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DELIVER

Questo è il mio diario americano che oggi è su Europa:

“Tra un candidato con cui condividi il 100% delle posizioni ma sai che non ne realizzerà alcuna, ed uno col quale sei d’accordo sul 50% delle proposte ma credi che quelle le realizzerà, per quale voteresti?” – così Bill Clinton ha aperto il suo intervento all’International Leaders Forum qui a Denver, ponendoci di fronte alla più cruciale delle questioni della politica moderna: la capacità di deliver, di ottenere o meglio consegnare risultati. La risposta è quasi scontata - per molti ma forse non per tutti, se si pensa a quanto spazio continuano ad avere soprattutto sulla scena europea partiti “di testimonianza” che si propongono agli elettori dichiarando esplicitamente il proprio totale disinteresse a governare. Credo si possa definire attraverso la risposta a questa domanda la differenza tra un comportamento politico/elettorale ideologico ed uno post-ideologico, o “pragmatico”. In realtà, sono certa che uno come Clinton non potesse pensare alla politica di testimonianza (per un americano è una contraddizione in termini), ma piuttosto agli strumenti che la politica ha (o non ha) per realizzare gli impegni che assume, con i cittadini e con la comunità internazionale. Prendiamo gli accordi di Kyoto: Clinton ha definito la loro ratifica il primo provvedimento sul quale il Congresso lo ha battuto prima ancora che avesse il tempo di presentarlo. Eppure, a suo dire, se anche la storia fosse andata diversamente, con ogni probabilità gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto gli obiettivi – com’è successo per la maggior parte dei paesi che hanno sottoscritto quegli impegni. Promettere e non mantenere, impegnarsi e non riuscire – questa è la lenta morte della democrazia, la radice della sua perdita di credibilità, della disaffezione dei cittadini. Linfa per l’antipolitica, che nasce solo dove la politica non funziona. Il rimedio? L’accountability forse – ovvero la trasparenza, il render conto – che richiede però opinioni pubbliche attente, esigenti e dotate di abbondante senso critico. La capacità di scegliere le soluzioni con lungimiranza, guardando all’interesse generale dell’oggi e del domani, ed il coraggio di prendere decisioni impopolari se necessarie. Scegliere la strada giusta, la misura più efficace per risolvere un problema, avere lo sguardo fisso sulle conseguenze che ogni scelta ha sulla vita quotidiana delle persone reali, comuni. Scegliere non tanto tra “right or left”, ma tra “right or wrong” – come un Governatore ha detto oggi alla Convention.

Ecco, mentre ascoltavo queste cose, pensavo che in realtà abbiamo qualcosa da invidiare a questo paese in cui i delegati alla Convention agitano bandierine e rispondono a coro alle domande retoriche dello speaker di turno (“Vogliamo altri 4 anni uguali a questi ultimi 8…?!” – “NO!!!”), come si balla la macarena nei villaggi turistici. Che in tre giorni che sono qua non ho mai sentito la parola “bipartisan”, ma ho sentito la Clinton elogiare MacCain come uomo e come politico, e poi spiegare che semplicemente la sua ricetta non è quella giusta. Senza drammi e senza insulti. Che tutti i governatori intervenuti finora si sono vantati di essere riusciti a fare qualcosa di buono per il loro Stato (che fosse la riduzione delle tasse o l’energia rinnovabile) unendo tutti i cittadini, insieme ai Repubblicani – e che così loro sono riusciti a deliver, conquistando la fiducia degli elettori alla politica ed alla loro, di parte politica. Il modo migliore di onorare il servizio alla comunità: scegliere sempre nel merito.

Se la vediamo così, è più semplice capire l’unità dei Democrats dopo primarie così feroci: tra MacCain ed Obama, Hillary sceglie Obama. Il raggiungimento del risultato (un Democratico alla Casa Bianca) è il modo migliore, dice, per non sprecare tutto il lavoro fatto fin qui. Forse abbiamo qualcosa da imparare.

Pubblicato il 28/8/2008 alle 15.12 nella rubrica Diario americano.

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