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federica mogherini
Democratica

L'AQUILA, A DUE MESI DAL TERREMOTO

4 giugno 2009 permalink 1commenti
Ieri sono stata a L'Aquila. Sono passati due mesi dal terremoto, ed è ancora una città fantasma. Traffico lungo l'unica strada aperta, come in un formicaio ci si sposta senza apparente meta. Negozi chiusi, con la rara eccezione di qualche baracchino - bar, ed un paio di supermercati di periferia. Chi anche avrebbe la casa agibile, non può rientrare perchè ancora non c'è il via libera ufficiale. E poi, manca quasi dappertutto il gas. Nelle tendopoli sale la rabbia di persone che non vogliono andare in crociera, ma rientrare nelle proprie case, tornare a fare una vita normale.

Quando arrivo piove. Mi dicono che fino a qualche minuto prima il caldo era insopportabile. Due mesi in una tenda, insieme ad altre 10 persone, non sono facili. Sanno che prima di ottobre, novembre, non usciranno di lì. La protezione civile impedisce le riunioni di cittadini nelle tendopoli, il senso di isolamento e solitudine cresce. Si capisce che gli aquilani si sentono abbandonati, commissariati. Non hanno mezzi per controllare il corso delle proprie vite, e questo pare essere la cosa che fa più rabbia. Essere trattati da bambini, dover chiedere la paghetta. Ogni cosa diventa un'elemosina, non ci sono diritti.

Inizia la manifestazione per la ricostruzione. Sul camioncino del comune salgono i sindaci dei comuni interessati dal sisma, la presidente della provincia. Qualcuno attacca uno striscione ai piedi del "palco": dice "forti, gentili, e incazzati neri". E si capisce facilmente il perchè.

La scelta di tenere tutti nelle tende fino alla costruzione delle "casette" oggi sembra folle. Avrebbero preferito i container, non ce la fanno più a vivere in tenda, senza privacy e senza un bagno, al caldo e al freddo, 7 mesi di campeggio per bambini di 1 anno e per anziani di 80.

Non vogliono le "new town", vogliono le loro case, i loro centri storici, i portici e le piazze, le chiese. Vogliono la loro città ed i loro paesi com'erano, con la loro storia e i loro spazi.

Vogliono i soldi per ricostruire. Il 100% di chi risiedeva nelle case crollate, e lo stesso per chi non era residente ma con quelle case teneva vivi i paesi, e forte un legame con la propria terra. La maggior parte dei non residenti, qui, sono abruzzesi emigrati, a Roma o all'estero. Non ricostruire le loro case significa svuotare i paesi, ucciderli. E, nella migliore delle ipotesi, ricostruire una casa ma non quella accanto. Che cosa ne verrebbe fuori?

Vogliono i soldi per fare subito i piccoli lavori di ristrutturazione per le case che hanno solo piccoli danni, per poter rientrare in fretta.

Vogliono che i loro sindaci, chi presiede la provincia, abbia i poteri e le risorse per far ripartire la vita: rimettere in sesto le scuole prima di settembre, sistemare le strade, gli edifici pubblici, pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici.

Vogliono ricevere indennizzi equi per gli espropri, come prevede la legge.

Vogliono che le attività imprenditoriali siano sostenute, che l'economia possa ripartire.

Soprattutto, vogliono che sia loro restituità la dignità. Vogliono rimettersi in piedi da soli, vogliono fare, ricostruire, decidere per la loro vita, la loro città, il loro futuro. Non chiedere la paghetta, o il permesso per prendere il caffè perchè se no diventano nervosi.

Non sono bambini, sono forti. Hanno attraversato l'inferno, quella notte, hanno perso i loro cari, il lavoro, la casa e le loro cose. Sono forti. Ma sono a mani nude. Noi, in Parlamento, abbiamo il dovere - morale, prima ancora che politico - di mettere loro in mano gli attrezzi per la ricostruzione. E lasciarli liberi di fare e decidere da soli.

Esattamente il contrario di quello che il governo sta facendo: niente soldi veri, tutti i poteri al commissario Bertolaso. Una presa in giro, una totale mancanza di rispetto. Se è un insulto all'Italia mancare di rispetto alle ragazze, alle donne, all'intelligenza di questo Paese, mancare di rispetto ai terremotati è un insulto alla vita, a chi ha visto la morte accanto a sè.
Democratica

DIARIO DI UN GIORNO IN ABRUZZO

20 aprile 2009 permalink 2commenti
Venerdì sono stata in Abruzzo, per visitare insieme a Franceschini alcune tendopoli e per fare una serie di incontri (Bertolaso, PD abruzzese, i volontari del PD e le loro cucine nelle tendopoli, le categorie produttive).

Ho trovato tendopoli grandi ed efficienti, con gli scout che organizzano le attività per i bambini ed il tendone per la messa. Ho trovato tende adibite a ludoteche, davanti alle quali pochi bimbi impauriti esitavano, sospettosi. Ne ho sentito uno dire “se è come la scuola, martedì e giovedì facciamo musica? Ma i miei compagni non ci sono…?”.

