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federica mogherini
Diario americano

LA RINCORSA DI OBAMA

7 novembre 2011 permalink 0commenti
Tra un anno esatto domani l’America andrà al voto per eleggere il suo presidente. Un anno è lungo, ed oggi le incognite sono più delle certezze, ma alcune chiavi di lettura emergono già chiaramente.
Innanzitutto, c’è la frammentazione e la debolezza del campo repubblicano. L’onda di popolarità dei Tea Party si è rivelata tanto potente quanto breve: ha dato alla destra americana la possibilità di riprendersi dalla sconfitta, vincere le elezioni di midterm, portare al Congresso un gran numero di politici tanto “nuovi” e radicali quanto inesperti del funzionamento della macchina legislativa, ed ora lascia dietro di sé una scia di insoddisfazione difficile da colmare e da ignorare.
Dopo la scelta di Sarah Palin di non candidarsi alle primarie repubblicane, ogni tentativo di dar corpo e voce alla destra estrema all’interno della competizione per la Casa Bianca è parsa priva di solide basi e di reali prospettive.
A meno che la Palin non scelga, lungo il percorso di questa lunga campagna, di fare la sua corsa solitaria contro tutti – e soprattutto contro il candidato repubblicano se dovesse essere “centrista” –, gli umori populisti dei Tea Party sono destinati a restare relegati nell’ambito della protesta. Una protesta che potrebbe danneggiare lo stesso candidato repubblicano, soprattutto se uomo di establishment o percepito come tale. È un rischio che corre Mitt Romney, il più probabile candidato repubblicano, ex governatore del Massachusetts, imprenditore, mormone (ma comunque religioso), certamente insidioso per i democratici.
Solido, ottimo oratore, carismatico e di bell’aspetto (conta anche questo, in America e non solo), il suo tallone d’Achille oltre alla religione è sempre stata l’accusa di essere una bandiera al vento, pronto a cambiare idea e posizione a seconda del momento, della convenienza.
Ma oggi che il livello di fiducia nelle istituzioni e nella politica è crollato drammaticamente anche da questa parte dell’Atlantico, l’opinione pubblica americana ha smesso di considerare la coerenza un valore assoluto, e inizia a ritenere fisiologico un certo grado di opportunismo.
Tanto vale quindi, tra gli opportunisti, scegliere il migliore, quello che ha più chance di vittoria perché piace a molti, anche al centro, agli indecisi, a chi di solito non vota – e qui è il segmento più rilevante dell’elettorato. Ma proprio questo suo piacere agli “indipendenti” può non piacere a chi si è mosso in questi anni fuori dal partito, a destra, nei Tea Party. Ci sono poi le divisioni aspre che queste primarie stanno portando in campo repubblicano, a partire dal caso Cain.
L’accusa di molestie sessuali degli anni Novanta, poi risolte con un accordo ed un risarcimento economico, che lui inizialmente nega, poi spiega, poi ritratta, lo inchioda all’immagine del candidato unfit, “non adeguato”, perché qui non devi mai mentire, perché una bugia rivelatasi tale fa più male di qualsiasi atroce verità. E quando Cain tenta di usare la vicenda a proprio favore, trasformandosi in vittima della stampa liberal, obiettivo di un complotto dell’establishment di Washington, ed accusa Perry di essere dietro allo scandalo sollevato contro di lui, fa anche peggio.
Banali lotte fratricide, che si alimentano di “antipolitica” e a loro volta la alimentano, a dimostrazione del fatto che la competizione interna non sempre è salutare.
Di fronte ad un campo repubblicano indebolito e frammentato, confuso ed arrabbiato, e che ha mostrato nei primi dibattiti una drammatica inconsistenza sul piano dei contenuti e delle proposte, c’è un presidente in carica costretto alla ricandidatura nel momento più difficile per la sua popolarità.
