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DIPENDE DA NOI

Dunque, sabato abbiamo buttato un salvagente alla “nomenclatura” e chiuso per sempre la possibilita’ del PD di sopravvivere al proprio passato, o al contrario abbiamo compiuto l’unico gesto di responsabilita’ possibile evitando di dissolvere quel che resta del progetto in pochi mesi? Unica possibilita’ o conservazione?

Io credo che la risposta non la si sia data sabato, ma la si cominci a dare da oggi. Provo a spiegarmi.

Veltroni ha lasciato dicendo “non ce l’ho fatta, a realizzare il PD che sognavo”. Perche’? Qualcuno dice che quel sogno era falso, un’illusione, una fuga in avanti: l’Italia non e’ cosi’ e non lo sara’ mai, tanto vale capirlo e fare i conti con cio’ che abbiamo di fronte. Ovvero interessi materiali, blocchi sociali da conquistare o accarezzare, alleanze da comporre. Il discorso del Lingotto? Impianto valoriale inadeguato, mission impossible. Il sogno non si e’ realizzato perche’ era appunto un sogno – ed i sogni non si realizzano, si sa. Non e’ stato Veltroni a fallire, ma la sua idea di Partito Democratico e d’Italia.

Io penso esattamente il contrario. Ovvero, che il sogno fosse un progetto – molto visionario, ma non irrealizzabile (anzi: la campagna elettorale ha dimostrato che quella visione era la nostra salvezza, altrimenti altro che 34%...). Dopo anni se non decenni di navigazione a vista, il Lingotto aveva per la prima volta messo sul tappeto un’idea di societa’, un progetto di lungo periodo cui lavorare. Una narrazione, e non solo un elenco di cose da fare. Ed anche un’idea di partecipazione politica certo non perfetta – ovvero perfezionabile – ma tesa a fare i conti con una societa’ profondamente mutata rispetto a quella in cui avevano con successo operato i grandi partiti di massa del ‘900. Io credo che entrambe le “visioni” (la societa’ ed il partito) fossero valide.

Credo, l’ho scritto piu’ volte nel corso dei mesi, che non fosse l’impianto ad essere difettoso, ma la sua coerente realizzazione. La distanza tra l’evocazione e la realta’, tra l’idea e il fatto. E credo che quella distanza abbia prodotto un deficit di credibilita’ che e’ alla base delle nostre sconfitte elettorali.

Io penso che a questa distanza vada ricondotto il “non ce l’ho fatta” di Veltroni. E’ possibile che abbiano pesato limiti personali, caratteriali. Il ritenersi poco adatto alla “vita di partito”, come lui stesso ha detto, l’essere insofferente a certe dinamiche. E’ possibile che questo abbia portato – come scrive Scalfari – ad un eccesso di mediazione, e contemporaneamente – come accusano alcuni – ad un difetto di “coinvolgimento”, di direzione politica. Quel faticosissimo lavoro di ascolto, composizione delle ragioni, assunzione di responsabilita’, e decisione che fa della politica un esercizio estenuante ma utile. E’ possibile, ancora, che intorno a lui si sia fatta debole la voce di chi credeva fortemente nel progetto, e nella necessita’ di svilupparlo coerentemente. E che ben piu’ forti siano state, al contrario, le voci che invitavano (intimavano, a volte) a frenare, aggiustare il tiro, conservare. Certo, sta alla responsabilita’ di ognuno dare ascolto alla voce che ritiene piu’ corretta. Ma ricordero’ sempre quando un ex primo ministro DS (ce n’e’ stato solo uno) rimprovero’ l’allora Sinistra giovanile di non aver “fatto le barricate” per la riforma degli ordini professionali: cedere alle pressioni organizzate era inevitabile – questo piu’ o meno il ragionamento – in mancanza di pressioni di segno diverso. E’ un argomento che non mi ha mai convinto del tutto (credo che la politica, nella sua autonomia, abbia il compito di indicare una strada anche indipendentemente dalle pressioni esterne), ma di cui vedo il fondamento: la politica e’ non solo “guida” ma anche “rappresentanza”, e se il corpo di valori ed interessi che ti proponi di rappresentare perde forza e visibilita’, consistenza, riesce decisamente piu’ complicato farlo coerentemente.

Ora, nei mesi che verranno – nella campagna elettorale ed in quella congressuale – credo che in gioco ci sara’ questo: la capacita’ e la volonta’ di riprendere lo slancio del progetto originario del PD e provare a realizzarlo compiutamente.

Sarebbe stato piu’ coerente farlo attraverso delle primarie immediate? In linea di principio, non c’e’ dubbio. Sul piano concreto, con ogni probabilita’ avremmo passato i prossimi due mesi a dividerci su dei nomi (non necessariamente su delle idee chiaramente contrapposte), negli stessi luoghi e tempi in cui avremmo tentato (invano, temo) di trovare candidature e proposte politiche piu’ forti e credibili possibili per vincere le elezioni locali, e le europee. Ed alla fine di questa corsa contro il tempo ed il calendario, con l’Italia intanto devastata da una crisi economica cui il governo non sta dando alcuna risposta, avremmo rischiato anche di tornare da capo a dodici: con un segretario legittimato da milioni (quanti…?) di elettori ma privo della possibilita’ di far valere quella legittimita’, quella forza. Perche’ mi sono convinta che la forza di attuare il progetto non derivi dal numero di voti che prendi alle primarie, ma dal grado di coinvolgimento e partecipazione diffusa che si mette in campo a sostegno reale di un’idea, di una pratica politica – un’assunzione di responsabilita’ condivisa, collettiva. Altrimenti, qualunque uomo solo al comando non puo’ che fallire. Bisogna dare, a chiunque provi a realizzare il progetto, gli strumenti per farlo. Altrimenti il rischio e’ che insieme all’uomo si dichiari sconfitto il progetto. (E’ il rischio che corriamo oggi – eppure Veltroni fu eletto da primarie plebiscitarie.)

Per costruire gli strumenti, forse ci vuole un po’ piu’ di tempo, e lavoro comune, quotidiano. Obama ha vinto le primarie, ok. Ma la sua forza non sono stati i voti: sono, ancora oggi, quei milioni di cittadini che si sentono e sono pienamente responsabili, insieme a lui, della realizzazione del progetto. Non e’ un semplice meccanismo di delega, di “scelta del capo”: e’ un processo di partecipazione che consente di dire “questa non e’ la mia vittoria, e’ la vostra vittoria”. Per arrivare a questo serve una premessa: la costruzione di una comunita’. Come scrive bene Cerami sull’Unita’ di ieri, dobbiamo far si’ che ogni democratico abbia in mano una meta’ della medaglia, e possa farla combaciare con la meta’ che ha in mano ogni altro democratico, per sapere che si ha un linguaggio comune, una comune appartenenza – che si da’ lo stesso significato alle parole.

Per questo penso che potremo dire se sabato abbiamo vissuto un atto di autoconservazione o di rilancio del progetto solo guardando a quello che (tutti) faremo da oggi in poi. Certo, dipendera’ molto da Dario. Dalla sua capacita’ e volonta’ di chiarezza, sincerita’. Dal suo coraggio e dalla sua coerenza. Ma non dipendera’ solo da lui. Dipendera’ anche, ed io credo soprattutto, da quanto ognuno di noi sara’ in grado di fare, nel proprio piccolo, esattamente quello che chiede a lui di fare.

Pubblicato il 23/2/2009 alle 10.17 nella rubrica Democratica.

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