Ho trovato centri di smistamento per vestiti e generi di prima necessità attrezzatissimi, ed uno spogliatoio con un cartello che diceva “insegnate ai vostri bambini ad essere autonomi, negli spogliatoi si entra da soli”.

Ho trovato tendopoli piccole, 10 tende in tutto, a 1.100 metri sul livello del mare, spazzate da un vento gelido e con i monti coperti di neve intorno, e senza il cavo dell’elettricità che consentisse di accendere le stufe – neanche di notte, quando si va sotto zero.

Ho trovato ragazzi che devono fare l’esame di fine anno (medie o superiori che siano) e non sanno se, quando, come e dove lo faranno. Ragazzi che in ogni caso è difficile immaginare possano studiare, in quelle condizioni – quali libri…? Quale concentrazione…? Ho trovato ragazzi che, serenamente, mi hanno detto che fino a settembre dell’anno prossimo non andranno a scuola, se ne riparla col nuovo anno scolastico.

Ho trovato mamme che mi hanno detto che in fondo nelle tende si può stare, che non si sta male, non ci si può lamentare. Ma che certo, 5 o 6 mesi in una tenda da 10, col freddo di queste notti e col caldo che verrà, in una promiscuità prolungata, forse questo semplicemente non sarà sostenibile.

Ho trovato i volontari del PD di Firenze e Sesto Fiorentino che cucinavano nella tendopoli di Castel di Ieri, un piccolo paese a un’ora di curve da L’Aquila, apparentemente poco colpito ma comunque con le case inagibili, e tutti gli abitanti nella tendopoli: un bimbo di 18 mesi, due donne incinte, signore anziane. I volontari PD, arrivati qualche giorno prima, hanno montato un tendone, la cucina da campo delle feste di partito, ed hanno iniziato a cucinare, servire i pasti in tavola, e giocare a calcio con i bambini del campo.

Ho trovato una ragazza che mi ha raccontato che, uscita di casa la notte del terremoto, nel centro de L’Aquila, pensava che la polvere che la circondava fosse nebbia.

Ho trovato il vuoto negli occhi di chi non sa da cosa ricominciare, con quali risorse, con quali soldi, in che tempi. Ho trovato imprenditori con le attività inagibili, commercianti con le merci sepolte dalle macerie. Una città spettrale, nessuna attività aperta – i bar, le banche, i supermercati. Un lento girare a vuoto, senza meta, senza una cosa precisa da fare se non chiedersi cosa fare.

Ho trovato la voglia di ricominciare, presto, e la rabbia di quel 33% di aiuti annunciato che suona come una beffa a chi ha perso tutto, anche la casa su cui aveva già un mutuo, anche il lavoro, la fonte di reddito, ed al pensiero di fare un nuovo mutuo per pagarsi la ricostruzione si mette a ridere, amaro. Soprattutto, se si pensa che per l’Umbria gli aiuti alla ricostruzione coprivano il 100% dei lavori strutturali.

Ho trovato un terremoto arrivato nel pieno di una crisi economica.

Un terremoto che ha distrutto non solo vite e case e negozi, ma anche tutti i luoghi delle istituzioni, decapitando in una notte sola tutte le funzioni proprie di un capoluogo di regione.

Una situazione straordinaria, in cui operano volontari instancabili, con una forza d’animo, un’umanità ed un’ingegnosità davvero eccezionali. Una popolazione colpita ma forte, dura nello sguardo come nella volontà di farcela. Amministratori che lavorano giorno e notte per le proprie comunità senza trarne visibilità, senza telecamere al seguito, senza farsi campagna elettorale sulle macerie.

Di fronte a questo, la politica c’entra poco.

C’entra però quando si parla di ricostruzione, di fondi destinati (o non destinati, come quei 400 milioni che si sarebbero potuti usare se si fosse fatto l’election day), di lasciare o meno il potere di decidere come e dove ricostruire a chi vive lì (tra new town e old town, sono gli aquilani, gli abruzzesi a dover scegliere: non Roma). C’entra nell’incoraggiare, o piuttosto frenare, la ricerca della verità, delle eventuali responsabilità. C’entra quando passa un messaggio culturale piuttosto che un altro: il rispetto delle regole, o l’aggirarle; la cura per la comunità ed il territorio o l’egoismo del “si salvi chi può”.

Serve far questo, oggi: aiutare l'assistenza e la ricostruzione. Tenere accesi i riflettori su ciò che va, e su ciò che può e deve essere migliorato. Trarre da quelle macerie un insegnamento da tenere sempre a mente.


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permalink | inviato da BlogMog il 20/4/2009 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
contatti mail: mogherini_f@camera.it
tel: 06.67605348
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Indirizzo: Camera dei Deputati, Piazza S. Claudio 166 - 00186 Roma


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