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Per la pace

MISSIONI INTERNAZIONALI AL GIRO DI BOA

3 febbraio 2012 permalink 0commenti
Il Parlamento italiano ha recentemente approvato, come all'inizio di ogni anno, il decreto di rifinanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali. Si tratta di un passaggio parlamentare che consente di fare un bilancio e di tracciare le linee strategiche di intervento, le priorità ed il profilo che il paese esprime nei teatri di crisi in cui è impegnato, sotto l'egida delle Nazioni Unite, della Nato, dell'Unione europea.

Programmazione
Sarebbe certo più opportuno avere una o più sessioni parlamentari dedicate ad un'analisi più ampia ed approfondita degli scenari globali di crisi in cui l'Italia è chiamata ad agire, lasciando al decreto per il finanziamento delle missioni la sua specifica natura di allocazione di risorse. In assenza di una legge quadro sulle missioni - che giace bloccata nelle commissioni esteri e difesa della Camera, e che speriamo possa vedere la luce in questo anomalo scorcio di legislatura - l'unico strumento che il parlamento ha per valutare, discutere ed orientare la partecipazione italiana alle missioni internazionali è quello del rifinanziamento. Vediamo allora cosa cambia con il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti.

Innanzitutto, cambia - e di molto - la cornice. Negli ultimi quattro anni il finanziamento era avvenuto al di fuori del fondo missioni, che era stato istituito proprio per dare continuità e certezza all’impegno militare e civile dell’Italia nelle aree di crisi. Dal 2008 ad oggi, invece, i decreti avevano di volta in volta trovato finanziamenti a mala pena sufficienti per coprire qualche mese - a volte sei, a volte solo uno o due -, con il duplice risultato di svilire l'impegno di tanti italiani (che poi, a parole, venivano celebrati come "i nostri ragazzi") e di dare a partner ed alleati internazionali la sensazione di un'instabilità ed una incapacità di programmazione che non giovavano al paese.

Da quest'anno, invece, si torna a finanziare la partecipazione italiana alle missioni per una durata annuale e tramite il fondo preposto. Può sembrare un dettaglio di metodo o di stile, ma è invece un elemento di solidità estremamente importante e positivo.

Ma anche nel merito del provvedimento le novità non sono irrilevanti. Nel complesso, si tagliano quasi duecento milioni rispetto al 2011, facendo però delle scelte selettive - l'opposto della logica dei tagli lineari cari all’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Innanzitutto cresce l'investimento in cooperazione civile, sia nel teatro dell'Afghanistan e del Pakistan (7.400.000 euro) sia, in modo più consistente (14.200.000 euro) nelle altre aree di crisi. Ventidue milioni in più non sono un'enormità, ma in rapporto ai fondi quasi inesistenti della cooperazione sono abbastanza significativi e, soprattutto, invertono la tendenza del segno "meno" in un anno di difficoltà di bilancio come il 2012. Altra scelta non scontata, è quella non solo di confermare, ma di incrementare di 750.000 euro il fondo per lo sminamento, che arriva così ai due milioni.

Fronte afgano
Parallelamente, diminuisce la spesa complessiva per la componente militare delle missioni. È qui che le scelte si fanno più selettive e, quindi, indicative di priorità politiche e strategiche. Cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan, coerentemente con il progressivo passaggio di consegne alle autorità afghane in molte zone del paese e con la riduzione degli altri contingenti Isaf. Il 2012 sarà un anno cruciale, con il vertice Nato di maggio a Chicago chiamato a definire strategie comuni ed efficaci per il passaggio, dal 2014, dalla fase di transizione a quella di "trasformazione" del nuovo Afghanistan.

Una sfida non facile, che richiederà al tempo stesso piani di rientro militare molto attesi ed altrettanto delicati, e nuovi investimenti in assistenza formativa, in cooperazione istituzionale, in accordi per la ricostruzione e lo sviluppo economico. Il tutto, sullo sfondo di campagne elettorali per molti e importanti alleati - a partire dagli Stati Uniti, padroni di casa nella Chicago di Obama.

In linea con quanto avverrà nel corso dell'anno, l'Italia si prepara dunque ad un ridimensionamento della propria presenza militare in Afghanistan, che probabilmente avverrà verso la fine dell'anno e sarà seguita da un ulteriore bilanciamento delle voci di spesa: meno forze sul campo, più carabinieri e guardia di finanza per formare forze dell'ordine e polizia di frontiera, più cooperazione civile, diplomatica, economica, giudiziaria.

