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PARTITA NUCLEARE, L'EUROPA NON GIOCA

«La crisi economica oscura tutto». Sono queste le parole che tracciano meglio l’inquietudine che attraversa la conferenza che si sta svolgendo in questi giorni a Seoul sulla sicurezza nucleare, in preparazione del summit che si terrà qui il prossimo 27 marzo.
Anche qui, infatti, il tema ricorrente delle conversazioni informali è la sostenibilità del debito italiano, l’eventualità di un intervento più diretto di Bce e Fmi, i veti di Cameron. Eppure, qui siamo esattamente all’intersezione geografica dei due fenomeni più inquietanti della partita nucleare: la Corea del Nord è vicina, con il suo programma di proliferazione; e Fukushima è a solo due ore di volo, con le devastanti conseguenze di un incidente nel campo dell’energia nucleare che sembra essere avvenuto nonostante il rispetto degli standard internazionali.
Proliferazione e sicurezza, due facce di una stessa medaglia che vista da qui, dal cuore del nord-est asiatico, sembra tutt’altro che un tema esotico. In Europa crediamo spesso sia un retaggio anacronistico della guerra fredda, o l’incubo di un futuro remoto ed improbabile – in ogni caso, un tema di nicchia di cui qualcuno, ogni tanto, trova il tempo di occuparsi.
Ma è solo una questione di temperatura: più ci si avvicina al fuoco, più sale – ed è un incendio che può bruciare il mondo. Vista da qui, la minaccia nucleare sembra drammaticamente vicina, attuale, il rischio concreto, e devastante. Non è un caso infatti se sarà proprio qui, a Seoul, che la prossima primavera i capi di stato e di governo di una cinquantina di paesi si troveranno, per rinnovare a distanza di due anni dal primo summit di Washington il proprio impegno per la sicurezza e la non proliferazione nucleare.
Sarà, com’è ovvio che sia anche se l’intento non è ovviamente dichiarato, un evento dall’alto valore simbolico e politico nei confronti della Corea del Nord, il cui regime non sembra aver risposto in alcun modo positivo ad anni di negoziati condotti nell’ambito dei “six party talks” voluti fortemente dalla Cina e da tempo sospesi.
Dopo un 2010 di forte tensione anche militare nella regione, ed un 2011 di lenta e relativa distensione, il 2012 sarà un anno di attesa e transizione: con elezioni politiche e presidenziali in Corea del Sud (ed un possibile cambio di governo con un conseguente ritorno ad una politica più distensiva verso Pyongyang); un avvicendamento nel regime nord coreano, dinastico e chiuso al resto del mondo ma forse pronto a qualche cambiamento; una nuova leadership in Cina, attore chiave nella regione anche sul dossier nucleare; ed elezioni negli Stati Uniti, con un presidente che ha fatto del disarmo e della non-proliferazione uno dei suoi cavalli di battaglia e difficilmente potrà permettersi di venire in Corea, a pochi mesi dalle elezioni, senza ottenere alcun tipo di “ritorno” in termini politici.
Lo scenario che si aprirà nei prossimi mesi sarà quindi potenzialmente nuovo, ed il dibattito è aperto sulle strategie da seguire: c’è chi spinge per sanzioni più stringenti su Pyongyang, pensando di riuscire così a mettere nell’angolo un regime già in grandissima difficoltà; chi invece propone un pacchetto di incentivi che aiuti la nuova leadership ad uscire dal vicolo cieco dell’isolamento internazionale; chi insiste sul legame intrinseco tra sopravvivenza del regime e programma nucleare, sostenendo che solo una democratizzazione del paese renderà superflua la corsa agli armamenti attualmente in corso, e chi invece teme che anche il solo accenno ad un regime change possa provocare una reazione di ancor maggiore chiusura; c’è chi spera che l’onda lunga delle primavere arabe e dell’alba russa arrivi fino a Pyongyang – una pia illusione, considerato l’isolamento totale cui è soggetta la popolazione nord-coreana.
Infine, c’è da esplorare il ruolo della Cina – forte e determinante, ma a tratti fortemente ambiguo: la percezione che sia il key-player senza forse essere davvero pronta a svolgere questo ruolo fino in fondo. Ed il ruolo degli Stati Uniti, sempre più proiettati nell’area del Pacifico e sempre più dipendenti dagli equilibri di questa regione – sia nel campo della sicurezza che in quello economico e commerciale.
L’impressione, qui, è che la partita della denuclearizzazione della penisola coreana e la sua riunificazione possa essere giocata sulla falsariga della gestione del post-guerra fredda in Europa: quando fu chiaro che la frattura nel cuore della Germania era un handicap che l’Europa non poteva permettersi, e che la pacificazione e lo sviluppo della regione erano di tale rilevanza per il resto del mondo da rendere inderogabile una ricomposizione.
Qui potrebbe accadere esattamente lo stesso processo: la partita (che fortunatamente non è militare, o almeno non prevalentemente) tra Cina e Stati Uniti, è talmente complessa e vitale per il resto del mondo da richiedere in tempi brevi una semplificazione dei dossier ancora aperti e problematici, a partire da quello nord-coreano. E difficilmente Pyongyang potrebbe resistere ad una pressione forte ed univoca da parte della Cina nel senso di una sua denuclearizzazione.
Vedremo quali cambiamenti e quali nuovi equilibri porterà questo 2012 di transizione. Quel che è, purtroppo, già evidente è che qui, nel nord-est asiatico, in uno degli scacchieri più cruciali del mondo non solo dal punto di vista dei rischi militari, ma soprattutto delle opportunità di crescita economica e di scambi commerciali, qui dove la crescita è al 4 per cento e gli investimenti in ricerca sono la priorità, qui la presenza, la rilevanza, il ruolo europeo (che sia dell’Unione o dei suoi singoli paesi) è molto vicina allo zero.
La crisi economica sta oscurando anche questo. Ma quando sarà passata, recuperare terreno sarà tanto difficile quanto necessario.

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" il 14 dicembre 2011

Pubblicato il 14/12/2011 alle 10.50 nella rubrica Per la pace.

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