali problemi che abbiamo (come europei e soprattutto come “pro-europei”) e’ la mancanza di sinergia quando non addirittura l’aperta contraddizione tra le scelte che si compiono a livello nazionale ed in Europa. Nel concreto, la cosa e’ stata anche piu’ interessante del previsto. Qualche pensiero sparso:

1. La preoccupazione comune riguarda il sentimento di paura ed ansia che spinge tutte le societa’ europee alla chiusura e le espone al fascino dei populismi – di destra, ma anche di sinistra (anche se da noi questo si vede meno). Il rischio che vedo, e’ che si guardi il dito e non la luna, ci si preoccupi dell’ascesa dei partiti e politiche di estrema destra piuttosto che del consenso popolare che li sostiene. Non sara’ dicendo “fascisti” e “razzisti” che convinceremo qualcuno dei nostri argomenti. Credo che ci voglia costanza e coerenza, credibilita’ e serieta’, nel dire le cose che pensiamo senza censurarne alcuna: che l’immigrazione clandestina va fermata, che vanno attaccate le mafie che la gestiscono, che il controllo delle frontiere va fatto con rispetto dei basilari principi di rispetto della dignita’ umana, che va sviluppata una politica seria di integrazione a cominciare dal mondo del lavoro, che va contrastato il lavoro nero a cominciare da chi lo sfrutta, che sono necessarie politiche serie di cooperazione allo sviluppo per risolvere le cause che spingono alla disperazione che sceglie di emigrare, e serie politiche di dialogo interculturale ed educazione alla convivenza.

2.Il paradosso e’ ovunque quello di vedere opinioni pubbliche sempre piu’ convinte della necessita’ di politiche contrarie a quelle che la destra ha proposto in questi anni – soprattutto in campo di deregulation economica, in questa fase di crisi -, e tuttavia i voti vanno a destra. La sensazione che a noi manchi la credibilita’, a volte lo spirito d’iniziativa, spesso una “narrazione” che consenta di identificarsi, di sentirsi parte di un progetto a lungo termine, di una comunita’. Il senso di “perdita di se’” che colpisce l’identita’ culturale trova risposte ovunque nella ricerca di radici – mi raccontava il Presidente dei parlamentari socialisti belgi valloni che nel suo paese i ragazzi italiani di 3 o 4 generazione hanno ripreso a studiare l’italiano e vanno in giro con magliette con su scritto “Italia”. Si cerca disperatamente o allegramente una definizione di se’ – il problema e’ dove la si trova.

3. Il tema di cui tutta Europa parla e’ la crisi, e le sue ripercussioni sull’Europa. Non si discute SE arrivera’ – ma COME fronteggiarla. Rasmussen, presidente del PSE, ha presentato su questo una proposta articolata che il Parlamento Europeo ha votato a maggioranza qualificata – il che significa che dovrebbe diventare oggetto di un’iniziativa da parte della Commissione. Di fronte al livello del dibattito europeo, fanno pena le rassicurazioni del nostro governo sulla presunta immunita’ dell’Italia dalla crisi. Come se la cosa non ci riguardasse.

4. Continuo a vedere una seria difficolta’ per l’Europa. In parte e’ paralizzata dalla mancata ratifica dei nuovi trattati. In piu’ – saro’ brutale - non e’ chiaro a cosa serva. Ok, a stare meglio di come stavamo quando non c’era: niente piu’ guerra, grande mobilita’, moneta unica solida senza la quale saremmo seriamente nei guai. Questo serve a dire “a cosa e’ servita” – non “a cosa servira’”. Manca una missione, una visione. L’unica che si intravede e’ quella protezionista, di tutela nella competizione contro il resto del mondo. Anche chi parla di “Europa sociale” – saro’ sempre brutale – rischia di cadere nel campo della conservazione di un passato che non c’e’ piu’, in una nostalgia protezionista che non credo ci appartenga, culturalmente. O ci si inventa qualcosa di serio e di nuovo in tempi molto rapidi, o sara’ bene che iniziamo ad accettare il fatto che l’integrazione e’ fatta (piu’ o meno) e non si parla piu’ di “piu’ Europa o meno Europa”, ma di quali politiche si fanno in Europa. E del fatto che questa Europa e’ governata, a livello comunitario ed ai livelli nazionali, dalla destra. Io credo sia utile mettercelo bene in testa, da qui all’inizio della campagna per le elezioni europee.

Una piccola tristezza: Alitalia. Vista dal resto d'Europa, e' diventata una barzelletta. Pensano che non voli, o voli poco e male. Non si fiderebbero, a prenderla. Il danno d'immagine e quindi economico temo sara' irreparabile.

chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
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Fax: 06.67605726
Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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