Inutile negarlo, Obama ha perso molta della sua forza in questi tre anni di crisi economica. La sua corsa alla Casa Bianca era stato un volo, un sogno spinto dalla speranza e dalla voglia di cambiamento. Poi l’America si è svegliata con un tasso di disoccupazione al 9 per cento – cifre inaudite, qui. Difficile pensare che ne porti addosso tutta la responsabilità, ovvio.
Molto ha fatto, e bene. La riforma del sistema sanitario. Le prime misure di stimolo all’economia. Il tentativo di una regolamentazione dei mercati finanziari. E poi la politica estera: mai un presidente democratico ha avuto tanta credibilità sul fronte della sicurezza nazionale (tema tradizionalmente di destra qui come in Europa), mai il consenso sul ruolo degli Usa nel mondo è stato tanto alto in anni recenti – dalle scelte sul disarmo nucleare al ritiro dall’Iraq, passando per un nuovo dialogo con il mondo arabo e con le potenze emergenti, anche se resta il nodo dell’Afghanistan, drammaticamente insoluto ma anche sempre meno importante agli occhi di un’opinione pubblica concentrata sull’economia.
L’economia, appunto. È qui che il volto di Obama si fa più teso, i capelli grigi. È qui che forse ha fatto il suo errore più grande – il braccio di ferro con un Congresso a maggioranza repubblicana che è diventata un’ammissione di debolezza, una cessione di ruolo difficilmente recuperabile. Durante l’estate, il presidente cerca il dialogo bipartisan sull’abbassamento del debito.
I repubblicani lasciano il tavolo, la loro strategia punta da sempre ad una paralisi istituzionale che scarichi sulla Casa Bianca la responsabilità delle misure non prese, dello stallo. Obama insegue, propone, alla fine insedia una “supercommissione” bipartisan incaricata di preparare un piano di tagli al bilancio molto pesanti, e consensuali, da sottoporre all’approvazione del Congresso il prossimo 23 novembre – altrimenti scatteranno tagli automatici ancora più pesanti, soprattutto per il settore della difesa, il cavallo di battaglia dei repubblicani.
Ora, è probabile che la supercommissione non arrivi ad un accordo, o che trovi un parziale compromesso per evitare che la scure si abbatta sul bilancio della difesa. Mai i repubblicani concederanno l’introduzione di nuove tasse in un anno elettorale, mai i democratici faranno passi indietro sull’istruzione o sul sistema sanitario.
Ma intanto, il tema sono i tagli, la riduzione del debito, e non gli stimoli per lo sviluppo, la crescita, i posti di lavoro. L’agenda è repubblicana, qualunque sia l’esito del braccio di ferro.
E poi, un presidente eletto sull’idea di unire un paese troppo diviso si sta confrontando da mesi con uno scontro frontale, in quella stessa Washington che dichiarava di voler cambiare, pacificare. Il tentativo di cambiare l’agenda è però in atto: il piano per il lavoro, pur se difficilmente andrà in porto al Congresso, sposta l’attenzione dalla riduzione del debito a quei temi sociali oggi cari alla gran parte dell’opinione pubblica americana, ed il movimento “Occupy Wall Street” contribuisce a cambiare le priorità, soffiando di nuovo su quel vento di cambiamento su cui Obama è oggi di certo meno credibile di ieri, ma in ogni caso ancora più di qualsiasi candidato repubblicano. La strada è ancora lunga, ed in salita per tutti.
L’entusiasmo di qualche anno fa è sparito, sia in campo democratico che in quello repubblicano. Difficile pensare agli alti livelli di partecipazione al voto del 2008, quando la vera vittoria di Obama era stata portare alle urne chi non aveva mai votato prima. È come se la gente oggi non ci credesse più. E forse è questo il prezzo più alto della crisi economica. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico.

Articolo pubblicato su Europa sabato 5 novembre 2011

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permalink | inviato da BlogMog il 7/11/2011 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
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