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BILL E HILLARY

Qui è l'una passata e domattina la sveglia suona alle 6.30. Vado veloce.

Giornata magnifica: Bill Clinton formidabile, seguito da Lagos, Fischer, Mary Robinson... insomma, alto livello. Cibo per la mente, tanti nuovi pensieri. Una di quelle cose che sei lì le ascolti e pensi: sto imparando qualcosa. Bello.

Poi sono andata ad un seminario sulla difesa e la national security con due dei principali consiglieri di Obama sul tema (uno di loro lo ha accompagnato nel viaggio in Afghanistan, Medio Oriente e Europa). Interessante che il loro punto di vista sulla Russia sia nettamente diverso da quello della Casa Bianca: Mosca va inclusa di più, e non esclusa, nella comunità internazionale. Dialogo, dialogo, dialogo - insieme all'Europa. E' più efficace e meno pericoloso.

Poi di corsa all'incontro di Emily's list - donne ovunque, ed a parlare Hillary, la Pelosi e Michelle.
Poi Greenberg - interessante che abbia detto una cosa che si è puntualmente verificata la sera alla Convention: ovvero che quello che manca alla campagna dem è sottolineare che MacCain prolungherebbe di fatto di 4 anni le politiche della presidenza Bush. E puntualmente lo slogan della serata è stato: 4 more months, not 4 more years. Geniale.

Poi al Pepsi - nel frattempo è arrivato Veltroni, incontro con Dean (sempre più cordiale) poi a sentire la Clinton. E' stata la prima volta che mi è piaciuta (forse perchè invitava a votare Obama...). A tratti è riuscita quasi ad emozionare. Due cose belle: che in America puoi diventare chi vuoi diventare (più o meno - a lei non è proprio riuscito), e che questo è il paese dove non si rinuncia mai (keep going).

Se qualcuno ne ha voglia, vada a vedersi l'intervento del Governatore del Montana, una potenza.

Questo è il diario che esce oggi su Europa: 

"Noi italiani siamo sempre un po’ provinciali. Anche chi parte con le migliori intenzioni finisce col cadere nel complesso di inferiorità, paragonando situazioni così diverse da non avere quel minimo comun denominatore che permette il confronto, o al contrario non vedendo che alcuni difetti sono ampiamente condivisi. Così, la domanda delle domande per noi democratici che siamo qui a Denver alla Convention dei Democrats è: perché non siamo meravigliosi e perfetti come loro?

A vivere la prima giornata al Pepsi Center tra i gradini del primo anello, agitando i nostri cartelli “one nation” ed ascoltando le parole forti di Ted Kennedy e poi quelle dolci ed incredibilmente umane di Michelle, sentendo l’energia priva di rancori e complicazioni che saliva dalla platea, in effetti un po’ di invidia un democratico italiano può ragionevolmente provarla. Il partito è unito (o almeno dà ottima mostra di unità, il che ai fini della comunicazione elettorale è egualmente efficace), il discorso semplice e chiaro, l’entusiasmo neanche offuscato da un dubbio.

Eppure, se trasferissimo questa prima giornata di Convention in Italia, se traducessimo i bellissimi discorsi nella nostra lingua, se immaginassimo l’apertura di un congresso del PD esattamente così, credo che ben pochi ne sarebbero soddisfatti. Troveremmo povera l’analisi e poco articolata la proposta. Troveremmo falso ed ipocrita l’unanimismo di facciata, i buoni sentimenti di chi ha perso e sorride. Troveremmo noiosa la ripetizione esasperata di quei tre semplicissimi messaggi che ogni esponente dei Democrats ripete ormai da quasi due anni: porre fine alla guerra in Iraq (si è recentemente aggiunto “responsabilmente”), garantire che l’assistenza sanitaria sia un diritto per tutti e non un privilegio per pochi, ed investire sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Tre messaggi semplici semplici che come un mantra perforano la memoria dei più distratti elettori. E poi ovviamente il cambiamento, il futuro, la speranza, l’unità, il ritorno dell’American dream. Efficacissimo. Magnifico. Perfetto. Eppure temo che quello che qui, in mezzo ai cartelli blu e i palloncini, sembra davvero magico ed invidiabile (compresa l’umanissima capacità di una moglie di commuoversi e commuovere nel parlare in modo del tutto privato del marito), trasportato a casa nostra ci parrebbe ridicolo, piccolo, povero – troppo semplice. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, un passaggio drastico dal bizantinismo mediterraneo alla semplicità della asciutta logica anglosassone, per poter davvero pensare di fare politica così. Il che non sarebbe affatto male, tutt’altro – ma è bene essere consapevoli che la strada che porta a quella perfetta semplicità è l’esatto opposto di quella che porta ai nostri passatempi preferiti (che si tratti di politica o di calcio): l’ “aprire una riflessione”, l’ “approfondire l’analisi”, il commentare il commento del commento. La complessità del pensiero – e spesso della vita.

Nel frattempo, accecati dall’invidia per la semplicità altrui (che non vorremmo replicare), non vediamo i limiti e le ossessioni, le psicosi, che i democratici sulle due sponde dell’Atlantico in realtà condividono: la paura atavica di perdere; la tendenza a vedere sempre ciò che non funziona nel proprio campo, la vocazione all’autocritica che a tratti sfocia nell’autoflagellazione; il perfezionismo che oscura i buoni risultati. Si può facilmente arrivare al paradosso di sentire da un americano democratico, in questi giorni di apoteosi di un fantastico candidato destinato probabilmente a cambiare la storia del mondo, che sì Obama è il candidato perfetto – ma forse la sua perfezione è un limite."

Pubblicato il 27/8/2008 alle 9.13 nella rubrica Diario americano.

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