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LA FORZA DEL PD

Venerdi’ sono stata alla direzione nazionale, sabato al Lingotto, a Torino. Ho visto due volti molto differenti dello stesso partito.

La direzione doveva iniziare a valutare l’esito del voto, ma soprattutto discutere ed approvare il regolamento congressuale, e la formazione del nuovo gruppo progressista al Parlamento Europeo. Siamo stati deviati invece per ore su un dibattito teorico sull’opportunita’ politica di svolgere il congresso nei tempi indicati dallo statuto. La cosa mi e’ parsa davvero assurda.

Innanzitutto, sono personalmente convinta che di un confronto aperto, chiaro tra quelle linee politiche differenti che dalla nascita del PD hanno convissuto scontrandosi (ed a volte annullandosi a vicenda) quotidianamente, ci sia un urgente bisogno. In questo anno e mezzo di vita del PD il problema credo sia stato il fatto che all’unanimismo formale corrispondeva una pluralita’ sostanziale di punti di vista ed una conseguente contradditorieta’ di messaggi esterni. Voler essere uniti e’ una cosa sacrosanta. Ma se avviene a scapito della chiarezza e’ un handicap, non un valore aggiunto. Chi teme che un congresso “vero” - ovvero con un confronto aperto tra candidati e linee politiche diverse, contendibile - sia divisivo, dovrebbe valutare quanto divida noi dagli italiani far convivere dietro un’unanimita’ formale idee, analisi, e proposte tanto differenti da far diventare paralizzante il loro coerente perseguimento. Il rischio – la realta’ di questo anno e mezzo – e’ di introiettare nel PD il male che fu dell’Unione: la condanna a non poter scegliere, decidere, all’assenza di un profilo proprio. A me non preoccupa che ci dividiamo (a patto che lo facciamo sulla politica e non sull’antropologia, ma questo credo che lo capiremo nel corso dei prossimi 7 giorni in modo piu’ chiaro), ma il fatto che siamo in grado di farlo in modo “laico”: ovvero accettando che la si puo’ pensare in modo diverso su alcuni temi, ed essere ugualmente accomunati dagli obiettivi di fondo – che sono quelli che nessuno nel PD mette in discussione, e che costituiscono gia’ oggi la nostra comune identita’: il lavoro per rendere la nostra societa’ piu’ giusta e moderna, il merito criterio cardine della mobilita’ sociale, i servizi pubblici realmente accessibili, la politica trasparente ed efficiente, le istituzioni al servizio del paese (potrei continuare. Parlano, per la nostra comune identita’ democratica, le iniziative che ogni giorno, insieme, conduciamo nelle aule parlamentari, nei consigli comunali, sul territorio). Io credo che questa identita’ comune ci sia, e che sia questa a rendere sano, possibile e non pericoloso il confronto tra di noi. Quello che temo, piuttosto, e’ l’effetto “armata brancaleone” dietro ai candidati. Nessuno puo’ impedire a tizio o a caio di sostenere un candidato. Ma quel candidato ha, per come la vedo io, il dovere di delineare la propria piattaforma politica in autonomia e con il massimo della chiarezza. Anche questo lo vedremo nei prossimi giorni.

Dicevo, per dovere di chiarezza e di coerenza credo un congresso ci sia necessario. Ma, credo, anche per necessita’ di legittimazione. Veltroni e’ stato eletto nel 2007 con una linea politica chiara sostenuta da una forte legittimazione popolare: ha sprecato - ha consentito che si sprecasse - l’una e l’altra il giorno dopo le elezioni politiche. Ha archiviato – ha consentito che si archiviasse - quella linea politica ed i suoi simboli, e tradito – consentito che si tradisse - cosi’ la fiducia raccolta tra i fondatori del PD e tra chi lo aveva votato alle elezioni (su un programma piuttosto chiaro). Oggi, dopo un anno di erosione della credibilita’ di quel progetto e di quella leadership (che non per caso non c’e’ piu’), un nuovo progetto ed una nuova leadership vanno rifondati attraverso un percorso di nuova fiducia e nuova partecipazione. Nulla, di cio’ che c’era, e’ ancora valido. Non perche’ fosse sbagliato, ma perche’ il tempo e gli errori (di molti) ne hanno eroso la credibilita’. Anche per questo credo sia indispensabile un congresso ora.