Ancora, alla voce "riduzioni" si trova la fine di alcune missioni minori, ormai esaurite dal punto di vista militare - come in Iraq, dove restano in piedi solo progetti di cooperazione civile. Altre missioni, piccole ma rilevanti come quella in sud Sudan, nascono invece oggi.

Libano, Balcani e Libia
Un carattere particolare assume poi la decisione relativa al Libano, dove pur assumendo il comando della missione Onu, l’Italia riduce il numero dei militari, anche se in misura minore di quanto prevedesse di fare il precedente governo. Questo è uno dei dossier sui quali l'inversione di tendenza appare più netta, con il nuovo governo impegnato in una riqualificazione del ruolo italiano nell'area mediterranea, dopo il "downgrading" operato dal precedente esecutivo.

È evidente infatti che la regione che si estende dal confine tra Libano e Israele fino alla Siria è strategica e vitale per l'Italia, che può svolgervi un ruolo molto utile e, per altro, unanimemente riconosciuto dagli interlocutori locali e dalle organizzazioni internazionali.

Anche per questo si sta decidendo di accrescere la presenza militare in aree, come ad esempio i Balcani, alle quali il precedente governo sembrava dedicare minore attenzione, nonostante fosse chiaro che la stabilità recentemente conquistata avesse evidenti fragilità. Le rinnovate tensioni nel nord del Kosovo, le difficoltà in Bosnia rappresentano un elemento di preoccupazione prioritario per un paese che, come l'Italia, confina direttamente con la regione ed intrattiene con i singoli paesi intensi rapporti economici, politici e diplomatici.

Questione non meno scottante, infine, è quella libica. Delle contraddizioni del governo Berlusconi è difficile dimenticarsi, dal baciamano in poi. Il governo Monti non può che avere tra i suoi obiettivi principali quello di ricostruire una credibilità perduta anche qui, nel Mediterraneo, con quei paesi oggi impegnati in transizioni difficili e non univoche - dall'Egitto alla Tunisia, passando per la Libia, dove Monti si è appena recato per la sua prima visita ufficiale fuori dai confini europei.

Conclusosi, mesi fa, l'intervento militare, oggi è prioritario dare seguito alle successive risoluzioni delle Nazioni Unite: sostenere la nuova Libia nel momento più critico, quello della ricostruzione, della riconciliazione nazionale, della formazione di una struttura amministrativa e delle forze di polizia, dello sminamento del territorio e della bonifica dall'enorme quantità di armi in circolazione nel paese. Per questo prevedere già per il 2012 un impegno, seppur minimo e ancora molto flessibile, di assistenza civile e militare alla complicata e delicata fase di costruzione della nuova Libia sembra una scelta saggia e lungimirante, che ben si accompagna alla volontà di recuperare un ruolo credibile e positivo nella regione mediterranea.

Riforma della difesa
Infine, due chiare priorità strategiche sono emerse dall'audizione dei ministri degli affari esteri, Giulio Terzi e della difesa, Giampaolo Di Paola, davanti alle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato. Da una parte, è stata ribadita la necessità di un approccio "integrato" alla sicurezza - ovvero non solo militare ma anche e soprattutto diplomatico, civile, attento ai fattori di sviluppo economico e all'affermazione dei diritti umani. Dall'altra, si è sottolineata l'esigenza non più rinviabile di procedere speditamente al rafforzamento dell'integrazione europea nel campo della difesa. Terreno scivoloso, in questi duri tempi di mancanza di leadership europea e tentazioni di ritorno alla dimensione nazionale, sul quale però è più urgente che mai avventurarsi, con coraggio e determinazione, perché continuare a pensare che sia un sogno necessario ma irrealizzabile non lo farà certo diventare realtà.

Mentre è di cambiamento reale, e lungimirante, che si avverte l'urgenza. È in quest'ottica che si può utilmente affrontare il tema complesso e serio della ridefinizione del sistema di difesa, anche alla luce dei tagli di bilancio intervenuti in questi anni senza che la questione venisse mai affrontata in modo organico. Il ministro Di Paola ha giustamente indicato nella prossima riunione del Consiglio supremo di difesa, prevista per l'8 febbraio, un passaggio cruciale per questo processo. Toccherà contestualmente al governo e al parlamento svolgere una revisione del sistema di difesa che abbia un carattere sinottico, razionale e, al tempo stesso, trasparente.


Articolo pubblicato su AffarInternazionali il 3 febbraio 2012
chi sono
Sono nata a Roma il 16 giugno del 1973 da papà toscano (Anghiari, Arezzo) e mamma veneta (Vittorio Veneto, Treviso).
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