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DIFESA, ASCOLTIAMO LA LEZIONE AMERICANA

Per una strana coincidenza (o forse no?) il Consiglio dei Ministri ha varato ieri il piano di ridefinizione del sistema di difesa, poco dopo la presentazione di Obama del bilancio per il 2013. Sono tempi di crisi economica, oltre che di ripensamento delle dinamiche globali, delle reali minacce alla sicurezza internazionale e degli strumenti più efficaci per fronteggiarle.
E questo fa sì che, inevitabilmente, il tema della ridefinizione dello strumento militare sia affrontato a partire sia da considerazioni strategiche, ma anche contestualmente dalle esigenze di bilancio. “Razionalizzazione”: questa è la parola d’ordine sulle due sponde dell’Atlantico.
Negli Stati Uniti la difesa subirà già quest’anno tagli consistenti, pari al 5% del suo bilancio complessivo – incluse missioni internazionali e programmi d’investimento, a partire dagli F35. Ed altri tagli verranno, nei prossimi anni – più o meno consistenti ma certi, a detta di tutti gli operatori ed analisti del settore. In Italia avremo oggi in commissione difesa, dal ministro Di Paola, i dettagli di un piano che Monti definisce «riforma strutturale anche sotto il profilo economico», e potremo quindi valutare come il governo intende attuare il principio, positivo, di razionalizzazione fin qui affermato.
È utile però fin da subito trarre qualche lezione americana, e provare ad adeguare alcune nostre scelte di investimento al più complessivo scenario internazionale. Parlo del programma di produzione degli F35, nato negli Stati Uniti ma di cui l’Italia è non, banalmente, “compratore” ma piuttosto “partner” al 4%, con investimenti già sostenuti, e conseguenti – ma ben più incerte – ricadute industriali ed occupazionali.
Ci sono, nel bilancio reso noto a Washington in questi giorni, due elementi che sarebbe saggio introdurre anche a Roma: da una parte una riduzione del numero di aerei ordinati, dall’altra una dilazione nel tempo. Gli Stati Uniti acquisteranno infatti quest’anno 29 F35: due in meno di quelli acquistati l’anno scorso (31), e ben sei meno del 2010 (35), per un risparmio di 1,6 miliardi di dollari. Inoltre, il bilancio indica che per 179 dei 423 velivoli di cui si prevedeva l’ordine per gli anni successivi al 2013, la decisione verrà presa solo dopo il 2017.
Lo stand by di quasi la metà dell’ordine comporterà una mancata spesa di 15,1 miliardi nell’arco dei prossimi cinque anni, e viene così argomentata nella nota che accompagna il bilancio: «Cambiamenti di priorità, ristrettezze finanziarie, e la necessità di ridurre la sovrapposizione tra sviluppo del programma e produzione iniziale». Le due prime motivazioni parlano da sole. La terza indica chiaramente come sia preferibile rallentare il programma per consentire di svolgere i test tecnici necessari a risolvere le criticità finora emerse, posticipando le decisioni sulla produzione ad una fase in cui si avranno maggiori certezze riguardo al loro successo.
Sono tre motivazioni importanti, niente affatto ideologiche ma anzi estremamente pragmatiche, che credo i partner internazionali del progetto – a partire dall’Italia – non potranno ignorare. Al contrario, dovremmo fare completamente nostre le argomentazioni americane, e comportarci in modo conseguente: il nostro bilancio soffre di ristrettezze anche più serie di quello americano; le nostre priorità strategiche sono sempre più mediterranee, e connesse con lo sviluppo di un sistema di difesa e sicurezza europeo, come il Consiglio supremo di difesa ci ha ricordato solo qualche giorno fa; e per chi è partner al 4% è ancora più essenziale procedere, come stanno facendo gli americani, ad una messa in stand by delle ordinazioni, se non altro per avere la certezza di non “bruciare” i propri investimenti in una fase non ancora “matura” del progetto.
Ascolteremo oggi le proposte del governo. Credo che sarebbe saggio tradurre le intenzioni, già positive, di “razionalizzazione”, in “riduzione” e “dilazione”. Seguiamo la lezione americana. 

Articolo pubblicato su Europa il 15 febbraio 2012

Pubblicato il 15/2/2012 alle 12.42 nella rubrica Per la pace.

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