E poi, ma non e’ un dettaglio, perche’ cosi’ c’e’ scritto nello statuto. Per volonta’ tenace, tra l’altro, di chi oggi vorrebbe rimandarlo, che all’epoca dell’approvazione dello statuto pensava fosse necessaria una garanzia certa sulla data del congresso. Ora, io penso che sia uno dei tipici mali italiani quello di ritenere le regole accessorie, interpretabili o derogabili secondo la convenienza politica – di per se’ soggettiva – del momento. E che, al contrario, la certezza delle regole sia un valore di democrazia e di trasparenza per un partito (ma anche per un paese). Anche se quelle regole sono assurde – come sono quelle che la commissione statuto ha elaborato piu’ di un anno fa. Ma – e qui torniamo alla casella di partenza – perche’ quelle regole sono assurde? Perche’ di due modelli organizzativi differenti, a tratti contraddittori, non se ne e’ scelto uno, ma si e’ preteso che convivessero l’uno insieme all’altro. Il risultato e’ un ibrido mostruoso. Che certo andra’ cambiato, ma credo sulla base di proposte chiare, alternative, tra cui scegliere (appunto) durante il congresso.

Il volto del PD che ho visto venerdi’ era questo. Ho ascoltato frasi che sento da 10 anni (come e’ noto anch’io “c’ero prima”): ad esempio, la necessita’ di elaborare “un nuovo pensiero politico” – che se uno lo dice da 10 anni forse deve rassegnarsi: o non e’ in grado di farlo, o non si e’ accorto che qualcun altro l’ha gia’ fatto. L’appello all’unita’ perche’ “non e’ questo il momento” di dividerci – non e’ mai il momento… E la fatidica frase “parliamo di politica”, che implica il fatto che tutti gli altri fino a quel momento hanno parlato d’altro. Interventi rivolti ai pochi capaci di mantenere alta l’attenzione, il resto a parlare in fondo alla sala in attesa di dover intervenire a propria volta. Un rituale, piuttosto stanco.

Il volto democratico di sabato, al Lingotto di Torino, era tutt’altro. Tanta gente, attenta ed in ascolto. Varia, che di piu’ e’ difficile immaginarlo. Come un circolo, di 500 persone: dentro trovi di tutto, e tutti si sentono equamente protagonisti, padroni di casa, a proprio agio a stare insieme. Uno sbalzo notevole di umori, di riti, di parole e di volti, rispetto al giorno prima. Una grande energia, molta voglia di dire “il PD sono io”. Una grande consapevolezza che il PD sono loro, siamo noi. Non una sorpresa per me – ne’ i volti, ne’ le parole, ne’ le idee, ne’ gli umori. E’ quello che si ascolta e che si vede in giro per i circoli di tutt’Italia. Non dico che non sia molto – ma non e’ niente di piu’, niente di meno. Con le genialita’ ed i limiti, che nascono dalla difficolta’ di passare dal racconto alla sintesi, dall’evocazione dei problemi all’indicazione delle soluzioni. Il tentativo (non sempre riuscito) di andare oltre l’applausometro e delineare il protagonismo. Con tutte le possibili contraddizioni del caso - per cui si applaude con la stessa convinzione Chiamparino che rivendica la linea dura sugli immigrati e Marino che condanna i respingimenti in mare; o si denunciano le “vecchie logiche” degli ex-qualcosa e poi si cede ad una scaletta di interventi che somiglia molto, troppo, a quelle stesse logiche.

Forse il canale giusto per dare piena forza a quell’energia non c’e’ ancora. E andrebbe costruito. Perche’ e’ chiaro che e’ li’, non solo il futuro ma anche il presente del PD.  

Pubblicato il 30/6/2009 alle 16.2 nella rubrica Democratica.

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