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DIFESA, NUOVE PAROLE D'ORDINE

In questi giorni si sono tenute le audizioni dei nuovi ministri presso le commissioni parlamentari competenti, per illustrare e discutere le linee programmatiche del governo. Nel settore della difesa i cambiamenti sono molti e rilevanti, e non riguardano solo il livello di competenza del ministro. Già il fatto che la continuità evocata non riguardi solo l’ultimo governo ma si riferisca agli ultimi sei ministri, da Andreatta in poi, dice molto del cambio di impostazione: la politica di difesa viene strappata dal limbo di retorica partigiana in cui l’aveva scioccamente voluta confinare La Russa, e tenta di navigare nel mare aperto dell’interesse nazionale, dell’impostazione istituzionale.
Molte e rilevanti novità, dicevo. Innanzitutto, l’esplicita consapevolezza che il sistema di difesa che abbiamo oggi, per risorse e per numeri, non è sostenibile e quindi va profondamente rivisto. Questo significa che finirà l’epoca dei tagli lineari, che in questi anni hanno schivato la responsabilità di un ripensamento complessivo del modello, compromettendo il funzionamento del sistema.
Si potrà, forse, finalmente ragionare senza preconcetti sulle reali necessità che il nostro paese ha nel settore della difesa, anche in relazione al suo ruolo globale, e sul modo migliore, più razionale, di fronteggiarle. Questo significa adottare un approccio realistico, determinare priorità, seguirle coerentemente.
In questo percorso, è probabile ed auspicabile che siano ridiscussi programmi d’investimento e di acquisizione dei sistemi d’arma, tra cui anche quello relativo agli F35 – sul quale il governo Berlusconi ha agito nella più totale confusione e assenza di trasparenza, a fronte di sviluppi internazionali importanti che l’Italia ha sostanzialmente ignorato.
In secondo luogo, il nuovo governo ha manifestato un cambio di impostazione importante per le missioni internazionali – nel metodo e nel merito. Nel merito, si sceglie di investire in quelle missioni di stabilizzazione di aree per noi strategiche – i Balcani, in particolare Kosovo e Bosnia, ed il Libano con la sua vicinanza strategica a Siria e Israele – che il precedente governo aveva deciso di ridimensionare fino a renderle via via quasi irrilevanti.
Sono missioni a minore intensità e visibilità, dove però i risultati raggiunti in anni di presenza internazionale sono ancora fragili, ed un eventuale destabilizzazione porterebbe conseguenze critiche per aree vaste e di interesse strategico per l’Europa e per il nostro paese. Sono missioni in cui il valore aggiunto dell’Italia è universalmente riconosciuto – dalle Nazioni Unite, dalla Nato, dalle istituzioni e dalle popolazioni locali –, ed il rapporto costi/benefici massimo.
C’è, poi, la consapevolezza che la vicenda afgana va tolta dal contesto ideologico in cui troppo spesso è stata collocata, e va piuttosto affrontata con serietà, competenza, e con le giuste risorse nei giusti capitoli di spesa (più addestramento, più affiancamento, più ricostruzione, più cooperazione civile, più diplomazia regionale).
Forse si può ora finalmente uscire dal falso dilemma restare/lasciare, e spostare l’attenzione dal “se” e “quando”, al “come” attuare una transizione che si preannuncia difficilissima. Sul dossier Afghanistan, la presenza di figure competenti come Di Paola alla difesa e De Mistura agli esteri sono, di per sé, garanzia di serietà. Allo stesso modo, sembra che il nuovo governo sia pronto a farsi carico con realismo e serietà di un’eredità non certo felice nei rapporti con la Libia.
Dopo il disastro dei baciamano e delle mille contraddittorie posizioni del governo Berlusconi, che avevano portato il nostro paese ad oscillare tra una vicinanza imbarazzante al regime ed una ridicola marginalità internazionale, l’Italia cerca di trovare un suo baricentro che le consenta di affermare che il futuro della Libia è e dev’essere piena responsabilità dei libici, senza per questo negare che alcuni specifici e complicati passaggi di questa nuova fase vanno sostenuti ed accompagnati, in piena trasparenza: sminamento, eliminazione dell’enorme quantità di armi presenti nel paese, costituzione e formazione delle forze di sicurezza, percorsi di riconciliazione nazionale e di institution building.
Infine, una piccola grande innovazione di merito. Il governo Berlusconi aveva frammentato il finanziamento delle missioni arrivando a decreti che coprivano anche solo due, tre mesi. Indice di una politica incapace di programmare nel medio periodo, e di dare quindi a militari, alleati e partner internazionali quella prevedibilità che in contesti di crisi si traduce in sicurezza ed affidabilità. Ma indice anche di un prevalere, sempre e comunque, delle scelte di Tremonti sulle priorità di altri ministeri – e con quali risultati, poi...
Il governo Monti, nel metodo, indica un ritorno alle migliori pratiche dei governi precedenti, con un finanziamento certo per le missioni internazionali che copre tutto il prossimo anno. È una piccola cosa, ma dà il segno di una solidità e di una serietà alla quale non eravamo più abituati. 

Articolo pubblicato sul quotidiano "Europa" il 22 dicembre 2011

Pubblicato il 22/12/2011 alle 14.50 nella rubrica Diario parlamentare.

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