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NY - DAY 2

Rientrata, stanca e con la testa piena di impressioni ed idee - ma molto confusa riguardo a che ore sono...

Questo e' il mio diario che Europa pubblica oggi (domani l'ultima puntata):

Qui a New York, alla Conferenza del Consiglio Italia – Usa come sui quotidiani, in tv e alla radio, i due temi di dibattito sono la crisi economica e la nuova politica estera della presidenza Obama. Sei mesi fa si parlava quasi solo di Iraq, quattro mesi fa solo di Georgia e Russia e “nuova guerra fredda”, oggi la rilevanza dei temi economici ha di molto offuscato il nuovo corso della politica estera dell’Amministrazione che si insediera’ il 20 gennaio. E’ evidente che di fronte ad una crisi di proporzioni tanto importanti da far si’ che la ristampa di un libro sulla Grande Depressione del ’29 sia al sesto posto tra i bestseller, proprio prima di Natale, il resto del mondo e la politica estera passano nettamente in secondo piano. Il tema del giorno e’ l’aiuto ai tre giganti delle automobili, la disoccupazione, la deflazione.

Ma resta, sullo sfondo seppure poco illuminato, il tema di un ritrovato orgoglio di fronte al resto del mondo, la consapevolezza che le aspettative per la “nuova America” sono tante e diffuse ovunque, e che anche quello sara’ un terreno sul quale Obama dovra’ misurarsi fin dai primissimi giorni da Presidente.

E’ un terreno che ha risvolti interni molto evidenti: ritrovare la credibilita’ e la coerenza valoriale sul tema dei diritti umani (pensiamo a Guantanamo ed al rispetto della Convenzione di Ginevra), segnare una discontinuita’ netta con l’impostazione dell’Amministrazione Bush (dialogo e costruzione del consenso al posto dello scontro di civilta’), dare segnali al tempo stesso della capacita’ di lavoro bipartisan nell’interesse del paese (pensiamo alla riconferma di Gates), ed infine – last but not least – mostrare unita’ e capacita’ di lavoro di squadra a partire dal campo democratico, con la composizione di un team che sulla politica estera comprende personalita’ molto forti e che non sempre sono state d’accordo le une con le altre, ma che al momento stanno dando buona prova di unita’ e dedizione alla causa (una lezione che non farebbe affatto male neanche a noi, ma questa e’ un’altra storia).

Da dove iniziera’, la nuova Amministrazione? I campi aperti sono molti, alcuni dei quali in evoluzione evidente.

L’Iraq pare stabilizzarsi. Il numero di morti e feriti diminuisce, e Petraeus (proprio in questi giorni a Roma) finalmente riconosce quanto sia fondamentale nella gestione della crisi irachena una strategia integrata che, accanto ad una presenza militare, sviluppi la ricostruzione economica, un’intensa attività diplomatica, una riconciliazione politica interna, un progresso sul piano legislativo. Bush fa autocritica. E sara’ facile per Obama mantenere la promessa di un “ritiro ordinato e graduale” dall’Iraq entro i primi 16 mesi della sua presidenza.

Con la Russia credo si aprira’ una stagione di maggior realismo e di dialogo, puntando su un maggiore ruolo dell’Europa.

I rapporti con la Cina rientrano nel capitolo della politica economica piu’ che in quello della politica estera.

Sara’ l’Afghanistan, invece, il banco di prova piu’ difficile. Pare chiaro che fin dalla primavera prossima gli Stati Uniti impegneranno risorse umane e mezzi maggiori in quel teatro, e chiederanno agli alleati europei di fare lo stesso. Ma il nodo da sciogliere li’ sara’ la strategia politica e diplomatica da affiancare alla presenza militare: quale relazione con i Taliban, quale coinvolgimento per i paesi vicini – a partire da Pakistan, Iran, India -, quale il ruolo della Russia, quale la politica nei confronti della coltivazione dell’oppio, quali le risorse per la ricostruzione, le infrastrutture materiali ed immateriali (pensiamo alla giustizia), quale il coordinamento tra le due missioni esistenti oggi sul terreno (Isaf, della Nato, e Enduring Freedom statunitense). Obama non ha finora dato chiare indicazioni su come vorra’ affrontare e sciogliere questi nodi, limitandosi ad affermare la necessita’ di concentrare su quel fronte attenzione e risorse, di coinvolgere i Paesi della regione nella gestione politico-diplomatica della crisi, e di potenziare l’approccio multilaterale chiedendo un piu’ ampio coinvolgimento degli alleati della Nato. Ora, e’ vero che la definizione dei “dettagli” delle intenzioni americane e’ stata rimandata a dopo l’insediamento - e c’e’ da ritenere che sara’ questo il campo sul quale Hillary Clinton dovra’ iniziare a lavorare prioritariamente -, ma l’Italia un governo in carica ce l’ha, eppure non sembra avere una propria autonoma e coerente idea su quale sia o possa essere l’approccio migliore per risollevare i destini di quel paese. Rischiamo di ritrovarci nella paradossale ed un po’ imbarazzante situazione di essere piu’ coinvolti di prima della definizione delle linee strategiche della missione in Afghanistan, e di non sapere cosa dire. Forse siamo ormai cosi’ rassegnati a limitare il nostro ruolo a quello di chi “invia le truppe”, che ormai concepiamo il dibattito politico sulla missione in Afghanistan unicamente incentrato attorno al tema quantitativo (quanti uomini? Quanti mezzi? Quante risorse? Dove?) – senza essere in grado di articolare un ragionamento sulla qualita’ e sul rilievo politico-diplomatico della missione (a fare cosa? Come? Con chi?). Ed e’ chiaro che qui, negli Stati Uniti, quella sara’ la domanda dalla quale si iniziera’ – forti della lezione irachena (che la quantita’ degli uomini e dei mezzi e’ si’ necessaria, ma da sola mai sufficiente). L’Europa, l’Italia, avra’ una propria risposta, una visione, da portare al tavolo del rinnovato multilateralismo – o ci limiteremo a trattare numeri e quote di (sempre piu’ ridotto) bilancio?

Pubblicato il 11/12/2008 alle 17.20 nella rubrica Diario americano.

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